Metrica: interrogazione
93 sineresi in Mitridate Venezia, Pasquali, 1744  (recitativo) 
che amar possa Apamea, più che sé stesso?
Già sai qual imeneo debba unir l’armi
sarà Apamea. Ladice al nodo insiste;
                        Che far può, suora a Tigrane,
Il mio, sì, Dorilao, solo è dispetto.
Reo ne sarà col ricusarmi. Il suo
                                     (Ah, per mia pace
                                  Il potea, da guardie cinto
                                         L’imeneo del prence
che del regio imeneo splendan le tede,
per cui sieno felici i miei più cari.
Vicino ad Apamea, tacito, austero,
ma non per Apamea. Forse un segreto
per la bella Apamea. Ne’ suoi pensieri
di Apamea son segnate. Il re fra poco
allor cedei. Dovea salvarti. Il feci;
di non porre in obblio che un re, che un padre
non che tu sciolga l’imeneo.
                                                    Né sciorlo
E i preghi di Apamea nulla otterranno.
o Apamea per Farnace ha sol disprezzo.
nella bella Apamea d’aspetto e d’alma
ricchi tesori. Io ti credea più attento
io più mi promettea. Quel mio sincero
attendami Apamea; si spenga ogn’ira;
e qual ei non volea, verrà Farnace.
sien le custodie in Eraclea. Di uscirne
siane Aristia in ostaggio. A te l’affido. (A Ladice)
era in pro d’Apamea. Quanto ti deggio! (Ad Aristia)
potea con men di pena il fier rifiuto
siane il primo gastigo; e poi l’altera,
presi in custodia chi dovea costarmi
di virtù parea specchio e di onestade.
                        Dorilao...
                                           Qualche sciagura.
che potea contra tanti? Ei via si aperse
ora è fuor di Eraclea, che uscir nel vidi,
mostrar che sieno offese i benefizi,
Dorilao ti ubbidì. Diedi a sua fuga
Ch’ei sol fuggisse di Eraclea, bastava.
Torniamo in Eraclea. Torniamo al padre.
Vanne. Tu reo puoi farmi e tu innocente.
l’ara? Qui all’imeneo la pompa appresti?
Io torno in Eraclea. Sia in tuo potere (Si accosta a Mitridate)
                  Re del Ponto,
mai con la bassa idea di un falso bene,
e di quel che ti lascio, altero  e lieto.
con la bella Apamea; ma vieni in guisa
Generosa Apamea, deh, che mi giova
Oh, fossi in Eraclea. Là il cor mi chiama,
Perdonami, Apamea. Te ancor presente,
me duce. È di Apamea sovrano impero
Sola e mesta Apamea? Deh, che mi rechi
                                   Misero!
                                                    Appena
                Ingannator!
                                        Parea tutt’altro
Viva Farnace. Altro Apamea non chiede.
che ti ritrae dall’ubbidirmi. È Roma.
femmina così rea, figlio sì ingrato.
gli affetti di Apamea, Ladice, tutti
                     Fate core. E preghi e pianti
e dirò ancora, ad Apamea sospiri.
nozze per Apamea; né Mitridate,
non pareami il silenzio, ancor nel seno
Taccio Apamea, taccio la madre; impegni
miseria siasi o di vicini mali
                                         Dimmi: «E sì mesta?»
Non credea che potesse esserti in pena
siami in util consiglio e diami pace.
di amar sempre Apamea, più che te stesso?
Te appunto io qui volea. Forza è che sgridi
che ancor non eccedea l’anno secondo,
È in Eraclea; né ve la trasse Ostane.
che infermo allor giacea. Ma un nodo sacro
Gordio, Apamea, seguitemi. Se a tempo
nozze! O rea madre! O sfortunata figlia! (Si parte furiosa)
Siavi Aristia in esempio. A lei sol venne
fraude, d’alme plebee costume iniquo.
fido mallevador, ne beo gran parte.
col reo veleno in quell’anel racchiuso.
quai linee in centro. I patti
sieno anche norma alla difesa Europa.

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