Metrica: interrogazione
666 settenari (recitativo) in Venceslao Roma, Bernabò, 1716 
Vincislao sempre invitto,
dell’alme più rubelle
grand’esempio e gran pena,
là su l’Istro confessa
Le tue vittorie, Ernando,
del poter nostro; hai vinto
vieni, onde al sen ti stringa, (L’abbraccia)
amico duce. (S’abbracciano)
                         Oh sempre
non dee lasciarmi ingrato.
                Temo nel prezzo
Vil non fia ciò che puote
Dirò, poiché lo imponi.
tutto il premio ch’io cerco
in sé racchiude un volto.
                    Ernando amante?
                 (Ah più nol soffro).
                            Ammutisci,
che non fia chi ’l sorpassi
E ch’ei tema, gl’aggiungi,
che un mio servo, un Ernando
Vedrem ciò che far possa
                    La principessa...
                          Appunto.
allor che stanno in vita.
E qui giunta è poc’anzi.
                                   Io stesso
dell’amor mio sen viene.
                          Che chiedi?
vi affissate, o miei lumi?)
(Il mio Gildo v’è ancora).
l’alto onor d’inchinarti.
Gildo? (Da parte tra loro)
                Chi sei, che chiedi.
ma t’ho altrove parlato.
                              Lucindo.
                    Sì, l’erede
                                Io seco
s’incontraro co’ suoi.
scambievol fiamma; io seco
Ed ancor fai del sordo? (Come sopra)
fa’ ch’io ’l sappia, onde possa
                     Vado via.
No, qui t’arresta e pria
                    Ho gran da fare.
e seco è il duce, il solo
All’ombra de’ tuoi lauri
                           E grande!
                  Or la dimora
Ma qual è il tuo consiglio?
Pria che risorga il giorno
               Riparo allora
                              Oh dio!
l’amor, la fede, Ernando.
                             Perché?
non è offesa al tuo grado,
                      Mia cara?
                L’amor d’Ernando
grande offesa è al tuo grado.
Questo è ’l tuo sol comando
                                      Amore.
Questo è il tuo sol desio
non c’è alcun buco in corte
ma poi circa al suo aspetto
Né ment’io per la gola.
Di’ ciò che vuoi ch’io dica
Gerilda, oh dio, non più.
più dell’Istro e del Tebro,
principe, i passi, a quanto
«Per quanto ha di più sacro, (Legge)
                    Casimiro,
tuo egual, che meco io trassi
per mia bocca or t’invita
                                Assento
Se in più beltà t’adoro,
E se, ch’il ciel non voglia,
(sia detto in fondo al mare)
senti che punto è questo;
                                 A te
Vanne ch’or or vedrai (In disparte)
godrà l’amico; io ’l nodo
nel piacer de’ tuoi lumi
                    Già nel mio core
son reo, lascia che almeno
Sia l’ubbidirti, o bella,
parli il labro e ’l confessi,
E m’ami, alfin vuoi dirmi,
voglio esser reo né posso.
S’è ver che m’ami Ernando,
Fuor del mio sposo, ogn’altra
egli è il prence e l’erede
                              Appunto
ch’io ti volea, t’ho giunto.
                          Adagio un poco,
L’offerta d’un diadema,
                           Poc’anzi
                           Ah troppo,
                                   È tempo...
giunser mai con gl’incensi
anche i più brevi indugi,
O tu, che ancor non veggio
t’è di Lucinda e ’l nome?
Fede non le giurasti? (Casimiro non la guarda)
Dunque all’armi spergiuro. (Dà di mano alla spada)
Su, stringi il ferro e temi
Ben saprà quest’acciaro
                    Io cedo, o forte
no no, ch’io non comporto
Quello ch’io faccio il fo
credo ben ch’abbi addosso
perché, se un dì ti pare,
                                 Io temo
E pur cresce nel seno (Scende vicino al tavolino)
Che acciaro è quel? Che sangue
ne stilla ancor? Qual colpo
                  Parla.
                               Poc’anzi...
andai... Venni... L’amore...
Lo sdegno... (Una ne l’altra
Gran timido è un gran reo.
                                       Oh dei!
                                   Ed io,
Io morto? Ho vita, ho spirto
                            Oh ferro, (Tra sé)
che il tuo dolor mi chiede.
per me avvampar; ma il foco
sparso era il ciel, quand’egli
                              (Oh cieco
quell’orror, quel pallore, (Aditando Casimiro che sta confuso)
quegl’occhi a terra fissi,
Già cedo al nuovo affanno.
                     Sì la spada.
Dal duro offizio, o Ernando,
                                Or vanne
Ma se il prence al mio amore
                          Ah inumano! (Fingendo la voce)
Aimè! Che questa è l’anima
                                 Ah Gildo!
Elisa? Oimè! Chi è stato (Gli si accosta)
Eccomi qua col lume, (Con un candeliere in mano)
Il malan che ti dia. (Si scopre il volto e Gildo resta immobile con il lume in mano guardandola)
Giove, non pensar già (A Gerilda)
ed or, bella, a’ tuoi piedi
                         Oh sorte!
                              Venga.
                                Deh! Come
m’è il dono tuo, lo accetto
                              E vita
                                 Regina,
                    In Casimiro
                             Padre.
Anzi questo è ’l sol nome
che più m’è caro, io meco
Va’ pur; ti è cara, il veggio,
                               Sì presto
Pera anche il re ma ’l colpo
che tu ’l comandi o ’l vibri?
                                Parmi
tutta incendio e tutt’armi
                            A questa
S’io t’inganno mia bella,
                                Ad amarti
già il mio cor s’apparecchia
d’andar a spasso, al gioco,
                            E senza
                     E prendi in questo
                    Ahi pena!
                                         Ahi sorte!
                    Sì, ma vanne
                           Opportuno
L’avrai, quando anco fusse
Erenice, Lucinda, (Da sé passeggiando)
ch’io chieder posso; ah! Prima
                                Al soglio
piego umil le ginocchia. (Casimiro ascende al grado del trono e s’inginocchia innanzi al padre)
(Non anche, o cor, t’intendo).
e assolver non ti posso. (Corona il figlio)

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