Aminta, Firenze, Vangelisti, 1703

 ATTO SECONDO
 
 SCENA PRIMA
 
 Cortile.
 
 ADRASTO
 
 ADRASTO
 Timidi affetti, ogni riguardo or ceda;
 or v’invito a goder. Celia in me trovi
 non un pastor... Ma posso
 così avvilirmi? Adrasto,
640ciò che amasti pastor, principe oblia.
 Ah! Celia, ch’io non t’ami? A che ti fece
 sì bella il ciel? Non ti formò natura
 per lasciarti perir fra’ boschi ignota.
 Sì, t’amerò, nulla distingue amore;
645godrò che la tua sorte
 opra sia non del ciel ma del mio core.
 
 SCENA II
 
 SILVIO e ADRASTO
 
 ADRASTO
 Silvio, giugni opportuno.
 SILVIO
 Che chiedi, Adrasto?
 ADRASTO
 So che ami Celia e so che Celia ancora
650egualmente ti adora.
 SILVIO
                                         Amor fra noi
 fe’ di due cori un cor.
 ADRASTO
                                          Degni ambo siete
 di un sì bel nodo. Anche rival, nol niego;
 pur convien ch’ei si sciolga.
 SILVIO
                                                    Io pria la vita...
 ADRASTO
 Amo Celia, e tu ’l sai, ma non ancora
655il tuo rival ti è noto. Adrasto io sono,
 non son plebeo, non vil pastor. Ravvisa
 in queste spoglie ascoso
 un germoglio real. Son d’Argo il prence.
 SILVIO
 (Che sento?)
 ADRASTO
                           Al trono io nacqui e al trono io penso
660Celia inalzar.
 SILVIO
                           (Misero me!)
 ADRASTO
                                                      So quanto
 sia grave a chi ben ama
 perdere il bene amato.
 Ma consolar ti dee
 del grado mio, della sua gloria il fato.
665Che risolvi?
 SILVIO
                         (O martir!)
 ADRASTO
                                                 Rispondi.
 SILVIO
                                                                     O pena!
 ADRASTO
 Del tuo duolo ho pietà; ma che far posso?
 Che far tu vuoi? Sì bella sorte a Celia
 non invidiar. Soffri il suo bene e l’ama,
 in guiderdon dell’opra,
670dalla viltà de’ boschi
 te pur trarrò. Tutto sperar ti lice
 da un grato re, da un amator felice.
 
    Consolati; non piangere;
 lascia di sospirar.
 
675   Ti dia gloria e diletto
 veder l’amato oggetto
 cinto di gemme il crine
 tra gli ostri a sfavillar.
 
 SCENA III
 
 SILVIO e poi CELIA
 
 SILVIO
 Misero Silvio! Ecco disperde il vento
680i tuoi dolci contenti,
 le tue belle speranze un sol momento...
 CELIA
 
    Vengo a voi, luci adorate, (Silvio piange senza guardarla)
 astri bei della mia vita,
 vengo a voi...
 
685Silvio di un guardo solo
 meco ritroso?
 SILVIO
                            O duolo!
 CELIA
 Tu mel nieghi e non parli?
 Non son io la tua Celia?
 Così mi accogli?
 SILVIO
                                 O dio!
 
690   Vezzosette nel vostro pianto
 serenatevi, o pupillette,
 e cessate di pianger tanto.
 
 Lascia, lascia che pianga
 il tuo, deh non più tuo, Silvio infelice.
 CELIA
695Come?
 SILVIO
                 Ma i numi attesto
 che non piango la tua, piango la mia
 felicità perduta. E pur dovrei
 col piacer del tuo bene
 consolar, ma non posso, i mali miei.
 CELIA
700Che linguaggio è mai questo?
 Qual perdita è la tua? Qual bene è ’l mio?
 Parla. Che sai?
 SILVIO
                              Deggio pur dirlo... Adrasto...
 CELIA
 Siegui.
 SILVIO
                 E il nuncio istesso
 sarò della mia morte?
705O Celia! O amore! O sorte!
 CELIA
 Deh, se m’ami e se caro
 t’è l’amor mio, di’, parla;
 non tormentarmi più.
 SILVIO
                                           (Tregua, o sospiri).
 Celia, più mia non sei.
 CELIA
710Io non più tua? Chi mi t’invola? Adunque
 v’è poter, v’è destino
 del nostro amor più forte?
 Io non più tua? Qual nume
 la nostra pace a invidiar si è mosso?
715Io non più tua? Dimmi, perché?
 SILVIO
                                                             Non posso.
 
    Non posso, o bocca bella,
 non posso dir di più;
 
    e come aver poss’io
 respir che più sia mio,
720se perdo in te quel cor
 che mio già fu?
 
 SCENA IV
 
 CELIA
 
 CELIA
 Che può Silvio temer? Gli è noto forse
 ch’io sia nata regina?
 Amor me gli fa eguale. Eccomi ninfa.
725Celia son, non Elisa.
 Tempe è la mia Sicilia,
 il suo core il mio regno. Un dolce sguardo
 ch’esca da’ suoi begli occhi,
 un sorriso giocondo,
730che dal labro gentil parta amoroso,
 stimo più d’ogn’impero e più del mondo.
 
    Sei bello, sei quello
 che l’anima apprezza
 più d’ogni grandezza,
735più d’ogni beltà.
 
    Del volto che adoro
 più raro tesoro
 non tien la fortuna,
 amore non ha.
 
 SCENA V
 
 Bosco.
 
 EURIDICE
 
 EURIDICE
740Che facesti, Euridice,
 cieca nell’ira tua? Ti consigliasti
 ben col tuo cor, quando a sì duro esiglio
 dannar potesti il tuo pentito Aminta?
 Torna, Aminta, ritorna.
745Ti scacciò il labro, or ti richiama il core;
 vien dell’empia sentenza
 la vendetta a mirar nel mio dolore.
 
    Tortorella in tua favella
 talor chiami il tuo diletto
750e dal nido o pur dal ramo
 dolcemente ei ti risponde.
 
    Io, crudel, quando a me viene,
 da me scaccio il caro bene;
 se poi ’l cerco e lo richiamo,
755ei non sente o mi s’asconde.
 
 SCENA VI
 
 EURIDICE, ADRASTO
 
 ADRASTO
 Vivo? Spiro? E mi resta
 pianto a versar, voce a lagnarmi ancor?
 EURIDICE
 Qual mesto suono!
 ADRASTO
                                     O vista!
 O spettacolo atroce! O re infelice!
 EURIDICE
760Qual nuovo male, Adrasto?
 ADRASTO
 Ah regina, regina.
 EURIDICE
                                    Un mortal ghiaccio
 m’assale il cor, m’occupa l’ossa. Parla.
 ADRASTO
 Che dir poss’io? Che udir vuoi tu? Te stessa
 interroga e saprai
765la cagion del mio pianto
 meglio dal tuo rigor che dal mio labro.
 EURIDICE
 Che sarà mai?
 ADRASTO
                              Quanto alla Grecia, al mondo,
 quanto a te, quanto a noi
 tolse tua crudeltà; l’onor dell’armi,
770il fregio degli eroi,
 la gloria de’ monarchi
 per te mancò, per te sol cadde estinta.
 EURIDICE
 O dei! Compisci.
 ADRASTO
                                  È morto...
 EURIDICE
 Chi? Parla.
 ADRASTO
                        È morto... Aminta.
 EURIDICE
                                                            O cieli! Amin... (Sviene Euridice; e Aminta, dall’albero più vicino accorrendo, la sostiene nelle sue braccia)
 
 SCENA VII
 
 AMINTA, ADRASTO, EURIDICE svenuta
 
 AMINTA
775Muore, o ciel, la mia vita.
 Crudele amico e più crudele inganno!
 ADRASTO
 Mio re, non paventar; l’alma, sorpresa
 da deliquio mortal, ben presto a’ sensi
 ritornerà. Vedi or se t’ama.
 AMINTA
                                                    Corri
780alla vicina fonte, il passo affretta.
 Ogn’indugio m’uccide. O caro volto! (Adrasto parte)
 Pallido se’ ma ’l tuo pallor mi alletta.
 
    Così pallido e languente,
 bel sembiante, ancor mi piaci.
 
785   Perché mai, perché non spiro
 sovra lui l’alma dolente?
 Freddo labro a che nol baci?
 
 SCENA VIII
 
 DIONISIO, ARASPE con soldati e detti
 
 DIONISIO
 Ecco la preda. (Si accosta ad Euridice e la toglie di braccio a Aminta)
 AMINTA
                              Aimè!
 DIONISIO
                                            Scostati, audace. (Aminta dà di mano alla spada ma gli si oppone Araspe e parte de’ soldati di Dionisio)
 AMINTA
 Empio, pria morirò.
 DIONISIO
                                        Punisci, Araspe,
790l’orgoglio di costui; poi vieni atteso.
 AMINTA
 Adrasto, amici, il vostro
 venga unito al mio brando.
 DIONISIO
                                                    O dolce peso. (Parte Dionisio con Euridice svenuta in braccio e con la metà de’ suoi soldati; l’altra metà rimane a combatter contro Aminta, al cui soccorso soggiunge Adrasto con i soldati d’Aminta; e dopo breve combattimento fuggon quelli di Dionisio ed Araspe rimane morto sul campo)
 
 SCENA IX
 
 AMINTA e ADRASTO
 
 ADRASTO
 La vittoria è già nostra.
 Fuggon gl’iniqui.
 AMINTA
                                  O lenti,
795inutili sudori, or che perduta
 ho la cara Euridice.
 ADRASTO
                                      Ove?
 AMINTA
                                                   La folta
 ombra del bosco a me ne chiude il calle.
 Perché l’empio non fugga e seco impune
 tragga la nobil preda,
800tu per vario sentier vanne, mio fido,
 con la metà de’ miei guerrieri in traccia;
 ed io l’orme con l’altra
 ne inseguirò.
 ADRASTO
                           Parto veloce.
 AMINTA
                                                    O numi,
 giusti numi che avete
805l’innocenza in difesa,
 date lena al mio braccio e ’l piè reggete.
 
    Vengo a morir, mia vita,
 o a porti in libertà.
 
    Ma ’l ciel non soffrirà
810che a un empio in servitù
 resti tanta virtù,
 tanta beltà.
 
 SCENA X
 
 Capanna di Silvio.
 
 SILVIO e CELIA
 
 SILVIO
 Ninfa, se tuo non son, se mia non sei
 a chi vuoi che riserbi
815questa vita infelice?
 CELIA
                                        A’ voti miei.
 SILVIO
 E che? Vorrai mal saggia,
 per un vile pastor...
 CELIA
                                      Ch’è l’idol mio.
 SILVIO
 Cui la patria e ’l natal son anche ignoti...
 CELIA
 Tutto sprezzar.
 SILVIO
                              Ma gli ostri?
 CELIA
                                                       Ecco il tuo labro.
 SILVIO
820Il trono?
 CELIA
                   Ecco il tuo seno.
 SILVIO
 Grandezza?
 CELIA
                         Non la curo.
 SILVIO
 Diadema?
 CELIA
                       Nol desio.
 SILVIO
 Titoli, onori, applausi?
 CELIA
 Tutto cede al tuo volto, all’amor mio.
 A DUE
 
825   Col piacer della speranza...
 
 SILVIO
 Si
        consola il mesto cor.
 CELIA
 Tu
 
 SILVIO
              la tua
 A DUE
    E in veder             costanza...
 CELIA
 8}A             la mia
 
 SILVIO
 Darò
             bando al rio timor.
 CELIA
 Darà
 
 SCENA XI
 
 ELPINO e detti
 
 ELPINO
 Silvio.
 SILVIO
               Arrivo importun.
 ELPINO
                                                 Vengo per dirti...
 SILVIO
830Che mai?
 ELPINO
                     Ninfa, il segreto
 tale non è che udir tu ’l possa.
 CELIA
                                                        Intendo.
 Addio Silvio.
 SILVIO
                           Addio cara.
 ELPINO
 Lascia che parta e intanto
 a diletto maggior il cor prepara.
 CELIA
 
835   Più non turbi empio sospetto,
 mia speranza, il tuo riposo.
 
    Non desio di vasto impero,
 non amor d’altra beltà
 mai potrà cangiar l’affetto
840ch’ho per te, volto amoroso.
 
 SCENA XII
 
 SILVIO ed ELPINO
 
 SILVIO
 Quanto deggio al suo amor!
 ELPINO
                                                     Silvio, è già tempo
 che di Celia ti scordi
 e per far da signor mettiti in posto.
 SILVIO
 Qual favellar?
 ELPINO
                             Gran cose
845ho io da dirti.
 SILVIO
                            Impaziente ascolto.
 ELPINO
 Altre volte io ti dissi
 ch’io padre a te non sono.
 SILVIO
                                                 E so che a morte
 mi togliesti pietoso
 e mi allevasti, onde qual padre io t’amo.
 ELPINO
850Qual tu sia ben lo so. Io solo posso
 dir di che razza sei; e pria che ’l giorno
 passi, forse il saprai.
 SILVIO
                                        Perché ’l ritardi?
 ELPINO
 Che pastor non nascesti
 or ti basti saper. Sei gentiluomo;
855ma questo è poco ancor, principe sei.
 SILVIO
 Godi scherzar.
 ELPINO
                              No, Silvio,
 ti dissi il ver né sono scherzi i miei.
 SILVIO
 O mia sorte! Ma come?
 Di qual padre? In qual reggia? A che...
 ELPINO
                                                                        Ti basti;
860ora t’hai inteso, avvezzati un tantino
 a non far all’amor con le capanne
 ma, come i signorazzi,
 comincia a innamorarti de’ palazzi.
 
    L’amor fra’ comandi
865si scordi oggidì;
 
    il ben che ti giova
 sia solo il tuo amore;
 nel core de’ grandi
 già s’usa così.
 
 SCENA XIII
 
 SILVIO
 
 SILVIO
870O fosse vero. Alla mia Celia innante
 quanto andria più giulivo
 ad offrirle il diadema il core amante.
 
    Chi ben ama sol brama grandezze
 per offrirle all’amata beltà.
 
875   In lei trova le vere dolcezze
 e d’un guardo destino si fa.
 
 SCENA XIV
 
 Campagna con veduta del fiume in lontananza.
 
 DIONISIO, EURIDICE con soldati
 
 EURIDICE
 Lasciami.
 DIONISIO
                     Che paventi?
 EURIDICE
 Così tradirmi? E violar le sacre
 leggi ospitali? Il grande
880genio del luogo e della dea presente
 sprezzare il nume?
 DIONISIO
                                      Amor ne incolpa.
 EURIDICE
                                                                       Iniquo.
 DIONISIO
 Mia regina.
 EURIDICE
                         Che speri?
 Che pensi? Ove mi guidi?
 DIONISIO
                                                  A porti a’ piedi,
 come ti diedi Il cor, lo scettro e ’l trono.
 EURIDICE
885Egualmente, o tiranno,
 detesto il donator, rifiuto il dono.
 DIONISIO
 (Né Araspe ancor né ’l legno amico appare).
 Di oltraggio non temer, che solo a forza
 di sospiri e di pianti,
890rispettoso amator, la tua costanza
 combatterò.
 EURIDICE
                         Ma invano.
 DIONISIO
                                                E forse avrai
 pietà di te.
 EURIDICE
                       T’inganni.
 DIONISIO
 Pietà di me.
 EURIDICE
                          Non la sperar giammai.
 DIONISIO
 (Mi spaventa l’indugio; uopo è ch’io stesso
895vada e col cenno il nocchier lento affretti).
 La cara preda a voi confido; intanto (Alle guardie)
 tu da’ fine, o mia bella, all’ira, al pianto.
 
    Bella bocca,
 bocca vezzosa,
900non più sdegnosa
 forse un dì ti mirerò.
 
    E pietosa allor dirai:
 «Quanto crudele
 ti disprezzai,
905tanto fedele
 t’adorerò».
 
 SCENA XV
 
 EURIDICE con guardie
 
 EURIDICE
 Mali miei che tiranni
 quasi in gara spietata entro al mio seno
 l’anima lacerate,
910che chiedete da me? L’afflitto core,
 or che morto è ’l mio sposo,
 come può d’altra piaga aver dolore?
 Sposo, adorato sposo,
 tutto devo a te solo,
915pianti, sospiri... Ah, questo è poco? Il sangue,
 il sangue mio ti devo.
 Io barbara t’ho ucciso. Io t’ho rapita
 con l’ingiusta sentenza,
 col mio troppo rigor la cara vita.
 
920   Non più lagrime, occhi dolenti;
 sangue chiede il mio dolor.
 
    Già lo sento al crudo invito
 più feroce entro del cor.
 
    Già mi scordo i miei tormenti
925col piacer del suo furor.
 
 SCENA XVI
 
 DIONISIO, EURIDICE
 
 DIONISIO
 Tutto ci attende. Andiam, regina. (Si vede da lontano venir per il fiume un palischermo)
 EURIDICE
                                                                Iniquo,
 fermati ed un sol passo
 non t’inoltrar.
 DIONISIO
                             Che pensi?
 EURIDICE
 Penso sottrarmi al tuo furor.
 DIONISIO
                                                      Ma come
930tanto oserai? (Si va avanzando verso Euridice che si va ritirando verso il fiume)
 EURIDICE
                            Ferma, crudel, non sai
 disperato dolor quanto sia forte.
 DIONISIO
 Femmina inerme e sola
 chi potrà torti al mio poter?
 EURIDICE
                                                     La morte. (Euridice va per lanciarsi nel fiume ma sopraggiunge Aminta e di dietro la ferma)
 
 SCENA XVII
 
 AMINTA con soldati, poi ADRASTO con altri e detti
 
 DIONISIO
 Aimè!
 AMINTA
               Regina.
 EURIDICE
                                Anche il morir?...
 AMINTA
                                                                  T’arresta.
935Gli empi uccidete. (A suoi soldati. Euridice si volge, riconoscendo alla voce Aminta, e tutti danno di mano alla spada)
 DIONISIO
                                      Avversi dei.
 EURIDICE
                                                              Che veggio?
 DIONISIO
 Rott’è ’l disegno. (Adrasto soprarriva con soldati)
 AMINTA
                                  Mora...
 ADRASTO
 Mora l’audace.
 DIONISIO
                              Ma voi morrete ancora. (Segue piccola battaglia e fugge Dionisio co’ suoi soldati, incalzato sempre da Adrasto e dal suo seguito)
 
 SCENA XVIII
 
 AMINTA, EURIDICE
 
 EURIDICE
 Ed è vero? E son desta?
 E vive ancor...
 AMINTA
                             Sì, mia regina, io vivo,
940mi sta la dura legge
 troppo impressa nel cor. Vivo; tu ’l chiedi
 per desio di vendetta, io t’ubbidisco
 per diletto di pena.
 EURIDICE
                                      E veggio ancora...
 AMINTA
 Sì, tu mi vedi e pur dovea celarsi
945questo volto odioso,
 volto pena a’ tuoi sguardi, al mio riposo.
 EURIDICE
 In quai strani tumulti
 ti sento, anima mia?
 AMINTA
 Dovea partir; ma ’l tuo periglio incolpa.
950Volle il ciel che in partendo
 fosse opra mia la tua salvezza. Questo,
 questo solo contento
 d’assicurar la tua con la mia vita,
 non mi rapì tra tanti mali il fato.
 EURIDICE
955(Liberatore amato).
 AMINTA
 Or che se’ salva, oh dio!
 per ma’ più non vederti
 vado a compir la tua sentenza. Addio.
 
    Parto, addio, non vedrò più
960que’ begli occhi... Ah, dura sorte,
 
    deggio, o dio, da te partir?
 E non posso, o dio, morir;
 questa, questa è la mia morte.
 
 SCENA XIX
 
 EURIDICE, poi CELIA ed ELPINO
 
 EURIDICE
 Fermati, Aminta, ascolta,
965empia non son né sono ingrata... E dove,
 dove corri, Euridice?
 Senti che al cor ti parla
 il trafitto tuo figlio,
 sparso Aminta ha quel sangue. Egli lo ha sparso;
970benché innocente è tuo.
 Lungi pur da quest’occhi anche pentito,
 sempre ingiusto marito,
 sempre barbaro padre.
 Di tal tuo pentimento
975soddisfatta è la moglie e non la madre.
 CELIA
 Poiché han fine i tuoi mali, han pace ancora,
 regina, i nostri affanni.
 ELPINO
                                             E noi pur anco
 siamo teco a goder di tua salvezza.
 EURIDICE
 Celia, Elpino, ancor dura
980l’orgoglio del mio fato;
 benché deggia ad Aminta
 la libertà, più non vedrò l’ingrato.
 CELIA
 Dopo un tal benefizio
 hai sdegno ancora?
 ELPINO
                                      Abbi pietà di lui,
985abbila di te stessa.
 CELIA
                                     Empio marito
 lascia d’esser più reo quando è pentito.
 EURIDICE
 No no, duri il suo esiglio,
 duri il mio duolo. Aminta
 l’onor mi rende e non mi rende il figlio.
 ELPINO
990Se la tua rabbia viene
 dal tuo figliuolo che ti fu ammazzato,
 sta’ pur cheta, Euridice,
 e vien dietro ad Aminta;
 credi pur ad Elpin, tu se’ felice.
 EURIDICE
995Di quale speme il mio dolor lusinghi?
 ELPINO
 Udrai per via ciò che, saputo inanti,
 risparmiati t’avria sospiri e pianti.
 EURIDICE
 Numi, finite un giorno
 le angosce mie.
 
 SCENA XX
 
 ADRASTO e detti
 
 ADRASTO
                               Tutto è già vinto, omai
1000ti assicura, o regina. O morti o presi
 sono gli audaci. Il loro duce istesso
 sente il peso de’ ceppi e custodito
 le meritate pene
 dall’ire tue, dalle sue colpe attende.
 CELIA
1005(Infelice germano!)
 EURIDICE
 Quanto per me facesti
 quest’alma vede. A miglior tempo, Adrasto,
 ti serbo la mercé di sì bell’opre.
 ADRASTO
 Che fia d’Aminta? Al suo primiero esiglio
1010lo condannasti?
 EURIDICE
                                O cielo! Andiamo, Elpino,
 dove mi chiama il core.
 Ma se m’inganni?
 ELPINO
                                    Abbi in me fede.
 EURIDICE
                                                                     Sappi
 che un deluso sperar torna in furore.
 
    Vi accetto in seno,
1015speranze care,
 per consolarmi.
 
    Per poco almeno
 si gusti un bene
 che solo viene
1020per ingannarmi.
 
 SCENA XXI
 
 ADRASTO e CELIA
 
 ADRASTO
 Ninfa, l’ora è pur giunta in cui poss’io
 con meno di rossor dirti ch’io t’amo.
 Viene Adrasto ad offrirti,
 meno audace amator de’ tuoi begli occhi,
1025non di fertili armenti,
 non di pingui campagne il basso impero
 ma di un regno non vil lo scettro e ’l trono,
 caro a me, poiché lice
 farne alla tua beltà tributo e dono.
1030L’amor...
 CELIA
                    Condona, o prence,
 se i tuoi detti interrompe
 rozza e semplice ninfa a’ boschi avvezza.
 L’onor, con cui tu pensi
 trarmi da’ boschi ed innalzarmi al soglio,
1035m’illustra sì ma non m’abbaglia. A questo
 villereccio mio volto
 mal si confanno e le corone e gli ostri.
 ADRASTO
 Quanto mal ti ravvisi,
 Celia cara e gentil; di queste selve
1040esci pur dagli orrori
 ad arricchir del tuo sembiante il mondo,
 a far ragion delle mie fiamme a’ cuori.
 Tu nieghi? Ancor ritrosa
 al tuo bene ti mostri? Ancora Adrasto
1045del tuo amor non è degno?
 Che più darti mi resta?
 Più d’un core non ho né più d’un regno.
 Parla.
 CELIA
              Poiché mel chiedi,
 per pace tua, per mio riposo, ascolta.
1050Non ti vo’ lusingar; come poss’io,
 che pastor ti sprezzai, principe amarti?
 Quale amor fora il mio? Credimi, Adrasto,
 se il mio core d’amarti
 oggi avesse risolto,
1055la tua sorte ameria, non il tuo volto.
 ADRASTO
 Ingrata Celia!
 CELIA
                             Invano
 d’inutili querele armi il tuo sdegno.
 ADRASTO
 Meglio risolvi.
 CELIA
                             I voti perdi e i prieghi.
 ADRASTO
 Ama il ben che ti giova.
 CELIA
1060Il ben che piace è ’l vero ben dell’alma.
 ADRASTO
 Il ciel ti chiama a tanta altezza.
 CELIA
                                                          Il cielo
 vuol ch’io viva qual ninfa.
 ADRASTO
                                                 Amor t’invita.
 CELIA
 Al mio bel Silvio in fronte
 amor scrisse il mio fato.
 ADRASTO
1065Così crudel?
 CELIA
                          Costanza
 non fu mai crudeltà.
 ADRASTO
                                        Ti cangerai.
 CELIA
 lo cangiarmi?
 ADRASTO
                            Deh pensa...
 CELIA
 Già penso.
 ADRASTO
                       E che?
 CELIA
                                      Di non amarti mai.
 
    Se deve amar quest’alma,
1070tu ’l vago non sarai
 che l’alma adorerà.
 
    Non ti adular. Già sai
 che d’altri e più be’ rai
 arder amor mi fa.
 
 SCENA XXII
 
 ADRASTO
 
 ADRASTO
1075Va’ pur. Degno è d’imperi il tuo rifiuto.
 O costanza! O virtù! Dove risiedi?
 Esule dalle reggie
 vivi ignota ne’ boschi,
 contenta di piacer senz’ingrandirti.
1080Assai diede all’amor. Perdona, Aminta;
 e tu, sacra amicizia, ancor perdona,
 se tardo a te ritorno amor ne incolpa;
 necessità diviene,
 dov’è legge di amore, ogni gran colpa.
 
1085   Che non fa ne’ nostri cori
 la beltà dolce tiranna.
 
    Lusingando i nostri ardori
 ancor piace, allor che inganna.
 
 SCENA XXIII
 
 ALCEA
 
 ALCEA
 Affé che la mi cuoce,
1090quel Silvio me l’ha fatta.
 Andai per discoprirgli il mio gran foco,
 acciò ch’egli pietoso
 mi porgesse rinfresco,
 ei guardommi in cagnesco;
1095Si messe in posto, quasi fosse un re,
 e poi con gravità
 tutta ben mi guardò da capo a piè;
 quindi mi disse: «Andate,
 andate che vedremo
1100e ne’ vostri bisogni ancor v’avremo».
 Madonna Alcea, ch’è ’l perno
 delle ninfe leggiadre
 e ch’ebbe un tempo fa gli amanti a squadre,
 da un pastorel villano,
1105da un sudicio guardiano
 strapazzata così!
 Un affronto sì grande ove s’udì?
 
    Ho nel core una fornace
 larga aperta spalancata.
 
1110   Sputa foco, ira e rancor;
 getta vampe di furor
 né potrà mai tregua o pace
 spegner fiamma sì arrabbiata.
 
 SCENA XXIV
 
 ELPINO e detta
 
 ELPINO
 Che avete, o mia diletta
1115consorte, e quale sdegno
 offusca il bel sereno
 del ciel del vostro bello,
 in quali nubi è involto
 quel sol che m’innamora?
 ALCEA
1120Ci mancavi tu ancora,
 mostaccio d’assiolo, a entrarmi in tasca.
 ELPINO
 Si può di dove nasca
 saper, vaga donzella,
 tanta furia e rovella?
 ALCEA
1125Sai tu quel ch’io ti dico, esca di casa
 adesso in questo punto, in quest’istante,
 ora in questo momento,
 e fugga come il vento
 Silvio, quel sudiciolo
1130malcreato, villano e mariolo.
 ELPINO
 Alcea, come poss’io
 licenziar quel galante e bel fanciullo,
 tuo diletto e trastullo?
 Eh via, quest’ira affrena;
1135che forse gelosia
 per lui ti dà tal pena?
 ALCEA
 Il malan che ti dia.
 Esca Silvio di casa.
 ELPINO
 E Celia?
 ALCEA
                   E Celia ancora
1140sen vada alla malora;
 e tu, vecchio sgraziato
 che ne se’ innamorato,
 corrile dietro e fattene satollo,
 che tu ti rompa i collo.
 ELPINO
1145Sì che siam licenziati tutti quanti,
 o sventurati amanti.
 Orsù v’obbedirò
 e quel che voglio fare or ti dirò.
 Silvio non se n’andrà
1150e Celia ci verrà,
 Alcea starassi cheta
 e, se vorrà parlare oltre il dovere
 e far l’impertinente e la dottora,
 sarà la prima lei ad uscir fuora.
 ALCEA
1155Io prima ad uscir fuora? Elpin, sei cotto.
 ELPINO
 
    Ti tirerò un ceffone,
 t’infrangerò quel muso.
 
 ALCEA
 
 Tu sei pazzo, io ti schifo,
 Silvio non ci starà.
 
 ELPINO
 
1160Alcea se n’anderà.
 
 ALCEA
 
    Celia starà lontana.
 
 ELPINO
 
 Sì tu, brutta befana.
 
 ALCEA
 
 Tutti se n’andran via.
 
 ELPINO
 
 Sì, tu di casa mia.
 
 A DUE
 
 ALCEA
 
1165Io non voglio...
 
 ELPINO
 
                              Ce la voglio...
 
 ALCEA
 
 Questa gente impertinente.
 
 ELPINO
 
 Tal brigata sì garbata.
 
 ALCEA
 
 Non la voglio, se n’andrà.
 
 ELPINO
 
 Ce la voglio, ci starà.
 
 A DUE
 
1170   Chi più possa...
 
 ALCEA
 
                                  Sinch’ho fatto...
 
 ELPINO
 
 Sinch’ho possa...
 
 A DUE
 
                                 Si vedrà.
 
 Fine dell’atto secondo