Caio Fabbricio, Vienna, van Ghelen, 1729

 Piazza di Taranto, dinanzi al palazzo pubblico, tutta ornata di arazzi e d’altri ricchi addobbi, con festoni di fiori e d’altri vaghi ornamenti. Logge all’intorno piene di popolo, con apparato e prospetto che rappresenta la reggia dell’Allegrezza, corteggiata dai suoi seguaci bizzarramente mascherati, i quali dipoi intrecciano il ballo.
 
 ALLEGREZZA
 
    A noi lieta e ridente
 torna la bella età.
 
 CORO
 
    A noi lieta e ridente
510torna la bella età.
 
    Godiamo, amica gente,
 che troppo ratto ancora
 da noi s’involerà. (Il canto è accompagnato dal ballo)
 
    Godiamo, amica gente;
515che troppo ratto ancora
 da noi s’involerà.
 
 ALLEGREZZA
 Torna la bella età. Tornan del prisco
 benefico Saturno
 gli aurei felici tempi, in cui non era
520né servaggio né impero
 di giudice severo.
 Tutto era pace, libertà, diletto.
 Rancor non si sapea, guerra o sospetto. (Siegue di nuovo il ballo con accompagnamento di canto)
 
 MEZZO IL CORO
 
    Che età gradita!
525Che dolce vita,
 il poter vivere
 sol per goder!
 
 TUTTO
 
    Che età gradita!
 Che dolce vita,
530il poter vivere
 sol per goder!
 
 L’ALTRO MEZZO
 
    E de le infeste
 cure moleste
 alcun non prendersi
535tedio e pensier!
 
 TUTTO
 
    E de le infeste
 cure moleste
 alcun non prendersi
 tedio e pensier!
 
 MEZZO IL CORO
 
540   Né alor rancore
 turbava amore;
 né beltà instabile
 facea temer.
 
 L’ALTRO MEZZO
 
    Ma tra i diletti
545di caldi affetti
 sospiri udivansi
 sol di piacer.
 
 TUTTO IL CORO
 
    Un solo de’ bei giorni
 almeno a noi ritorni;
550e fuor d’amare ambasce
 sappiamone gioir.
 
    Sorga o tramonti il sole,
 fra mense e fra carole
 oggi ne trovi e lasce;
555né ci contristi o morda
 l’incomodo avvenir. (Finito il ballo ed il canto, tutti si partono e rimane libera la scena, il cui prospetto si chiude)