Metrica: interrogazione
530 settenari (recitativo) in Venceslao Verona, Merli, 1708 
Venceslao sempre invitto,
già ’l superbo moldavo
de l’alme più rubelle
grand’esempio e gran pena,
là su l’Istro confessa,
Le tue vittorie, Ernando,
del poter nostro. Hai vinto;
Vieni, onde al sen ti stringa,
o forte del mio regno (Lo abbraccia)
                                O sempre
generoso Alessandro. (Si abbracciano)
non dee lasciarmi ingrato.
                Temo nel prezzo
Vil non fia ciò che puote
Dirò, poiché lo imponi,
tutto il premio ch’io cerco
in sé racchiude un volto.
                    Ernando amante?
                 (Ah! Più nol soffro).
                            Amutisci,
che non fia chi ’l sorpassi
E ch’ei tema, gli aggiugni,
che un mio servo, un Ernando
l’illustre principessa...
stranieri in quella corte...
                     È morta forse?
             Che far poss’io?
(Misera principessa!) (Si ritirano in disparte)
Reina, in questi arnesi...
vi affissate, o miei lumi.
Egli è ’l tuo Casimiro.
l’alto onor d’inchinarti.
                              Lucindo.
                    Sì, l’erede
s’incontraro co’ suoi.
scambievol fiamma, io seco
(Fisso mi osserva). Ommai
si strinse il sacro nodo,
ti diede il casto amplesso.
Così m’impose il dirti
fa’ ch’io ’l sappia, onde fine
(A lagrimar mi astringe).
Dimmi, che sperar deggio?
A l’ombra de’ tuoi lauri
                           E grande.
                  Or la dimora
Ma quale è ’l tuo consiglio?
                              O dio!
Temi il mal, non il bene.
l’amor, la fede, Ernando.
Verrò cinto da l’ombre
                   (Fra sé che pensa?)
Da lei che adori or prendi
                             Perché?
non è offesa al tuo grado,
ti trasporta il tuo sdegno.
Erenice offendesti. (A Casimiro)
                L’amor di Ernando
grave offesa è al tuo grado.
Questo è ’l tuo sol comando
                                       Amore.
Questo è ’l tuo sol desio
                    Spergiuri affetti,
fia sacro a’ miei natali.
più de l’Istro e del Tebro,
velen l’aure ne infetti.
principe, i passi. A quanto
                                      (O note!)
                  Prendi e rimira.
«Per quanto ha di più sacro, (Legge)
signor. Mentito è ’l grado,
                   Casimiro,
tuo egual, che meco io trassi
per mia bocca or t’invita
                                Assento
Se in più beltà ti adoro,
godrà l’amico. Io ’l nodo
nel piacer de’ tuoi lumi
                    Già nel mio core
son reo. Lascia che almeno
Sia l’ubbidirti, o bella,
Parli il labro e ’l confessi,
per più offender l’amico?
Per più macchiar?... Ma dove,
E m’ami, alfin vuoi dirmi,
Voglio esser reo né posso.
Egli è ’l prence e l’erede
de l’impuro tuo affetto?
insidia è ’l pentimento.
                       Che arrechi?
L’offerta d’un diadema,
già sposa ad altri amplessi.
                                   È tempo...
(Stragi preveggo e lutto).
sciolto cadesse e infranto
giunser mai con gl’incensi
anche i più brevi indugi,
O tu, che ancor non veggio (Casimiro sta confuso)
t’è di Lucinda e ’l nome?
Fede non le giurasti? (Casimiro non la guarda)
Dunque a l’armi, spergiuro. (Dà di mano alla spada)
Sieguasi il tuo furor. (Siegue l’abbattimento in cui Casimiro gitta con un colpo di mano a Lucinda la spada)
Se’ vinto; ed è ’l tuo torto
Già sorgon l’ombre ed io,
Sento nell’alma un misto
La notte avanza; e ’l prence
                                  Gismondo,
E pur cresce nel seno (Si asside al tavolino)
Che acciaro è quel? Che sangue
ne stilla ancor? Qual colpo
                  Parla.
                               Poc’anzi...
andai... Venni... L’amore...
Lo sdegno... Una ne l’altra
Gran timido è un gran reo.
                                         O dei! (Si leva)
                                   Ed io,
Io morto? Ho vita, ho spirto
                            (O ferro!
Signor, che il tuo potere (A’ piedi di Venceslao)
che ’l tuo dolor mi chiede.
per me avvampar. Ma ’l foco
sparso era il ciel, quand’egli
                                 (O cieco
Sì, morto è l’infelice!
Quel ferro ancor fumante (Casimiro si lascia cader lo stile di mano)
Parla. Le tue discolpe (A Casimiro)
                     Sì, la spada.
Eccola, o re. Già ’l core (Depone la spada sul tavolino)
Così l’onor mi rendi? (Piange)
            Dal duro uffizio
                                Or vanne
Ma se ’l prence al mio amore
anch’io voglio, anch’io giuro.
Ben ne ho dolor; ma indegno
ed or, bella, a’ tuoi piedi
tuo pianto io son contenta.
le stringe; e questa reggia
            Si avvanza a’ tuoi cenni
                           Venga.
De’ più illustri sponsali
Figlio, in onta a tue colpe
Tutt’altro oggi attendevi
                                Deh come
m’è ’l dono tuo. Lo accetto,
                             E vita
                                 Regina,
                    In Casimiro
                             Padre.
Crudel, se’ sposo ancora.
Anzi questo è ’l sol nome
che più mi è caro, io meco
Va’ pur; ti è cara, il veggio,
Sì, vivi, il dono è questo
                            E senza
                       E prendi in questo
l’ultimo abbracciamento.
                    Ahi pena!
                                         Ahi sorte!
                    Sì, ma vanne
                           Opportuno
L’avrai quando anche fosse
rompi ogn’indugio ed arma
tu non cerchi al periglio,
Sono infranti i suoi ceppi,
Erenice, Lucinda, (Da sé passeggiando)
Che sarà? O del mio sposo
ch’io chieder posso. Ah prima
v’è chi si opponga, questo,
del mio, del vostro eccesso
volontario a’ tuoi ceppi;
Ora non fia ch’io chiuda
                                Al soglio
piego umil le ginocchia. (Casimiro ascende due o tre gradini del trono e s’inginocchia dinanzi al padre)
(Cor, non anche t’intendo).
                               Conviene
(Gioie, non mi opprimete).
La corona io ricevo (Preso per mano Casimiro discende con esso lui dal trono)

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