Metrica: interrogazione
582 settenari (recitativo) in Venceslao Palermo, Cichè, 1708 
grand’esempio e gran pena,
del poter nostro. Hai vinto;
Vieni, onde al sen ti stringa,
o forte del mio regno (Lo abbraccia)
                                O sempre
generoso Alessandro. (Si abbracciano)
non dee lasciarmi ingrato.
                Temo nel prezzo
Vil non fia ciò che puote
tutto il premio ch’io cerco
in sé racchiude un volto.
                    Ernando amante?
                 (Ah! Più nol soffro).
                            Ammutisci,
che non fia chi ’l sorpassi
E ch’ei tema, gli aggiugni,
che un mio servo, un Ernando
                       Io stesso
vi affissate, o miei lumi?
l’alto onor d’inchinarti.
                              Lucindo.
                    Sì, l’erede
s’incontraro co’ suoi,
si diede il casto amplesso.
fa’ ch’io ’l sappia, onde fine
cambiare or questa or quella
e seco è ’l duce, il solo
A l’ombra de’ tuoi lauri...
                           E grande.
                  Or la dimora
Ma quale è ’l tuo consiglio?
                              O dio!
l’amor, la fede, Ernando.
                   (Fra sé che pensa?)
                             Perché?
non è offesa al tuo grado,
ti trasporta il tuo sdegno.
                L’amor di Ernando
grave offesa è al tuo grado.
Questo è ’l tuo sol comando
                                       Amore.
Questo è ’l tuo sol disio,
                    Spergiuri affetti,
Gildo non la voi intendere?
L’alta gloria, o monarca,
Se ti offendon gl’applausi,
Signor, quel che poc’anzi
                                   Venga.
più de l’Istro e del Tebro,
principe, i passi; a quanto
                      (E impallidisce).
               Prendi e rimira. (Gli dà la lettera)
«Per quanto ha di più sacro, (Legge)
signor, mentito è ’l grado,
                   Casimiro,
tuo egual, che meco io trassi
per mia bocca or t’invita
                                Assento;
Se in più beltà ti adoro,
godrà l’amico; io ’l nodo
                    Già nel mio core
Sia l’ubbidirti, o bella,
Parli il labro e ’l confessi;
per più offender l’amico?
Per più macchiar?... Ma dove,
E m’ami, alfin voi dirmi,
Voglio esser reo né posso.
S’è ver che t’ami Ernando,
Fuor del mio sposo, ogni altra
Egli è ’l prence e l’erede
insidia è ’l pentimento.
                              Appunto
                          Adesso, adesso,
                                   Il foco
                           Poc’anzi
                      È tempo...
giunser mai con gl’incensi
O tu, che ancor non veggio (Casimiro sta confuso)
t’è di Lucinda e ’l nome,
fede non le giurasti? (Casimiro non la guarda)
Dunque a l’armi, spergiuro. (Dà di mano alla spada)
Su, strigni il ferro e temi
Sei vinto ed è il tuo torto
Che sento? Ella è Lucinda? (Il re si leva dal suo posto e si affretta a scender nello steccato)
                                  Gildo,
E pur cresce nel seno (Si asside al tavolino)
Che acciaro è quel? Che sangue
                Parla.
                             Poc’anzi...
andai... Venni... L’amore...
Lo sdegno... Una ne l’altra
                                         O dei!
                                   Ed io,
Io morto? Ho vita, ho spirto
                            O ferro!
Signor che il tuo potere (A’ piedi di Venceslao)
che ’l tuo dolor mi chiede.
per me avvampar ma ’l foco
sparso era il ciel, quand’egli
Come? Morto Alessandro? (Piange)
                                 O cieco
Quell’orror, quel pallore, (Additando Casimiro che sta confuso)
quegl’occhi a terra fissi,
quel ferro ancor fumante (Casimiro si lascia cader lo stile di mano)
Parla, le tue discolpe (A Casimiro)
                    Sì, la spada.
Eccola, o re, già ’l core (Sul tavolino depone la spada)
O dal figlio e dal padre, (Piange)
De la real promessa (Tra sé)
            Dal duro ufficio
                                Andiamo.
Ma se ’l prence al mio amore
anch’io voglio, anch’io giuro. (Si accosta all’urna e snuda la spada)
«Accosta». «Eccomi lesto,
ch’ho da far?» «Corri presto
ed or, bella, a’ tuoi piedi
Ubbidisco, o regina. (Parte)
Tutt’altro oggi attendevi,
                                Deh, come
m’è ’l dono tuo, lo accetto
                             E vita
                                 Regina,
                    In Casimiro
                             Padre.
Anzi questo è ’l sol nome
che più mi è caro; io meco
Va’ pur; ti è cara, il veggio,
Sì, vivi. Il dono è questo
                               Sì tosto
Pera anche il re ma ’l colpo
che tu ’l comandi o ’l vibri?
                                Parmi
                            E senza
                       E prendi in questo
                    Ahi pena!
                                         Ahi sorte!
                   Sì, ma vanne
                            Opportuno
                            Che ascolto,
             Che avvenne.
                                        Il figlio.
Erenice, Lucinda, (Da sé passegiando)
ch’io chieder posso. Ah prima
v’è chi si opponga, questo,
                                Al soglio
piego umil le ginocchia. (Casimiro ascende due o tre gradini del trono e s’inginocchia dinanzi al padre)
(Cor, non anche t’intendo).
                               Convien
Gioie non mi opprimete. (Preso per mano Casimiro discende con esso lui dal trono)

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