Metrica: interrogazione
571 settenari (recitativo) in Venceslao Monaco, Straub, 1725 
già ’l superbo moldavo
grand’esempio e gran pena,
là su l’Istro confessa
Le tue vittorie, Ernando,
del poter nostro. Hai vinto;
Vieni, onde al sen ti stringa,
o forte del mio regno (Lo abbraccia)
                                O sempre
generoso Alessandro. (Si abbraciano)
non dee lasciarmi ingrato.
                Temo nel prezzo
Vil non fia ciò che puote
Dirò, poiché lo imponi,
tutto il premio ch’io cerco
in sé racchiude un volto.
                    Ernando amante?
                 (Ah! Più nol soffro).
                            Ammutisci,
che non fia chi ’l sorpassi
E ch’ei tema, gli aggiugni,
che un mio servo, un Ernando
Vedrem ciò che far possa
l’illustre principessa...
stranieri in quella corte...
                     È morta forse?
             Che far poss’io?
(Misera principessa!) (Si ritirano in disparte)
vi affissate, o miei lumi.
l’alto onor d’inchinarti.
                              Lucindo.
                    Sì, l’erede
s’incontraro co’ suoi.
scambievol fiamma. Io seco
si diede il casto amplesso.
fa’ ch’io ’l sappia, onde fine
A l’ombra de’ tuoi lauri
                           E grande.
                 Or la dimora
Ma quale è ’l tuo consiglio?
                              O dio!
                   (Fra sé che pensa?)
Da lei che adori or prendi
                             Perché?
non è offesa al tuo grado,
ti trasporta il tuo sdegno.
                L’amor di Ernando
grave offesa è al tuo grado.
Questo è ’l tuo sol comando
                                       Amore.
Questo è ’l tuo sol disio,
                    Spergiuri affetti,
più dell’Istro e del Tebro,
velen l’aure ne infetti.
principe, i passi. A quanto
                                   (O note!)
                  Prendi e rimira.
«Per quanto ha di più sacro, (Legge)
signor. Mentito è ’l grado,
                   Casimiro,
tuo egual, che meco io trassi
per mia bocca or t’invita
                                Assento
godrà l’amico. Io ’l nodo
nel piacer de’ tuoi lumi
                    Già nel mio core
Sia l’ubbidirti, o bella,
parli il labbro e ’l confessi,
per più offender l’amico?
Per più macchiar?... Ma dove,
E m’ami, alfin vuoi dirmi,
Voglio esser reo né posso.
Egli è ’l prence, è l’erede
de l’impuro tuo affetto?
insidia è ’l pentimento.
                       Che arrecchi?
L’offerta d’un diadema,
già sposa ad altri amplessi.
                                   È tempo...
                                Gismondo,
(Straggi preveggo e lutto).
sciolto cadesse e infranto
giunser mai con gl’incensi
O tu, che ancor non veggio (Casimiro sta confuso)
t’è di Lucinda e ’l nome?
Fede non le giurasti? (Casimiro non la guarda)
Dunque a l’armi, spergiuro. (Dà di mano alla spada)
Su, strigni il ferro; e temi
Se’ vinto ed è ’l tuo torto
Che sento? Ella è Lucinda? (Il re si leva dal suo posto e si affretta a scender nello steccato)
La notte avanza; e ’l prence
                                  Gismondo,
E pur cresce nel seno (Si asside al tavolino)
Che acciaro è quel? Che sangue
ne stilla ancor? Qual colpo
                  Parla.
                               Poc’anzi...
andai... Venni... L’amore...
Lo sdegno... Una ne l’altra
Gran timido è un gran reo.
                                         O dei! (Si leva)
                                   Ed io,
Io morto? Ho vita, ho spirto
                            (O ferro!
Signor, che il tuo poter (A’ piedi di Venceslao)
che ’l tuo dolor mi chiede.
per me avvampar. Ma ’l fuoco
sparso era il ciel, quand’egli
                              (O cieco
Quell’orror, quel pallore, (Additando Casimiro che sta confuso)
quel ferro ancor fumante (Casimiro si lascia cader lo stile di mano)
Parla; le tue discolpe (A Casimiro)
                    Sì, la spada.
Eccola, o re. Già ’l core (Depone la spada sul tavolino)
O dal figlio e dal padre, (Piagne)
            Dal duro uffizio
                                Or vanne
Ma se ’l prence al mio amore
ed or, bella, a’ tuoi piedi
               Dal regio labbro
anch’io voglio, anch’io giuro. (Si accosta all’urna e snuda la spada)
            Si avanza a’ tuoi cenni
                              Venga.
De’ più illustri sponsali
Figlio, in onta a tue colpe
Tutt’altro oggi attendevi,
                                Deh, come
m’è ’l dono tuo. Lo accetto
                             E vita
                                 Regina,
                    In Casimiro
                             Padre.
Crudel, se’ sposo ancora.
Anzi questo è ’l sol nome
che più mi è caro; io meco
Va’ pur, ti è cara, il veggio,
Sì, vivi. Il dono è questo
                               Sì tosto
si avvilisce il tuo sdegno?
Pera anche il re ma ’l colpo
che tu ’l comandi o ’l vibri?
                                Parmi
tutta incendio e tutt’armi
Io dar perdono? Ernando...
                            E senza
                       E prendi in questo
l’ultimo abbracciamento.
                    Ahi pena!
                                         (Ahi sorte!)
                    Sì, ma vanne
                           Oportuno
L’avrai quando anche fosse
rompi ogn’indugio ed arma
tu non cerchi al periglio,
Sono infranti i suoi ceppi,
Erenice, Lucinda, (Da sé passeggiando)
Che sarà? O del mio sposo
ch’io chieder posso. Ah prima
v’è chi si opponga, questo,
del mio, del vostro eccesso
volontario a’ tuoi ceppi;
Ora non fia ch’io chiuda
                                Al soglio
piego umil le ginocchia. (Casimiro ascende due o tre gradini del trono e s’inginocchia dinanzi al padre)
(Cor, non anche t’intendo).
                               Conviene
(Gioie, non mi opprimete).

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