Metrica: interrogazione
954 endecasillabi (recitativo) in Scipione nelle Spagne Venezia, Marciana, autografo 
vinta è Cartago e di un sol giorno è 'l frutto
l'altra, del nostro impero emula antica,
l'Africa, ond'ella è cinta; e 'l valor nostro,
già fra quanti ella chiude, è 'l suo gran mostro.
abbia il mondo a servir scritto è ne' fati.
ne affretta il corso. In sì verd'anni oprasti
col zelo mio, col braccio vostro, il grande
genio di Roma. A lui de l'opra il merto,
quella in suo disonor, questa in suo fasto.
più in ostaggio che in odio. Il lor riscatto
sarà per voi, forti guerrieri, un nuovo
Grande hai la fama ed hai più grande il core.
(Ma fra le glorie il fe' suo schiavo amore).
che il ben usarli. Or avrai Ispana son. Mi diede
pari al natal spiriti illustri il cielo.
non è l'affanno mio. Stretto anche il piede,
seguirò Scipio e soffrirollo in pace.
questa è questa, o signor, mia pena e tema.
anche a costo di sangue, il proprio onore.
(In sen di donna ha cor di eroe). Qual sia,
la beltà del suo sesso e tutta insieme
                                         In lei tu scorgi,
che in fertil suolo agl'Illergeti impera.
mio fu l'onor del suo servaggio (ah! ch'io
restai sua preda e tu lo sai, cor mio).
bando al nobil timor. Scipio t'impegna Roma ha per legge
di onorar la virtù, non di oltraggiarla.
anzi a la tua virtude. Ospite Essa nel campo tra noi
vegga al par de' nemici anche gli affetti.
                                                           Ah! Duce...
                                   O Sofonisba è morta
Che?... Sofonisba?... O dio!... Come?...
                                                                      Poc'anzi
da l'alta torre, onde sul mar si stende
libero il guardo, ella gittossi e cadde 'l fece
                                                              Ah! Basta.
Già troppo intesi. Empio destin, trovasti
con che atterrirmi. Invan sei forte, o core.
Né in te sento l'eroe, sento l'amante.
di sì illustre dolor sì strano caso.
del suo sepolcro. Ite veloci. (Ah! Scipio, (Partono alquanti de’ soldati romani)
restar tu puoi? Colà ti chiama, o core,
il tuo amor, la tua pace, il tuo dolore).
Aman anche gli eroi. Scipio anche serve
Fiamma gentil che a nobil cor si apprende.
(Tal per Luceio anche quest'alma avvampa).
si sdegnerà che Marzio n'arda e l'ami?
corregga il volo a' suoi mal nati affetti.
gl'incendi miei. Non condannate un'opra
prenderò esempio e legge. In sì ria sorte
il men, che mi spaventi, è la mia morte.
vendichi il vincitor. Mia voglio Elvira.
piace e lice il consiglio, amor lo inspira.
                                     Tu, mio Luceio?
Quella del mio destin. Veggo in un giorno
la città presa, i miei disfatti, il padre
ferito e schiavo. I ceppi suoi compiango;
compiango i miei. Scipio mi vede e accresce
con l'amor suo le mie sciagure. Il grido
mi giugne alfin de la tua morte. A questo
più non resisto. Odio la vita. A' flutti
mi spingo in seno, o disperata o forte.
Mi opprime il mar. L'onda qua e là mi volve;
poi non so come in su la spiaggia asciutta
riapro gli occhi e a te mi trovo a canto,
Non fur meno de' tuoi strani i miei casi.
cedé il punico Marte e 'l Marte ibero,
ritraggo il piè. Giungo ove giace un nostro
guerriero soldato soldato estinto e col favor de l'ombre
cuopro me del suo usbergo e lui del mio.
che morto io sia. Questa mi giova. Intanto
presso Cartago. E mentre veggo Entro quell'onde veggio
te in lei sottraggo, anzi, me stesso, o cara,
del rigor vostro, o dei, più non mi dolgo.
                                               A lui si asconda
ch'io sono ibero e che ti tolsi a l'onda.
grave il morir? Con qual oltraggio un tanto
dolore io meritai sul nel tuo periglio?
se in me temi un nemico, hai cor che è ingiusto,
se in me abborri un amante, hai cor che è ingrato.
di usbergo il sen, benché di allor la chioma,
senza oltraggi oltraggiare o Sofonisba o Roma.
Signor, perdita lieve era a' tuoi fasti
Volli morir; ma il mio destin ne ha colpa incolpa;
io non conto, o Scipion, l'esser tua schiava.
mi ha ridotto il terror rigor di avversa un'empia sorte
qualunque sii, tra queste braccia, amico.
sono gli eroi; né di quel sen gli amplessi,
merta uom di sangue e più di fama oscuro.
A l'opra mia premio non devi. Io tutto dei maggior premio non devi. Tutto
Chi per te nulla oprò, nulla ti chiede.
non lo additano uom vil. Chi Qual sia, ti è noto,
                               Guerriero ispano,
                           Nacqui fra' boschi. Il mio
pena e viltà. Volgo a Cartago il piede
e quel nobile aspetto, in cui ti ammiro,
smentisce i tuoi natali o gli condanna.
Qualunque sii, t'apro il mio core. In prezzo
son grandi, è ver; ma di Tersandro il core
a chi oppresso è da mali, un mal di meno.
L'amistà mi offerisci e non l'accetto.
di volgar prezzo e di sì pochi instanti.
sin con l'offese). Orsù, Tersandro, vieni
Seguirò il mio destin più che i tuoi passi
                                     Odimi, o duce,
mi dica: «Ama Scipione, io tel comando»,
Tu mio giudice il rendi ed io l'accetto.
gran beltà Sofonisba. E quella e questa
Temo che quella ceda a un sì bel volto.
Temo che a questa piaccia un sì gran merto.
forze accresce a virtude e non le scema.
la tenda è questa; e qui di Elvira attendi,
                                Trebellio, amico,
dovrò a te il gran piacer del rivederla.
generoso Cardenio, io pur pur più ti deggio.
il mio affetto t'impegno ti giuro e la mia fede.
L'amata in quella e la germana ho in questa.
che si chiede un gran colpo al braccio invitto.
Offese non minaccio. Amor ti chieggo richieggo.
in me purghi le fiamme, in te le accenda.
Io nata al trono, a vil tribuno io sposa?
patria mi sia, perché al mio sangue a fronte
più di quel ch'io ne tragga a te do fregio.
Ad un tal fregio, o cavalier romano tribuno,
più degna sposa. Elvira schiava, Elvira,
nata in cielo stranier, tanto non merta.
l'amor ti è gloria ed il voler ti è legge.
sia consiglio al voler, freno a l'orgoglio.
Già dissi. Tu risolvi. E posso e voglio.
l'alma dal sen? Dov'è un acciar? La morte Chi, o dei,
Di Elvira il core e di Cardenio il brando?
prima non tinsi entro il reo sangue il ferro?
né tutto era il tuo scampo un Marzio ucciso.
Sol mio scampo è 'l morir. Destra fraterna
caro mel rende e in te ne bacio il ferro
ogn il rischio mio, perché è tuo rischio ancora.
(Barbaro onor!) Già ti compiaccio e 'l nudo
                                            Fermati, o crudo.
                                                 Il fio
Olà. Marzio, qual ire? Onde quell'armi?
Da un cieco altrui furor. Costui di Elvira
volse l'acciar contro il mio petto istesso.
Forza di onor. Tu che sei giusto, o duce,
e assolva i falli miei l'altrui misfatto.
Cardenio son. Mi è suora Elvira. Oltraggi
                                        (Il mio rivale è questi).
(Quegli è 'l mio ben. Come di Scipio al fianco?)
vo' sottrarla col ferro. Egli mi arresta.
Marzio ancor vive; e la mia colpa è questa.
e l'istessa la salva onestà n'era il gran prezzo.
Marzio, che m'insultò, Scipio anche offese;
reo de l'altrui perfidia anch'ei si rende.
                                                          Elvira
l'armi e le leggi autorità sovrana che è giusta.
Ma non sovra il suo onor. Tu ne perdesti
                                                                Ah! Questo
de' miei sudori a pro di Roma è 'l frutto?
                              A te la tolgo, o Marzio,
anzi al tuo amor. Ma del riscatto il prezzo
Scipio, in quest'alma un mercenario affetto.
entrò nel campo. Ei di un roman tribuno
Ei m'insultò col ferro; e pur si soffre.
tel giuro, i miei guerrieri e i tuoi pur anco
che del tuo ardir prenda la pena anch'io.
Aggiugni e tuo rival. L'odio in te cresca
con la ragion di quella fiamma ond'ardi.
                                   In su la fronte, o duce,
n'è interprete più fido. Onde il tuo duolo?
                                     In che ti offendo?
                                              Non anche intendo.
                                 È ver. [illeggibile] D'Iberia il cielo
Or tu errasti [illeggibile] Or tu mi offendi in lui. Le sue catene
che in te insieme non miri il mio tiranno.
                                   Ma dirà 'l mondo
Ami sua libertade? (Esce Sofonisba; e Sofonisba resta nell’ultimo luogo presso a Luceio)
                                      Ed amo in essa
                         Sta in tuo poter.
                                                         M'imponi
qual vuoi più dura legge. Eccomi pronto.
                                                             Il fato
(Per un rival troppo ti esponi o caro). (Piano a Luceio)
                                                        Intendo.
                                     (Virtù funesta).
de di un mio rival, per liberarne un altro).
                                      Più che non pensi.
Ma lo vuole il destin. Giuro... (Vien presentata a Scipione una spada gioiellata)
                                                       Su questo
brando lo giura, indi il gradisci in dono.
Giura Tersandro ed or tuo amico io sono.
che in tuo servigio al guerrier fianco appendo.
                              A la città mi affretto,
la gloria e 'l merto a la virtù si aspetta.
                                   Breve Grave disastro
                               E pur lo toglie a' ceppi
                                   E di Tersandro Tersandro il voto. (Scipione sopragiugne)
M'hai vinto, o duce, e con l'onor difeso
che un grato ossequio, un'amistà fedele.
l'odio non muor, se ben la forza è doma;
                                        Attendi. Al campo, o fido, (Prima a Cardenio, poi a Trebellio)
va' tosto. I tuoi raccogli e Marzio osserva.
Io per te nulla oprai; né di quel volto
vestiggio alcun tengo ne l'alma impresso.
                                           Un disperato amore (Marzio si mette tra Scipione e Lu Cardenio)
mi trasse, o duce, oltre oltra il dover ne l'ira.
tolse molto al tuo error, molto al mio sdegno.
Or discolpa maggior n'è il tuo rimorso.
Cardenio mi oltraggiò. Più non n'esigo
e un fratello di Elvira ancor mi è caro.
Ma non Marzio in Scipion. Benché si chiara
                                            Soffrilo; e ascolta.
Sofonisba è 'l tuo amore, Elvira il mio.
Questa è mia spoglia; e tuo possesso è quella.
pari le leggi. E pur mi è tolta Elvira,
Ma in tuo poter, benché tu n'arda amante,
So che puro è 'l tuo foco e che non entra
Se giusto sei, se l'onor tuo ti è caro,
con cui giudichi gli altri, anche te stesso,
priva il tuo amore o ancor l'altrui consola.
                                (Di te si tratta, o core).
(Pianga, se il mio non gode anche il suo amore).
Eccomi al cenno. (Sofonisba si mette tra Luceio e Scipione)
                                  Principessa, al primo
qual per onda gran fia fiamma, il mio bel foco;
libera ti dichiaro; e poiché il fato sorte
                       (Ahi! Che dirà?)
                                                        Cardenio sia.
                      (O me infelice!)
                                                      (O me beato!)
un oprar con so virtù? Biasmi od applaudi?
(O dio! Che fo? Lodo o condanno? Il primo
offende fa torto a Sofonisba e l'altro al giusto).
(Nascesti, o cor, per non aver mai pace).
(Che dir dovrò? Manco alla fé se assento,
                                          Pensosa ancora?
Perde in Scipion con pena un che l'adora.
                                                 Prence, le devi
tutte a Tersandro. Addio. (Se qui mi arresto
vacilla la costanza e vince amore). (Parte)
che io vegga ne' tuoi lumi un raggio amico.
Mirali; e in lor vedrai sol pianto e lutto.
                              O dio! Morir.
                                                         Cotanto
Deh! Non cercar di più. Lasciami in pace.
Ma E tu, caro Tersandro, a che sì mesto?
lieto ne l'amor suo, sveglia in quel core
per me qualche pietà. Fa' che più lieta
Deh! Non cercar di più. Lasciami in pace.
Sciagura esser non può, s'è da virtude.
Cardenio a' ceppi suoi, ci ne fa infelici.
                                 Fui generoso;
                                   Oprar da forte; e quando
l'altro è in periglio. Il mio consenso è un torto
incontra corre, dovunque pieghi, al suo naufragio.
                                        Vi applause e tacque.
Più di quel che ne pensi alto è l'arcano.
                                                L'amo, o germano.
                                                             Affrena
Tersandro in esso. Amo in Tersandro altrui.
                              Il tuo rival, l'eccelso
de' Celtiberi prence, è desso, è desso.
Morto non è? (Son di stupore oppresso).
Vive l'invitto. Io ben più volte il vidi;
Speme ch'è mio conforto o falsa o vera.
trovo il rival. Quanto opportuno ei giugne!
(Ma se oprai con virtù, di che mi dolgo?)
Non ti aggravi, o Tersandro, [illeggibile]
                                  (Quale richiesta!)
                      Ei ne uscì illeso.
                                                      Entro Cartago
che in sen per Sofonisba amor gli accese.
Non può spegnerla in lui tempo né morte.
Ah principe! Ah Luceio! Il grado e 'l nome
che da l'opre, dal labbro e dal sembiante,
                                                        Più tosto
non si conti il mio amor né l'odio mio.
il più de' miei voti il più caro, anzi de' tuoi;
più non posso accettarla. Ella è tuo merto;
mel vuoi rapir. Vil, se l'accetto, io sono.
                                 Giugne Scipione.
                                                                   O pene!
Sin ne l'altrui virtude odio il mio bene.
segno è nota d'alma plebea, me non ingombri.
Grande è 'l tuo don. L'amo e l'amai ma il tolgo
del mio rifiuto; e Scipio non si offenda
che per mia gloria un suo favor gli renda.
Cardenio, ammiro onoro il nobil atto e l'amo;
                                   Offrir tu 'l puoi; ma tutta
                                                Il mio dovere
Risponderò qual deggio (e non qual bramo).
Tu vietarlo non puoi puoi, perch'egli è grato;
tu sdegnarti non puoi, perch'egli è giusto.
Saria tua colpa amar ch'ei fosse ingrato.
Saria tuo scorno impor ch'ei fosse ingiusto.
Resto convinto e 'l tuo rifiuto accetto.
Ho vinto sì; ma 'l cor mi langue in petto.
La mia gloria e 'l mio core ecco in periglio.
Sovvienmi, amico, e l' tua amistà mi vaglia
                                          In me costante
viver non posso. Il trattenerla è colpa.
sacra amistà, tu che l'hai tolta a l'onde
                                                                   Io, duce?
Sì, confido al tuo zel l'alta mia sorte
                                                Di', che rispondi?
                                     Caro Tersandro.
doveasi armar contra il mio core istesso
La mia Elvira fra questi taciti qui spesso qui spesso il piè rivolge.
meglio custodirò ciò che è mio [mia spoglia] acquisto.
ve ne accertò, l'infausto laccio infranse.
decreta il cielo; e a noi soffrir conviene.
Io tuo non posso; esser non puoi tu mia.
                                   Men funesto e rio
Vuol così il 'l ciel. Così 'l dover l'impone.
Esser dei... Lo dirò?... Sì... di Scipione.
È questo il tuo destin. Questo è 'l mio impegno.
                                                        E te ne priego.
è un dir che non mi amasti e che non m'ami.
È un creder ch'io non t'ami o t'ami poco.
                                          Lo so e ten chieggo
                                    Col tuo rifiuto
che mi niega un piacer, più mi tormenti.
fermati e mi permetti concedi un sol momento,
sceglier possa il mio cor la men crudele.
la tua vita o 'l mio amor. Deh! Per pietade,
snuda l'acciaro e in questo sen l'immergi.
                                    Che sua sarai.
                                                                Disponi
di me qual brami. In sì martiri immensi
ciò ch'io voglia non so né so ch'io pensi.
sta in pena l'amor mio. Tu ne decidi (Luceio resta in mezzo)
(O dio!) Leggi, o signor, su quel bel volto
dillo tu stesso ancor, labbro amoroso; (A Sofonisba)
                                          E sarà ver che alfine (Accostandosi a Sofonisba e Luceio sta un poco più indietro)
Scipio a Luceio in quel bel cor succeda?
Non mel tacer, non mi celar quegli occhi. (Sofonisba rivolge gli occhi ad altra parte, piangendo)
Scipion... (Più dir non posso). (Sofonisba si volge a Scipione e poi fa lo stesso che prima)
                                                         (Ella mi accora
ma si adempia il trionfo e poi si mora). (Luceio si mette in mezzo a Scipione e a Sofonisba)
                                              A' tuoi diletti
non si oppone, o signor, che il suo Luceio
No, di' la fiamma sua. Vive quel prence.
(Caro, non ti scoprir). (Piano a Luceio)
                                           Vive in Cartago, (A Scipione)
anzi al tuo fianco e tu lo vedi e 'l senti.
                            (O perigli!) Eccolo, o duce,
mesti sospiri. (Abbi di me pietade). (Piano a Luceio. Scipione si mette in atto pensoso)
Dover mi sforza. O corrispondi o parlo. (Piano a Sofonisba)
                                     Dunque morranno (Come da sé)
benché prieghi Tersandro, è ancora ingiusta.
Che tardi più? Proconsolo di Roma... (Prima a Sofonisba, poi a Scipione)
deposi il mio. Più non resisto contendo e serbo
Sì, tua sarò. Se poi verrà quel giorno (Prima a Scipione, poi a Luceio)
che a te spiaccia, Tersandro, il fatal nodo,
Fedele amico Quanto ti deggio! Ad affrettar men vado
                                            E tu, mio caro, alora
ne accrescerai con la tua vista il pregio.
e più certo e più grande il mio diletto.
Hai più strali, o fortuna? Hai più sciagure...
                                           E 'l tuo bel volto
                               Tu del germano
                           Ma questo cor, sì, questo
                                       E perché amante.
seco è Tersandro. Attenderò ch'ei parta).
               (Che sento?)
                                         Ed a l'amor pudico
                            (L'odo? La soffro? E taccio?)
Né mercé te ne chieggio. Il solo amarti a A la mia fede
inimica d'amor, come favella! (Marzio si pone nel mezzo)
                  Ti udì, ti udì quel Marzio, ingrata,
non dal tuo onor ma dal tuo basso affetto
E questo è 'l tuo? Questo è l'onore ispano?
                                                                    Siegui.
                                          Non hai difesa,
E quest'acciar vendicherà le offese (Dando di mano alla spada)
Su, principii da te la mia vendetta; (Facendo lo stesso)
trovi di che arrossir quell'alma ria. (Accennando Elvira)
Non è facil trofeo la morte mia. (Si battono)
Contra un tribun l'ira si volge e 'l ferro?
virtù ammira, o Scipion. Costei, che altera
sel può, l'ingrata. Io qui l'udii né l'ira
                           Tanta viltà in Elvira?
             (Tacer mi è forza. Amor tiranno!)
non è indegno di lei. Sa qual si asconde
Sa qual ei nacque e sa ch'ei nacque al trono.
Marzio il sappia e Scipion. Luceio i' sono.
                                 E se quel sei, fra poco
(Egli l'onor mi difende salva e 'l cor mi svena).
vorrai soffrire il tuo nemico e 'l nostro,
e si acclami colà, Luceio mora. (Parte furioso)
                                             In che mi accusi?
                                        Nome e fortuna
                                                          (O caro!)
                                         Perché amar deggio
più di lei la mia gloria e 'l mio dovere.
non trarre il piè. Colà ben tosto udrai
Qualunque sia del tuo voler la legge, (A Scipione)
e me ne assolva l'amor tuo pudico, (Ad Elvira)
fedele amante e generoso amico. (A Scipione)
                                         No principessa,
non ti è noto Scipion. Vedrà oggi il mondo
più rival ne l'affetto e ne la gloria. (Parte)
                              Il tollerarne l'onte
                                Ne la per Per la tua vita
                                        Almeno in essa
Se 'l perdo per virtù, ne mostro il prezzo.
qual valor, qual consiglio argini oppone?
                                                  Quel di Scipione.
per cui deggio esser tua. Tua sol mi fece
e con lui perdi e Sofonisba 'l donatore e 'l dono.
Libero è 'l porto e là non serpe ancora
pronto i flutti aprirà. Questa è tua guida. (Mostrandogli una delle sue guardie)
                               Virtù, che nuoce
Qui del campo è 'l poter, non del Senato.
                                                                 Ovunque
non ripugni il dover mi è sacro il nome.
Un mio priego non val. Vaglia un mio impero.
in due nomi è un sol cor; ma questo core
                           (O dover!)
                                                 (Torno a morire).
Ella, ch'è rischio tuo, sia tua salvezza.
                                                    Purché tu viva,
                                                  Siegui che hai vinto. (Piano a Sofonisba e osservato da Luceio. Scipione si avanza dietro Luceio Sofonisba [illeggibile])
per mio rossor? Pur ti ubbidisco. Andiamo.
La mia fede l'impone. Andiamo. Hai vinto. (Luceio la prende per mano e ponsi in atto di partirsi)
(E così tu morrai, povero core). (Luceio nel voler partire s’incammina da quella parte dove è Scipione e veduto si ferma in atto pensoso)
                                       (Torno a temere). (Luceio va a Scipione lasciando Sofonisba)
No, non morrà, s'io pur sarò qual sono...
si unì Trebellio. Anche dal campo al porto
                                          A te, gran duce,
chiede Marzio inchinarsi; e insieme chiede,
m'invio su l'orme. In tal destin più temo
che l'altrui sdegno, il suo coraggio estremo. (Parte)
salvarti preservarti Luceio e avere il vanto,
ma rea di tue sciagure. Odiala. È giusto.
Altro non posso odiar che il mio destino.
diedi i cenni opportuni. Or Marzio venga.
Tolga il cielo, o signor, che tu condanni
Chi ha l'amor di Scipion degno è del nostro.
Marzio Scipio trovar non può; Marzio nol vuole.
né la soffre Scipion. Pur questi ed altri
N'hai la mia fé; ma verrà tempo; e ancora
Ciò che intanto io risolva, udrai fra poco.
Né che a pro di Luceio il mio non tenti.
che in fier tumulto a la sua morte aspira,
                                   A questa legge?...
                                                                     A questa
sento fra' mali anch'io l'alma perplessa,
Ma 'l tuo onor mi si chiede, il tuo germano
Sai qual sia Marzio? Un vincitore amante.
Sai qual sia Elvira? Un'onestà costante.
                                       A risoluto core
presso Elvira mi assolva; e Marzio apprenda
rischi non temo. Andrò con Marzio al campo.
                                           Andrò per torti a l'ira
                                      Ah! Principessa...
                  Si ascolti Elvira. Il mio consenso
l'arbitrio è mio. Nieghi Luceio o assenta,
                                      La sua difesa
sarà mio impegno e 'l tuo timor mi offende.
Per me ti arrischi e tu ne perdi il frutto.
            Non più gare. A te convien, Luceio,
Che si tarda, o signor? Spiegansi al vento
Si minacciano assalti e lunghi indugi. (Luceio sta pensoso)
che tu mi dai. Marzio pria venga e 'l patto,
                               (Vivrà il mio caro... O dio!
                                       A me ti volgi,
                                          Questo è 'l mio voto.
                           Questo n'è 'l prezzo e 'l giuro.
                                         Torno a' tuoi ceppi.
                                        (Soffrir conviene).
                                    (Non mi uccidete, o pene).
                                                       Ignoto,
                                                Alor soggiaccia
ma sicuro è 'l tuo scampo e 'l mio diletto.
Addio, Scipio. Addio, Elvira. Addio, Cardenio.
con la degna tua sposa, i lunghi anche i tuoi giorni.
                     O destino!
                                           O pena!
                                                            O vita!
Su, Romani, su, amici, a l'armi, a l'armi.
Ma che? Da la città Marzio a noi riede   (Esce Marzio da la città seguito da Luceio)
d'uopo il richiegga, i detti miei seconda.
Tue parti adempi; io seguirò i miei voti. (A Marzio; Luceio si ferma in lontano e Marzio si avanza verso Trebellio)
Venga; e se tanto ardisce, a noi le porti.
mal difese sue torri e al suo fianco uccideremo il nostro
                           Io vi precedo. Andiamo.
                                      Luceio cada.
                                             Egli è Tersandro.
                                          Luceio cada.
Marzio, Marzio lo trasse ed io vel mostro.
                                         O dei!
                                                       Volgete
                           Cerco morir da forte.
toglie a me un gran rossore, a te un gran bene.
                             Or che s'indugia a darmi
serbinsi, o prodi. Ei su la loro vita (Vanno uscendo della città Scipione e gli altri)
                                     Viva Scipione.
                                                  Invitto eroe,
sfidò la morte; e fe' arrossir noi tutti.
Ecco Marzio al tuo piè, quel Marzio audace,
Sorgi; e de mio perdon renditi degno. (Marzio si leva)
Libera sei del tuo servaggio indegno. (Ad Elvira)
Non l'ho che in Sofonisba. Io te la rendo.
                         Tu ne hai la fé.
                                                      Tu il core.
                                     E tua l'amore.
                                           Egli è romano.
                                                    Scelgasi Elvira.
s'ella ha per me fiamma d'affetto in seno,
Al grande assalto or t'apparecchia, o core.
               Da te dipende...
                                              A te s'aspetta....
(Per Luceio ella avvampa. Io spero invano).
                                Amico, ho vinto.
Vedrò anche il mondo al tuo valor sommesso,
or che con tanto amor vinto hai te stesso.
                                         Ti abbraccio, o sposo.
                                            Il mio riposo.

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