Metrica: interrogazione
560 settenari (recitativo) in Venceslao Milano, Malatesta, 1705 
grand’esempio e gran pena,
del poter nostro. Hai vinto.
Vieni, onde al sen ti stringa,
o forte del mio regno (Lo abbraccia)
                                O sempre
generoso Alessandro. (Si abbracciano)
                Temo nel prezzo
tutto il premio ch’io cerco
                    Ernando amante?
                 (Ah! Più nol soffro).
                            Ammutisci,
che non fia chi ’l sorpassi
E ch’ei tema, gli aggiugni,
che un mio servo, un Ernando
l’illustre principessa...
stranieri in quella corte...
                     È morta forse?
             Che far poss’io?
Misera principessa! (Si ritirano in disparte)
l’alto onor d’inchinarti.
                              Lucindo.
                    Sì, l’erede
fa’ ch’io ’l sappia, onde fine
e seco è ’l duce, il solo
A l’ombra de’ tuoi lauri...
                           E grande.
                  Or la dimora
Ma quale è il tuo consiglio?
                              O dio!
                   (Fra sé che pensa?)
                             Perché?
                L’amor di Ernando
grave offesa è al tuo grado.
Questo è ’l tuo sol comando,
                                       Amore.
Questo è ’l tuo sol disio
                    Spergiuri affetti,
Se ti offendon gli applausi,
Gran re, quel che poc’anzi
più de l’Istro e del Tebro,
                      (E impallidisce).
                  Prendi e rimira. (Gli dà la lettera)
«Per quanto ha di più sacro, (Legge)
signor. Mentito è ’l grado,
                   Casimiro,
                                Assento
godrà l’amico. Io ’l nodo
                    Già nel mio core
Parli il labbro e ’l confessi,
per più offender l’amico?
Per più macchiar?... Ma dove,
E m’ami, alfin vuoi dirmi,
S’è ver che t’ami Ernando,
Fuor del mio sposo, ogni altra
Egli è ’l prence e l’erede
                       Che arrechi?
già sposa ad altri amplessi.
                                   È tempo...
giunser mai con gl’incensi
O tu, che ancor non veggio (Casimiro sta confuso)
t’è di Lucinda e ’l nome?
Fede non le giurasti? (Casimiro non la guarda)
Dunque a l’armi, spergiuro. (Dà di mano spada)
Sei vinto; ed è ’l tuo torto
Che sento? Ella è Lucinda? (Il re si leva dal suo posto e si affretta a scender nello steccato)
La notte avanza; e ’l prence
                               Gismondo,
E pur cresce nel seno (Si asside al tavolino)
Che acciaro è quel? Che sangue
                  Parla.
                               Poc’anzi...
andai... Venni... L’amore...
Lo sdegno... Una ne l’altra
                                         O dei! (Si leva)
                                   Ed io,
                            O ferro!
Signor che il tuo potere (A’ piedi di Venceslao)
che ’l tuo dolor mi chiede.
per me avvampar. Ma ’l foco
sparso era il ciel, quand’egli
Come? Morto Alessandro? (Piange)
                                 O cieco
Quell’orror, quel pallore, (Additando Casimiro che sta confuso)
quel ferro ancor fumante (Casimiro si lascia cader lo stile di mano)
Parla; le tue discolpe (A Casimiro)
                    Sì, la spada.
Eccola, o re. Già ’l core (Sul tavolino depone la spada)
O dal figlio e dal padre, (Piange)
De la real promessa (Tra sé)
            Dal duro ufficio
                                Andiamo
Ma se ’l prence al mio amore
anch’io voglio, anch’io giuro. (Si accosta all’urna e snuda la spada)
                                Deh, come
m’è ’l dono tuo. Lo accetto,
                             E vita
                                 Regina,
                    In Casimiro
                             Padre.
Va’ pur; ti è cara, il veggio,
                               Sì tosto
Pera anche il re; ma ’l colpo
che tu ’l comandi o ’l vibri!
                                Parmi
                            E senza
                       E prendi in questo
                    Ahi pena!
                                         Ahi sorte!
                   Sì, ma vanne
                           Opportuno
Erenice, Lucinda, (Da sé passeggiando)
ch’io chieder posso. Ah prima
v’è chi si opponga, questo,
                                Al soglio,
piego umil le ginocchia. (Casimiro ascende due o tre gradini del trono e s’inginocchia dinanzi al padre)
                               Conviene
Gioie, non mi opprimete. (Preso per mano Casimiro discende con esso lui dal trono)

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