Metrica: interrogazione
842 settenari (recitativo) in Venceslao Napoli, Muzio, 1714 
grand'esempio e gran pena,
del poter nostro. Hai vinto
Vieni, onde al sen ti stringa,
o forte del mio regno (L’abbraccia)
                        Oh sempre (S’abbracciano)
non dee lasciarmi ingrato.
                Temo nel prezzo
Vil non fia ciò che puote
tutto il premio ch'io cerco
in sé racchiude un volto.
                    Ernando amante?
                 (Ah! Più nol soffro).
                            Ammutisci,
che non fia chi 'l sorpassi
E ch'ei tema, gli aggiungi,
che un mio servo, un Ernando
Vedrem ciò che far possa
                    La principessa...
                          Appunto.
e qui giunta è poc'anzi.
                                  Io stesso
Eh! Che v'è peggio ancora.
                    Con la signora
cinge il brando guerriero
ch'io sono d'altra amante,
(Purtroppo, Gildo, è dessa).
(Questa è la principessa
vi affissate, o miei lumi?)
(Il mio Gildo v'è ancora).
l'alto onor d'inchinarti.
Gildo? (Da parte tra loro)
                Chi sei? Che chiedi?
                              Lucindo.
                    Sì, l'erede
                                Io seco
scambievol fiamma; io seco
Ed ancor fai del sordo. (Come sopra)
fa' ch'io 'l sappia, ond'io possa
Dimmi, che sperar deggio?
                     Vado via.
                    Ho gran da fare.
e seco è 'l duce, il solo
                  Or la dimora
Ma qual è il tuo consiglio?
Pria che risorga il giorno
               Riparo allora
                              Oh dio!
Temi il mal, non il bene.
l'amor, la fede, Ernando.
                             Perché?
non è offesa al tuo grado,
                     Mia cara?
                L'amor d'Ernando
grande offesa è al tuo grado.
Questo è 'l tuo sol comando,
                                       Amore.
Questo è 'l tuo sol desio,
non v'è alcun buco in corte
                      Or io con te,
ma poi circa il suo aspetto
che me lo disse il medico:
Di' ciò che vuoi ch'io dica
Ah infedele! E niegasti...
Gerilda, oh dio!, non più.
più de l'Istro e del Tebro,
principe, i passi, a quanto
Questo, che al re presento,
«Per quanto ha di più sacro, (Legge)
Signor, mentito è 'l grado,
                    Casimiro,
tuo egual che meco io trassi
                                Assento
Se in più beltà t'adoro,
                      Mia bella
ma, cor mio, dov'è andato
                           Niente, niente;
E se... che il ciel non voglia,
sia detto in fondo al mare,
senti che punto è questo,
                                      A te
                                     No.
Stringiam destra con destra.
A noi. (Incominciano la lotta e nessun cade)
               Hai gran fortezza.
                 T'ho il piè spiantato.
                            T'ho inteso.
godrà l'amico; io 'l nodo
                    Già nel mio core
son reo. Lascia che almeno
Parli il labro e 'l confessi;
per più offender l'amico?
Per più macchiar... Ma dove,
Voglio esser reo né posso.
S'è ver che m'ami Ernando,
Fuor del mio sposo, ogn'altra
Egli è il prence e l'erede
                              Appunto,
ch'io ti volea, t'ho giunto.
                          Adagio un poco,
                                   Il foco
                           Poc'anzi
                           Ah! Troppo,
                                   È tempo...
giunser mai con gl'incensi
O tu, che ancor non veggio
t'è di Lucinda e 'l nome?
Fede non le giurasti? (Casimiro non la guarda)
Dunque all'armi, spergiuro. (Dà di mano alla spada)
Su, stringi il ferro e temi
Sei vinto ed è il tuo torto
                           Ascolta
di più troni e più regni;
poiché alle sette o all'otto
è assai lungo il discorso?
che in corte io devo andare,
ci è tempo un quarto d'ora;
Va' a far ciò che ti pare.
Più che avanza la notte, (Con i lumi in mano che li posa sopra il tavolino)
E pur cresce nel seno (Siede vicino a un tavolino)
Che acciaro è quel? Che sangue
ne stilla ancor? Qual colpo
                  Parla.
                               Poc'anzi...
Andai... Venni... L'amore...
Lo sdegno... (Una ne l'altra
Gran timido è un gran reo.
                                       Oh dei!
                                   Ed io,
Io morto? Ho vita, ho spirto
                            Oh ferro, (Tra sé)
Signor, che il tuo potere (S’ingenocchia a’ piedi di Vincislao)
che il tuo dolor mi chiede.
per me avvampar; ma il foco
sparso era il ciel, quand'egli
                              (Oh cieco
Quell'orror, quel pallore, (Additando Casimiro che sta confuso)
Già cedo al nuovo affanno.
                     Sì, la spada.
              Sono a' tuoi cenni.
Oh dal figlio, oh dal padre,
            Dal duro uffizio
                                Andiamo
Ma se 'l prence al mio amore
                               D'un padre?
parmi d'esser più scaltra,
Ma Gildo?... Oh bene, oh bene!
Gildo ora qua sen viene. (Vedendolo venire)
                          Ah inumano! (Fingendo la voce)
Aimè! Che questa è l'anima
                                 Ah Gildo!
Elisa? Oimè! Chi è stato (Gli s’accosta)
To', prendi il fazzoletto. (Gli dà il fazzoletto)
La piaga è assai profonda?
                               Oh dio!
Aimè! (Va per partire e batte in un muro)
               Che cosa è stato?
Eccomi qua col lume, (Con un candeliero in mano)
Il malan che ti dia. (Si scopre il volto e Gildo resta immobile con il lume in mano guardandola)
                              Amore
                               Sette. (Posa il candeliero in terra)
             Denar non ho.
anch'io voglio, anch'io giuro. (Si accosta all’urna e snuda la spada)
Ben ne ho dolor; ma indegno
ed or, bella, a' tuoi piedi
tuo pianto io son contenta,
                            Oh sorte!
le stringe; e questa reggia
                              Venga,
Figlio, in onta a tue colpe
Tutto altro oggi attendevi,
                                Deh! Come
m'è il dono tuo, lo accetto
                             E vita
                                 Regina,
                    In Casimiro
                             Padre.
che più m'è caro, io meco
Va' pur; ti è cara, il veggio,
Sì, vivi, il dono è questo
             No, resta.
                                 (Io dubito
Ah! Mia gran dea, perdono, (Gli s’inginocchia avanti)
come placarla). Ah! Amata, (S’inginocchia)
                            A questa
S'io t'inganno, o mia bella,
                               Sì tosto
                                Parmi
                            E senza
                       E prendi in questo
                    Ahi pena!
                                         Ahi sorte!
                    Sì, ma vanne
                           Opportuno
Erenice, Lucinda, (Da sé passeggiando)
ch'io chieder posso. Ah! Prima
                                Al soglio,
piego umil le ginocchia. (Casimiro ascende il grado del trono e s’inginocchia innanzi al padre)
(Non anche, o cor, t'intendo).
                               Conviene
e assolver non ti posso. (Corona il figlio)

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