Metrica: interrogazione
567 settenari (recitativo) in Venceslao Vienna, partitura 
Venceslao sempre invitto,
già 'l superbo cosacco
grand'esempio e gran pena,
da più colpi trafitto,
là su l'Istro confessa
Le tue vittorie, Ernando,
del poter nostro. Hai vinto;
Vieni, onde al sen ti stringa,
                                O sempre
non dee lasciarmi ingrato.
                Temo nel prezzo
Vil non fia ciò che puote
Dirò, poiché l'imponi,
                            Ammutisci,
troppo altero vassallo.
che non fia chi 'l sorpassi
E ch'ei tema, gli aggiugni,
Ma che un basso vapore,
che un mio servo, un Ernando
il possesso di un bene?
Vedrem ciò che far possa
l'illustre principessa...
stranieri in quella corte...
                     È morta forse?
la vidi in viril manto,
             Che far poss'io?
Gli affetti a lei dovuti
Lucinda, in quella reggia
e sempre amato e pianto.
Qual di sì lungo indugio
scusa addurrà? Mio caro,
vi affissate, o miei lumi?
l'alto onor d'inchinarti.
                              Lucindo.
                    Sì: l'erede
scambievol fiamma. Io seco
(Fisso mi osserva). Omai
si scrisse il sacro nodo,
si diede il casto amplesso.
fa' ch'io 'l sappia, onde fine
(A lagrimar mi astrigne).
(Che le dirò?) Signora,
Dimmi: che sperar deggio?
amore ha colpa? O 'l regno?
mi partii dal mio regno:
A l'ombra de' tuoi lauri
                           E grande.
Ora un più lungo indugio
fora comun periglio. (§nota in apparato sul ms)
Ma quale è 'l tuo consiglio?
                               O dio!
Temi il mal, non il bene.
l'amor, la fede, Ernando.
Perché rispetti Ernando
                   (Fra sé che pensa?)
Da lei che adori, or prendi
                             Perché?
non è offesa al tuo grado:
ti trasporta il tuo sdegno.
Dentro il venturo giorno
                L'amor di Ernando
grave offesa è al tuo grado.
Questo è 'l tuo sol comando,
                              Amore.
Questo è 'l tuo sol disio,
                    Spergiuri affetti,
Il tuo amor, la tua fede,
S'introduca il messaggio.
Ubbidisco. (E sin quando
più de l'Istro e del Tebro;
principe, i passi. A quanto
Questo che al re presento
                                      O note!
                  Prendi. Rimira.
«Per quanto è di più sacro, (Legge)
signor, mentito è 'l grado;
né vergai questo foglio,
testimon più non resti,
                      Casimiro,
tuo egual, che meco trassi
per mia bocca or t'invita
                                Assento
Sotto il peso degli anni
e ti affretti il comando.
e stan sopra i regnanti.
                            Eh! Sire,
gli dii. Ma s'anche fosse
godrà l'amico. Io 'l nodo
nel piacer de' tuoi lumi
                Sì, principessa;
che del tuo ben, ti lascio.
Che? Un ingiusto divieto
                    Già nel mio core
son reo. Lascia che almeno
Parli il labro e 'l confessi:
Tu scherzi; o sì amoroso
per più offender l'amico?
Per più macchiar... Ma dove,
E m'ami alfin vuoi dirmi
Voglio esser reo, né posso.
Deh! Più credi, Erenice,
Felice incontro. Arresta,
bella Erenice, il piede.
Quel che ti vedi inante,
Egli è 'l prence, l'erede
de l'impuro tuo affetto?
Vane lusinghe. Io scorgo
L'insidia è 'l pentimento.
                       Che rechi?
già sposa ad altri amplessi.
                                   È tempo...
(Sangue preveggo e lutto).
Ma in lui la grave offesa
Disprezzo il fa costante.
giunser mai con gl'incensi
raggi propizi; e in questa
anche i più brevi indugi,
O tu, che ancor non veggio
Dunque a l'armi, o spergiuro.
campion che a darmi morte
Su, strigni il ferro; e temi
temi il mio sangue, e sia
Ben saprà questo acciaro
Sei vinto; ed è 'l tuo torto
pien di scorno e di duolo
Gismondo, ov'è 'l mio figlio?
                                  Gismondo,
Che acciaro è quel? Che sangue
ne stilla ancor? Qual colpo
Che orror? Che turbamento
                  Parla.
                               Poc'anzi...
andai... venni... lo sdegno...
l'amor... L'una ne l'altra
                                         O dio!
                                   Ed io,
Ma nol dicesti, o figlio,
Io morto? Ho vita, ho spirto
                            (O ferro!
che il tuo dolor mi chiede.
Del pari ambo i tuoi figli
per me avvampar. Ma 'l foco
sparso era il ciel: quand'egli
Come? Morto è Alessandro?
                                 (O cieco
Quell'orror, quel pallore,
quegli occhi a terra fisi,
                     Sì. Ubbidisci.
Eccola, o re. (Già 'l core
Dunque il prence condanni?
il suo periglio è certo).
(Lungi, o teneri affetti).
(De la real promessa (Tra sé)
Regina, il pianto affrena.
            Dal duro ufficio
                                    Or vanne
Ti si compiaccia. Andiamo.
Ma se 'l prence al mio amore
Ben ne ho dolor; ma indegno
ed or, bella, a' tuoi piedi
tuo pianto io son contenta.
               Dal regio labbro
                                    O sorte!
Chi 'l crederia! Poc'anzi
anch'io voglio, anch'io giuro.
le stringe; e questa reggia
            Si avvanza a' tuoi cenni
                              Venga.
Figlio, in onta a tue colpe
Tutt'altro oggi attendevi,
                                Deh! Come
m'è 'l dono tuo. Lo accetto,
                             E vita
                                 Regina,
                    In Casimiro
                           Padre.
la fé per più tradirmi?
sì vil, sì poco amante,
Crudel, sei sposo ancora.
Anzi questo è 'l sol nome
che più mi è caro. Io meco
Va' pur: ti è cara, il veggo,
Sì, vivi. Il dono è questo
                               Sì tosto
si avvilisce il tuo sdegno?
Pera anche il re: ma 'l colpo
che tu 'l comandi o 'l vibri?
                                Parmi
tutta incendio e tutt'armi
veder la reggia; il figlio
Giorno, o quanto diverso
Prostrato al regio piede,
                            E senza
morto, è vero, io volea:
Tutto obblio: tutto taccio;
                       E prendi in questo
l'ultimo abbracciamento.
                    Ahi pena!
                                         Ahi sorte!
Esser non posso al figlio
buon giudice e buon padre...
Per me non vegga il regno
passan le colpe in legge;
                           Opportuno
L'avrai, quando anche fosse
rompi ogni indugio ed arma
                                      Il prence...
non affretti al periglio,
Sono infranti i suoi ceppi,
tu non vi accorri, invano
Sì, sì, popoli, Ernando,
Seguitemi. Oggi il mondo
Che sarà? O del mio sposo
Dunque in onta del padre
che chieder posso. Ah! Prima
rendetemi a' miei ceppi,
v'è chi si opponga, questo,
del mio, del vostro eccesso
Ed è vero? E lo veggio?
volontario a' tuoi ceppi:
Ora non fia ch'io chiuda
                                Al soglio,
piego umil le ginocchia.
(Cor, non anche t'intendo).
                               Conviene
con la pietà di Ernando
e assolver non ti posso.
Gioie, non mi opprimete.
pensier di nuovo affetto,
Figlio, sul trono ascendi;

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