Metrica: interrogazione
120 ottonari in Venceslao Verona, Merli, 1708 
   Se ti offendo, tacerò;
di qual fiamma avvampi il cor.
   Cercherò ne l’ubbidirti
la mercede a la mia fede
e ’l conforto al mio dolor.
fida scorta il ciel si fa.
   Protettor degl’innocenti
debellar sa i tradimenti
   Ti consiglio a far ritorno,
né cercar più di così.
   Col piacer che siate miei,
occhi bei, vi dico addio.
   Da voi parto sì contento
che in lasciarvi più non sento
il poter de l’amor mio.
   Bocca bella, del mio duolo
non mi chiedere il perché.
   Il saper ti basti solo
è l’amare un cor crudele
che l’amarne un traditor.
   Il suo amor piange sprezzata,
ingannata, anche il suo onor.
   Commun bene, amica diva,
bella Pace, ognun ti onori;
ed a l’ombra degli allori
cresca ognor tua verde uliva.
   Care spiagge, amato regno,
ferme gioie a voi prometto.
Qui sia riso e qui diletto
né lo turbi invidia o sdegno.
   Armi ha ’l ciel per gastigar
l’empietà su regie fronti;
   e più spesso ei fulminar
suole irato e torri e monti.
   Parto amante e parto amico,
   Se nol credi o te ne offendi,
la fortezza di quest’alma,
   D’ire armato il braccio forte
   Duolmi sol che il fier rivale
sotto a questo acciar reale
   Cara parte di quest’alma, (Se gli accosta)
torna, torna ad abbracciarmi.
                             A l’armi, a l’armi. (Casimiro dà di mano alla spada e con impeto da sé risospigne Lucinda)
   Traditore, più che amore
brami piaghe e vuoi svenarmi?
   Nel seren di quel sembiante
   E saprà di un incostante
   Più fedele e più amoroso
   Ei dirà: «Mia cara vita,
ti ho tradita e ti amerò».
   Dolci brame di vendetta
   Voi dovreste esser più liete
e ’l mio cor non sa perché. (Casimiro in atto di deporre lo stile sul tavolino, vede il padre nello stesso momento in cui il padre alzando gli occhi vede il figliuolo)
   Da te parto e parto afflitto,
   Ma poi tacqui il dolce nome,
che più aggrava il mio delitto
e più accresce il tuo dolor.
   Sarà gloria a la costanza
   Toglie il merito a la fede
   Date morte... Ah no! Fermate
   Parlo lieto e vedo amore,
già sul ciglio a trionfar.
   Né più forza avrà il dolore
                    Abbraccia.
                                          Questo petto.
                           Mio diletto.
   Senti, senti questo core,
come immenso è in lui l’amore,
sommo ancora è ’l suo piacer.
   E se teco io non vivrò,
   Pria ch’io parta, o caro sposo,
prendi almen l’ultimo amplesso,
dimmi ancor: «Lucinda addio».
   Già il mio cor, tutto pietoso,
verrà sempre teco appresso
   Mi fan guerra dentro al core
   L’una vuol ch’in grembo a morte
l’altra grida che all’amore
   L’arte, sì, del ben regnar
da me il mondo apprenderà.
   Ei vedrà che so serbar
   Può languir l’ira nel petto
ma l’amor languir non può.
   Per trofeo di mia costanza,
   Viva e regni Casimiro.
   Non mi dir di amarmi più,
   Vivi e regna fortunato,
   Te si unisca a far beato
tempo e sorte, amor e fé.

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