L’Engelberta (Zeno e Pariati), Milano, Ghisolfi, 1708

 SCENA V
 
 METILDE e poi ARRIGO
 
 METILDE
 Mi fa pietà ma giova
 di Engelberta a la fama il suo tormento.
 Il mio caro Bonoso
 già mi affidò di Lodovico i cenni
1455e la bella pietà della sua fede.
 ARRIGO
 A la dolce tua fiamma il cor sen riede.
 METILDE
 Arrigo.
 ARRIGO
                 Principessa,
 la virtù de la madre
 fortuna è de la figlia. Un certo grido
1460ch’ella morì innocente or mi richiama
 al mio laccio primiero.
 METILDE
 Chi una volta ne uscì, più non vi rieda.
 ARRIGO
 Or sì Metilde umil piace ad Arrigo.
 METILDE
 Ma non pace a Metilde Arrigo altero.
 ARRIGO
1465Di mia bontà ti abusi.
 METILDE
 Perdona, e che vorresti?
 ARRIGO
 Saper come tu accolga
 il mio cor che ritorna al primo ardore.
 METILDE
 No no, resti dov’è.
 ARRIGO
1470Per mio novo comando,
 ei rivola al tuo seno.
 METILDE
                                       Ed io, signore,
 qui comando al mio sen che nol riceva.
 ARRIGO
 Come?
 METILDE
                 Dissi.
 ARRIGO
                              Mi osserva.
 METILDE
                                                     Io ben il vedo.
 ARRIGO
 M’ami?
 METILDE
                  Non posso.
 ARRIGO
                                        Eh! Mi amerai.
 METILDE
                                                                      Nol credo.
 ARRIGO
 
1475   Prendi il mio cor ch’è cor d’un re che t’ama.
 È vanto troppo rio
 cercar, idolo mio,
 dal mio penar diletto e fama.
 
 METILDE
 
    Sprezza il mio cor il cor d’un re che m’ama.
1480E col tuo amor non curo di regnar.
 Se un cor che ti disprezza
 fa oltraggio a tua grandezza,
 lascia d’amar chi non ti brama.
 
 
 
 
 

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