Metrica: interrogazione
752 endecasillabi (recitativo) in Semiramide in Ascalona L., Vienna, van Ghelen, 1725 
del più nobil pastor, le fu in soccorso.
                                            Un re, che i pregi
l'alto destin. Simmandio, se 'l ritardo,
ma un senso di onestà, da le cui leggi
Al gran Nino ubbidir fia legge e gloria
                                           Ite, o pastori,
ite e voi, ninfe, incontro a lei che riede;
chi le sparga la via, chi il crin le infiori.
Qual rimorso, o signor, frammette indugi
                                    Ma sciorre a forza
non tenesser fra l'armi i Battri infidi.
ama il suo re, più che Semira. Al solo
Un valor, che mi serve alor ch'io l'amo,
Eh! Nel vasto mio impero io non ho un bene
fasto può più che amor. Cambiar di oggetto
Sol disio di grandezze in lui più crebbe
mai non seppe soffrir maggior né uguale.
qual non l'ha nel mio cor. Convien ch'io peni,
                                              E fortunato
Oh dio! Non so. Crudel germana, in questo
fiamme oppor resistenza. Or son sì fiacco
che, ingiusto o sfortunato, io perder deggio
Chi misero esser vuol, di sé si dolga.
Consiglio è di virtù la mia sciagura.
Si assolva il re da una virtù servile.
                                      L'abbia ma quella
che, protetta da l'uso, util si appella.
                         Mia principessa.
                                                          Arbace,
vuoi ch'io creda al tuo amor? Vuoi meritarmi?
                               Ubbidirmi, vendicarmi;
de la grazia real già 'l rende indegno,
                                         Con Nino ancora.
Non sì tosto egli udì che un pien trionfo
dal campo, ove mi è ignoto ed a qual fine.
Semira è colpa sua!) Certo è l'avviso?
                                       Il grado, il sesso
Non tutti han per soffrire il cor di Arbace.
Preda, già mia, non vo' che fugga impune.
Mennone il proverà. Già di un re amico
gli ho fatto un fier rival. Sposa di Nino
Ah! Principessa, io servirò al tuo sdegno;
Or pentito a' tuoi piedi il vuol tua gloria.
Spesso di affetto anche lo sdegno è prova.
che men ragioni, esiggo. In altri io posso
trovarlo, a te lo chieggo e la mia scelta
non ti è picciol favor. Vanne; opra; e spera.
veggo ancora il suo amor. Non fa tal senso
Cor mio, che si può far? Ti vuole il fato
Soffri, io ti dico. Ella ti disse spera.
già care a gli occhi miei, voi piagge apriche
                                            A me la sorte,
Signore, io non sarei fra le tue braccia
lo 'l tuo esempio seguii. Di quegli audaci,
chi al tuo dardo fuggì nel mio cadette;
Quella, o Simmandio, che tu puoi, non curo;
che da' primi anni suoi ti offerse in voto;
tutto il premio otterrà dal tuo bel core
si oppose. Ov'ei ne trae, seguirlo è forza.
Ei sol far non potrà che a la tua fede,
De' tuoi saggi consigli il frutto e l'opra.
Eccone in prova il corso rischio. È tempo
da la tua scelta. Il tuo gran cor richiami
Padre, che nata io sia, che pur nol credo,
tra boschi e in umil cuna, è caso; e mio
rossor non è ciò che non è mia colpa.
diede luogo al secondo e questo ad altri,
ma impulso e forza di più degno oggetto.
Festi ciò che nocchier, cui gire è forza
più impetuoso or queslo vento, or quello.
né il più nobil pastor né il più gentile.
e 'l sospirar di un re fece al mio udito
scendesse in terra a idolatrarmi un nume,
Dunque ora Nino è 'l più gradito amante.
L'amor di un re scioglie ogni patto e legge.
                                              Ma non Semira.
Forse osò il suo furor ciò che soffristi.
di mia fede salirvi, il trono io sprezzo.
che distruggi virtù. Ti lodo, o figlia,
Ah! Tutto in me congiura e cielo e caso.
                                                          In terra
Non contar fra gl'ingrati un cor sincero.
Mi tradì Nino; e può tradirmi ogni altro.
spergiura anche la figlia. Io qui da loro
                                          Non ammette
Contender col più forte è vana impresa.
questa mano è un rifiuto; e pur fu questa
al suo ingiusto fratel fermò sul crine.
mi freme amor. Tacciavi orgoglio. È vano
a l'ire, ancor nel primo impeto ardenti?
la via, che ti chiudesti, al regio affetto.
non è, qual io credea, la mia sciagura.
Trovo in Simmandio il primo amico; e tolta
Solo amor fa i miei rischi; e tutto è vinto,
In lei, già tua rapina, il premio or cerchi?
Non reca offesa altrui chi 'l suo si toglie.
Fan sempre ingiusto il fine i mezzi iniqui.
Va'. Vinci i Battri; e fra le tue vittorie
sii 'l Mennone primiero; e tua è Semira.
che di ragion, dove m'hai tratto? Ovunque
mi volga, abissi incontro; e tu gli hai fatti.
Ahimè! Sperar poss'io che piaccia a lei,
                                               Semira... Oh dio!
Foss'ella anche maggior, sarei la stessa.
Simmandio ingiusto; ogni favor ti manchi.
                         Un reo, qual io, si fugge.
Questo è 'l sol ben de' mali miei. Dispero.
                                 E come farlo, al fianco
                 Sì. A chi ha valor, terra non manca.
                       No, Mennone...
                                                     Un re amante,
che fa grazie a beltà, n'esigge affetti.
Prieghi userà? O minacce? Opporrò anch'io
Sia per te intanto un sacro asilo il tempio
                     E al re ten vai?
                                                   Forte in tua aita.
                         Confidati.
                                              Ah! Pria lascia
                                   Io vo' salvarti.
Di un tal marito al fianco, oh! quai mi accingo
                            Or tu sostien quell'ira. (Piano ad Arbace)
Semiramide sola? (Avanzandosi alquanto verso Semiramide)
                                    Il reo la faccia (Stando in lontano)
Quanto è bello in quel volto anche il dolore! (Piano ad Arbace)
Beltà, che vuol pregar, già quasi è vinta; (Piano a Nino)
Gran re, cui fanno grande impero e fama (Si accosta a Nino)
Parla e otterrai. Ma sia la tua richiesta
Mennone è troppo reo. Che forza, Arbace, (Piano ad Arbace)
                             Resisti e vinci. (Piano a Nino)
                                                          Io dirlo
perché fallo d'amor. Ma quanto ei fece,
                                    Col suo sospetto
non a scolpar ma a chieder grazia. In lui
pronta è la fede, a cimentar fra l'armi
il sangue che gli resta. Al campo ei rieda
                               Un atto di clemenza,
chiesto a un re generoso, è un voler troppo?
Sì, che fallo impunito è altrui di esempio.
Sta sempre intorno al re consiglio e fede.
E vi sta anche interesse e zel si crede.
Or risponda anche il re. Col mio perdono
Del suo signor pria l'assicuri un guardo.
                                            E un tuo pietoso amplesso.
chi puote a una beltà che prega e piace!
                              E mal servimmi Arbace. (Piano ad Arbace)
                                         Ma col perdono
tanto non val quanto la man che il porge;
                                                     Astretta
                             Da un invincibil nodo.
                        Se posseder gli affetti
                  Deh! Lo potessi.
                                                  E amor?
                                                                    Non mai.
                                     Udisti pure, udisti.
le vie son chiuse. Altra si dee tentarne
                               E qual?
                                                (Forse in mio danno).
                                          (Ah! Nol diss'io?)
                                                                A lei
dimmi ch'io lo consigli e avrò piu core.
                                               Ha sol l'aspetto
le chiedesse? O altro amante? Alor tradito,
                                     (Povero amante!)
                      Ubbidirti.
                                           O caro Arbace.
Soffre molto e assai parla un duol che tace. (Parte)
                                        Alma sì vile
non ho che la ricrei ciò che ti affligge.
Un tempo anch'io credei ch'esser la nostra
                                    Con lui mi vuole
                                          E chi ti vieta
Soffriamo, Aliso, ciò che 'l ciel destina.
                                Ah! Perfida! Miseria
non credo più né a la pietà né al pianto.
ad un padre io resisto, a un re mi oppongo;
io 'l suo perdono, io 'l suo favor ti reco;
le tue ingiurie in mercede e i miei rimorsi...
può un furor che mi oltraggia. Io da te esiggo
                                       Da me le prime
ripulse ei n'ebbe. Va'. Segui il mio esempio.
                                             Ella tel rese.
                                                     Rifiuto
vivrò tua, sarai mio. Ma, duce, avverti.
forza a scuoter furor, sciorria perfidia.
                                                             Un grande
                                       Deh! Qual sorpresa!
Del tuo amico signor vieni agli amplessi,
non t'ingombri timor, che obblio le chiude.
che a te piaccia, ella è tua. Non sarai tanto
(Povero Arbace! Il tuo destin già sento).
non dispose i miei voti. Anche non chiesto
                                             E pur quel core
m'era ascoso il tuo foco; e quando il seppi,
ne arrossii, n'ebbi affanno; e sa quest'alma
                                      Ma nol vincesti.
v'era lo stral. Svellerlo volli; e 'l ferro
più vi si ascose. Amar mi è forza, o duce,
Tolgalo il ciel. Viva al suo impero e viva
                                          Io, sire, il posso?
                                       Ah! Che mi chiedi, o sire?
                                           E sta in tua mano
                                                         (Ei parla
Si ostinò in suo dover; ma ne avea pena.
                         Già intendo. Il re è presente;
trovo sensi più giusti, ambo avrem pace.
                                                   (Oh fier cimento!)
                                       Dovea scusarla
Vuol beltà esser pregata e vuol far prova
(Oh! Risponder potessi). A lei più increbbe
veder che le togliea spoglia sì illustre
                                        Anche a Belesa
(Questo è 'l grave pensier che più mi rode).
                                      Io non conosco,
fuor che la mia virtude, altra grandezza.
Omai più eccelse idee prendansi, o figlia,
In Simmandio amo il padre e 'l re non scorgo.
rustiche lane egli a cangiar fu astretto
E dove è 'l patrio regno? Ove i vassalli
Chi vaglia a dar riparo a' nostri danni,
No, figlia, ei far nol può, se non tuo sposo.
Né questo il può Semira. Io son già avvezza
                                         Che cor protervo!
Malgrado anche di lui, così vuol sorte.
                                      Troppo son forte.
                                                      Padre,
Altri tempi, altre idee. Segui e te stessa
Ma cangiò il padre e può cangiar la figlia.
                                        Tel dica Arbace.
mette ogni industria, onde mi tremi in petto
                                     E del suo primo
Ne avrai, se qui ti aggrada, il disinganno.
Cieli! Se questo è ver, vedrò a la fonte
                               Non del mio duce.
non costò mai gran pena o gran rossore.
Vogliam che qui tu 'l vegga e qui l'ascolti.
                                                        Oh dei!
Comincio a vacillar... No... Ciò ch'ei fece
Son già presso a la meta i tuoi desiri.
                                       Verrà protetto
                                       Nulla, o Belesa,
a oprar più resta a la crudel mia fede.
                                       Che crudeltade
E qui 'l frutto godrai di tua bell'opra.
Deh! Per pietade, o mi risparmia un tanto
Ch'altro poss'io? Soffri, ti dissi, e spera.
                                    Non basta ancora.
                            Qui 'l duce. (Ad Arbace)
                                                   Ella mi rechi
                                             Io son l'offeso. (Da sé)
                                        Fasto il fa audace. (Piano a Belesa)
Ciel! Che viltà. (Vedendo che Belesa si avanza)
                              Mal mi consigli, Arbace. (Piano ad Arbace)
tutti in mio danno armò gli sprezzi e l'ire.
(Che orgoglio!) Ingiusto, il so, fu il mio rigore;
volea; ma il tuo abbandono altri mi diede
pensieri ed altri affanni. Ah! Frettoloso
Dolce accusa d'amor, quanto mi piaci! (Da sé)
Così favelli? E tu non I'ami? (Piano a Belesa)
                                                      Eh! Taci. (Piano ad Arbace)
                                             E che? Potea
Mennone in altri affetti essermi oggetto
digli tu le mie smanie, i pianti, i lai.
                                 Quanto penar mi fai! (Piano ad Arbace)
                Amor già non fu, fu sol dispetto
le ragioni sostenni. Io de' tuoi sprezzi
tanto miglior, quanto più indegno e vile.
                                    Regni ne' boschi,
                                         Nino pur l'alza
tornano in nebbia a dissiparsi o in pioggia.
del sangue, in me da quel de la mia gloria.
                                              (Ahimè!)
                                                                  Già cedo
Pronta; ed Arbace in testimon ne accetta.
                              Sei pur da poco! Aspetta. (Piano ad Arbace)
Mel comanda il germano, il cor mel chiede.
Vieni. Il mio re, l'idolo mio... tu sei. (Improvvisamente si volge e prende la destra di Arbace né più riguarda Mennone che rimane come immobile)
Semira... Eccola. O dio! Già mi confondo.
Se mi udì, che far posso? Ove mi ascondo?
lusinghe? Ei scettri offerti, ei regie spose
accolte avrà con quel disprezzo istesso,
vapor basso e vil ninfa, e l'Asia e Nino.
O di tutti i viventi uomo il più ingrato!
sopra il maggior dei re. Quando anche a tutti
Ma grazie al ciel, tua iniquità mi assolve
                            De la mia fé qual altra
posso a virtù, poiché di man la strappo
a perfidia e a furor. Prenditi il solo (Trattosi di dito l’anello di Mennone, glielo getta a’ piedi)
per te che eterno obblio. Già al tuo rimorso
che ogni senso di colpa abbia già estinto.
                                            Aliso, a tempo.
sforzo. Tu a' miei guerrieri i tuoi congiugni
                                 Piè frettoloso
Sì. Tu m'assisti; e nostra è la vittoria.
che tu 'l degni compagno a la tua gloria.
quanto or la sua perfidia. A questa io debbo
la tua austera virtù trova in mia pena?
già di tua libertade ed ora invitto (Verso Semiramide)
Ma chi diè sprone a l'ire e moto a l'armi?
                                          Infelice!
correr qua e là né saper dove. Il nudo
acciar, che in mano ancor tenea, d'un colpo
spezzò ad un sasso; lacerossi il manto;
quindi a seguirlo, ove per campi e balze
                                          O lui beato,
se più non torna al senso de' suoi mali.
No. Ciò ch'oggi si osò, mi lascia in tema
non v'è mai negl'imperi. E ch'io al tuo letto
ma più la gloria sua, più 'l suo riposo.
E deve anche il tuo amor farmi infelice?
Forse tale io non son, qual mi si crede.
e quando io nobil sangue ed avi illustri
sarà mio impegno anche portarvi un core
che su l'orme del tuo giunga a l'estremo
                                     Dimmi più tosto
tuo servo ognor; dir più non oso, amante.
non so se amica o ria, m'alza ad impero.
E pure, il crederesti? io non vi ascendo
e incerta qual sia 'l bene, a cui m'invio,
In quel sospir, parte, oh! n'avessi anch'io!
                  Ahimè!
                                   Se ancor mettessi l'ale,
son l'implacabil giudice. Su, prendi. (Le dà il suo elmo)
Presto o da questo acciar cadrai svenata.
Presto, diss'io. Stige mi attende e voglio
                            O dei! Da quali e quanti
Tutto ruina ed io m'assido qui. (Siede in terra)
                                                      Io non avrei
di lui tanta pietà, se fosse in senno. (Parte con Aliso)
No, no, fuggi da me, vattene, sgombra. (Levandosi furioso)
Su, cangiateli, o furie, in nenie e pianti.
Non più. Vado. Mi ascondo. Chi mi vuole?
Terra? Mar? Cielo? Abisso? Oh! Se potessi,
mai mai non si offerisse agli occhi miei.
Giorno non chiuse mai più strani eventi
Donde in sì piena calma aver puoi tema?
                                       Quando ella intenda
                                   La mano ancora
con tal mercede i guai già corsi e i pianti.
più in me nasca di gioia o più di affanno.
ma pure è fregio; e che anche questo a tante
glorie sol tue si aggiunga, è mio contento.
sono tutti opra mia, ne ho pena ed onta;
con l'Assiria e con l'Asia anche me stesso.
                                  E vi saremmo ancora;
                                                 Il fuggir cauto
popolo e corte, il lungo esiglio, i vili
guerrier de l'Asia, in divenir tuo sposo,
a la nostra vendetta offrisse un braccio,
quel regio amor, che ne fa lieti, io vidi
più sicuro al tuo fato aprirsi il calle;
                      Già disse il padre; ed ora
che al mio regno, al mio sangue, a me facesti,
fosse cresciuto in me con gli anni il senso,
con cui ragion si scuote e prende l'armi.
l'offensor si conosce, ira è impotente.
                          Siane anche Arbace.  In lui,
tu del mio amor ricevi e del tuo ancora.
                                Felice or sono.
                    No, mio re. Fasto e grandezza
non occupa i miei voti. Alor che è buona,
                                              Andiamo e duri
così fausto al mio amore e a la tua gloria.
la grandezza, che t'orna, e 'l secol nostro.
regnar più che in altrui, sovra sé stessa,
se tanto e quel di più, che in te si apprezza,

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