Metrica: interrogazione
92 ottonari in Venceslao Praga, Wickhatt, 1725 
   Viva il prode Ernando, viva,
s'or tra palme e invitti allori
rende a noi la verde uliva;
viva il prode Ernado, viva.
   Celerò la fiamma ond'ardo;
non dirò qual sia lo sguardo
che m'impiaga in seno il cor.
   Cercherò nell'ubbidirti
e 'l conforto al mio dolor.
   Per serbar le leggi in me,
da regnante io ben saprò.
   Né sperar, benché sei figlio,
ch'io mutar possa consiglio,
   Ti consiglio a far ritorno,
   Col piacer che siate miei,
   Da voi parto sì contento
che in lasciarvi più non sento
   Se parlasse all'alma mia
la mia ingrata, la mia bella,
   ma il vederla sì crudele
   Viva il prode Ernando, viva,
   Armi ha il ciel per gastigar
l'empietà su regie fronti.
   Che non sempre fulminar
vuol le sole torri e i monti.
   Così amor quell'ape il mele
or da questo or da quel fiore
   E se mai quel dolce umore
da un sol fior sugger volesse,
certo in onta a un gran sudore
   «Cara parte di quest'alma,
torna, torna ad abbracciarmi,
   Traditore, più che amore
brami piaghe e vuoi svenarmi?
   Tornerà fedele amante
l'incostante figlio ingrato.
   Egli è impegno d'un regnante
   Più fedele e più amoroso
   Ei dirà: «Mia cara vita,
ti ho tradita, or ti amerò».
   Parto, o re, non osa il labbro
   perché troppo il dolce nome
fa più grave il mio delitto
   Date morte... Ah no! Fermate
                    Abbraccia.
                                          Questo petto.
                           Mio diletto.
   E se teco io non vivrò,
   Stelle voi, che de' regnanti
   Di rea Cloto il fiero sdegno,
che minaccia il rege e 'l regno,
   L'arte, sì, del ben regnar
   Può languir l'ira nel petto,
può cessar ogn'altro affetto,
   Del perduto mio diletto
   Vivi e regna fortunato,
   te si unisca a far beato

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