Misero me! Che brami? (Mangiando un pane di nascosto di Crate)
Follie! Follie! Quel sesso
viva insidia è del nostro.
Il fermarti al suo arrivo
Più chiaro a me rispondi.
No; ma un re che ti chiama.
Colpa è l’indugio. Vanne.
Il ver, se in corte s’usa.
S’egli me vuol, me trovi.
Un re vuoi che a te venga?
Per questo ha gambe e piedi.
perché non son tuo schiavo; (A Fenicia)
Qual ben maggior di un trono?
Eh, va’. Scuoti il letargo,
Fenicia, e che ti affanna?
È ver, germana. Io l’amo.
Me non cruccia il mio affetto
mal si cerca il sovrano...
è l’esser ne’ miei ceppi.
la tua vendetta. Oh quanto
Vanne e attendi una scelta
non fa ricorso al saggio?
Perché ciò di che ha d’uopo
Laide il dica in Corinto.
Cento talenti! Oh, questo
non n’hai, perché gli chiedi?
Qual ti sembra Aristippo?
Quale a Diogene ei parve,
Che ascolto! Qual consiglio?
Eh, signor, varian troppo
Mi si chiede il più saggio;
tanto al mio cor diletta,
quant’ella al mio spietata.
Per qual mia sorte, Ipparchia,
se il pensier, che in te nasce
(Respiro). Ah, così austera
Ei più che d’uom, di fiera...
Un saggio ove stan gli orsi?
che per tormi al suo guardo
Grande Antistene! Ascolta. (Legge)
Ti scaccerà ben questo. (La minaccia col bastone)
Sì, ingrato al tuo sapere,
Di te? Saggio sei troppo.
Ed io su questa soglia...
Apri. Ipparchia è partita.
Gran poter! Picciol sasso,
Can, troppo latri e mordi.
pari è il senno ed il merto;
Oh dio! Tutto è sciagura;
mi si prescrive, o padre?
tuo acquisto e tuo possesso?
Chi non gli prova eguali,
Si parli all’alma. Io spero
Quanto sa, quanto è illustre,
(L’intendo; ma si finga).
Dunque amor per me senti?
Di’ ancor ch’io re non nacqui.
Fallo, deh, fallo; e intanto,
No, che il tuo sesso appunto
Sia quanto puote uom saggio,
ti presenti a’ suoi lumi.
Quella, che porti indosso
(Oh, qui fosse Alessandro!)
Mostra; che hai tu nel sacco?
La colpa è tua, che ancora
Molto ei disse in tua offesa.
Intendo. Il cor ti duole,
(Or di coglierlo è tempo).
Da voi sempre si apprezza
degli occhi miei col voto;
Mi avrai ma teco in soglio.
(Fenicia è troppo bella).
(Bella; ma il pallio... Oh sesso
non si fan tanti preghi).
Dissi; e pietade attendo.
Io di tue frenesie... (Guardando dentro la scena)
Ma veggo Argene e i servi.
Andiam. Tutto è già pronto. (In atto di partire)
Ciel, che ascolto! Che veggo!
darò semplici frutta... (Il fenicio si parte)
che chi vietar può il male,
Non mi è ignoto il tuo volto.
Come il sol valli e monti,
sdegnai, qual io non era.
uom plebeo mi si accosta;
v’è chi macchina insidie.
Credi al zelo e alla fede
Ci andrem con gente armata.
(Buono!) E Fenicia è un uomo?
(Nilo ha ragione). Prendi.
Perché? Per chi?) Non posso. (Ad Argene)
(Gioco prender ne voglio).
(Ah, ah, viene Aristippo).
(Oh, oh, qui veggo Crate).
Per Giove, in quel diadema
Per gli dii, nel tuo ammanto
Sei re; ma dov’è il regno?
lo vergognarmi? Osserva. (A Crate. Al voltarsi di Aristippo s’inchinano a lui i suoi seguaci)
Tu, Crate, in queste spoglie?
L’un confondesti. All’altro... (Ad Alessandro)
Tu con le regie insegne? (Ad Aristippo)
temerario si mostra. (Li filosofi in atto di voler parlare)
Più non sai che dell’uomo
(Ben lo schernisce). Io voglio... (A Fenicia)
Ma i plausi son fischiate.
Perché un re mi disprezza?
Qui vo’ restar. Qui voglio
Son delusi i miei voti. (Vede in uscendo di lontano Alessandro con Efestione e Stratone)
Che farò? In quel ritiro,
v’è chi macchina insidie.
E Alessandro qui ’l teme.
Leggi. E tu là ricerca (Ad Efestione. Dà a Stratone il foglio di Addolonimo)
Non parla; e gli esce solo
(Ah, se fia ch’ei mi sveli...)
che più vantava il labbro
Non sei tu di questi orti
non ha il re sul meriggio
qui goder le fresch’aure?
chi è di noi il traditore.
e al tuo sì folle orgoglio
Ahi, che intesi! Che veggio!
sì vil Fenicia e il regno
Salva il padre e te stesso.
Qual fuggo? Quale abbraccio?
No no, piangono anch’essi,
Parte Crate? E tu il segui?
Deh, trattienti per poco.
Scusa il zel di tua fama.
Eh, Crate, in chi ben ama,
il linguaggio di sposo...
Colpa, e grande in uom saggio.
Più discreto al bel sesso
E in me, che tu ami troppo,
Grandezze e onori io t’offro.
Or senti, Ipparchia; io sono
Poiché in Crate non trovo
Lui che rozzo e incivile...
(Cresce il mio amor). Tu vedi. (Ad Efestione)
Crate che brutto e vile...
Crate, che avea in orrore
Ma un uom non già. Sol veggo
Sì, mordi. E in Crate io miro
Com’esser può? Fenicia...
che un saccente importuno
Saprò... Ma qui Aristippo?
Certa è del reo la colpa?
Tace un reo già convinto?
Re, so ch’io parlo a un grande
Ben parli; e senza il fasto
Quando il trono io cercai,
Dimmi, pria che altro esponga,
E d’ingrato e d’ingiusto.
ch’io non conosco. Parla.
Ciò che udii, ciò che vidi
Chi è fedel, chi è innocente
non si asconde, non tace,
Col tuo silenzio il frutto
Stratone il reo, l’iniquo?
Efestion, m’ascolta. (Parla piano ad Efestione che poi parte)
Si, Crate. Di un regnante,
(Che mai pensa Alessandro!)
Mia moglie, in Grecia andremo. (Ad Ipparchia)
E andrai con chi non ti ama?