Metrica: interrogazione
984 endecasillabi (recitativo) in Meride e Selinunte Vienna, van Ghelen, 1721 
son anco eretti a Siracusa i muri?
Cresce l’opra al lavoro e in miglior guisa
ciò che strusse il furor, l’arte ripara.
Molto deve il re nostro a la tua fede.
Seguo l’esempio tuo, che in pro del regno
non risparmiasti né sudor né sangue.
Ma la giusta mercede altri m’invola.
cadde Lentino e Tauromina e Nasso;
Dionisio le leggi a più gran regno.
È ver; ma di tant’opre ove ne resta
Meride e Selinunte han statue e marmi;
                                         Tu sempre avesti
nel regio affetto il primo grado; e solo...
vi avrò maggiori. Chi a cader comincia
nel lubrico e ne l’erto, è già caduto.
Mai sì turbato il tuo gran cor non vidi.
Né di turbarmi ebbi cagion più giusta.
ne l’amor di Ericlea mi son rivali.
n’abbia l’amor, nol so. Certo l’un s’ama;
l’altro si soffre; e lo sprezzato io sono.
                                                       E premio
                                   Deludi il fasto
col prevenirlo. Il re, da te richiesta,
qual potrà ricusarla? O a te negata,
                                           Caro Nicandro!
Sempre è buon consigliere un vero amico.
e se al tuo merto ricompense eguali
non avrà il genitor, le avrà la figlia. (Mostrando Areta che sopraviene )
Le avrà ma quanto esige il suo dovere.
E al mio misero amor nulla di spene?
Può risponder la figlia al fido amico;
a l’audace amator risponda il padre.
lo assolve il voto mio. Spera. Io difendo (A Nicandro )
la ragion del tuo amor. Non sempre Areta
ti sarà ingiusta. Espugneran quell’alma
la tua fede e ’l tuo merto o un mio comando.
nascer da impero o da servil timore,
né diletto ei saria né saria amore.
Figlia, tu gli occhi abbassi e stai dolente?
Del mio destin la dura legge intendo.
Di Nicandro l’amor tanto ti è greve?
Veder che tu l’approvi è ’l mio dolore.
Egli in corte ha favor. Di Siracusa
commesse a lui son la custodia e l’armi.
A costo ancor de la mia pace? Ah padre!
Orsù, ti acheta. Non temer ch’io stenda
sovra il tuo cor l’autorità del cenno.
                                 Respiro. A me fia lieve
che ad accorta beltà non costa molto
l’arte del labbro e la bugia del ciglio.
molti accortezza; e le fortune han corso
dove l’applauso popolar le spinge.
Non i molti, cred’io, ma i veri amici
Meride un sol ne vanta in Selinunte;
e questo eleggerei, pria che la folta,
che ti circonda, instabil turba e lieve.
Più non t’escan dal labbro i due funesti
nomi odiosi. In solo udirli il sangue
spandersi al viso, indi serrarsi al core.
In loro ho due nemici, ho due rivali.
Né Timocrate è vil né tua beltade.
                                     Come?
                                                     Maturo
non è ancora il destin che ti vuol grande.
                          Tien per me arcani un padre?
Vanne. Qui attendo il re. Lusinghi intanto
idea d’alta fortuna i tuoi pensieri.
Per più languir, non m’insegnar ch’io speri.
Tra’ più felici numerar ben posso,
Timocrate, un tal giorno. Erice è doma;
Reggio è distrutta. A l’uno e a l’altro lido
e qui ben tosto i due guerrieri invitti
riceveran ne’ miei reali amplessi
il primo, sì, ma non il solo onore
né detraggo né invidio. Abbian la lode.
Sol dona a me che con la figlia io possa
lungi trar da la reggia i brevi giorni
qual fei de’ molti, in tuo servigio e gloria.
Di qual torbido meschi il mio sereno?
Tu partir con Areta? E alor partire
ch’io, giunto al sommo della mia grandezza,
                                       L’addio che imploro...
No. Togliti dal cor brama sì ingiusta.
di chi pena in balia d’odio e livore!
Vinci anche i tuoi ma quei che chiudi in seno.
Oggetto esser tu puoi d’invidia a tutti.
Nessuno a te. Non ti si tace arcano.
Più che darti non ho. Resta il mio soglio.
lasciane la conquista. Al regio amore
che il dispiacer di un rio civil furore.
Mio re, qual arduo chiedi e sanguinoso
Quant’arduo più, più n’avrai lode e merto.
Tu gl’insulti ne sai, tu l’onte, i mali.
Odio provoca ad odio e torto a torto.
Quanti tradir dopo ingannevol pace!
Ti farò sicurtà de l’altrui fede.
Vuoi l’ire estinte? La cagion ne togli.
Chi tra’ miei cari la fomenta e pasce?
La beltà di Ericlea. Deh! Questa, o sire,
che già fu mia vittoria, or sia mia spoglia.
                                                  Entrambi.
Odio fa in lor ciò che non puote amore
e, s’io nol fossi, essi sarien nemici.
Se a te compiaccio, ecco le altrui querele.
Nessun si può lagnar di un ben perduto,
A me venga Ericlea. Tu qui in disparte
                                            Sire, or gli affetti
tutti de l’alma in sacrificio accetta.
(Comincio da l’amor la mia vendetta).
A l’onor del tuo cenno, ecco la tua
Di prigioniera e d’infelice il nome
perché darti, Ericlea? Ne la mia reggia
quell’onor ti si rese, in cui potessi
i tuoi casi obbliar, non il tuo grado.
È ver; nemico al padre, io gli fei guerra
Gli tolsi il regno; ma destin de l’armi
esser potea ch’io vi perdessi il mio.
e fortuna ne ha colpa. Io le correggo
per quanto è in mio poter. Nulla mi giova.
Priva di libertà, priva d’impero,
tu, qual de’ cibi fa palato infermo,
o non gradisci i doni o non li curi.
Su, tolgasi a’ lamenti ogni pretesto.
retaggio avito, a salir vanne il soglio.
Al dono illustre un maggior dono aggiungo,
e Timocrate e’ fia. Qual mai più degno
e re e consorte a te dar posso e al regno?
Ospite, cui si appresti in regia stanza
assirio letto, e poi si trovi a canto
lauta mensa imbandita, alfin si vegga
sì non riman da freddo orror sorpreso,
qual io, signor, per cui crudel diviene
la stessa tua beneficenza. A foggia
di schiava eleggerei, pria tronco il crine,
i ceppi al piede e la mannaia al collo,
Troppo ti lasci trasportar da sdegno.
Troppo? Chi fu che ’l genitor mi uccise?
Chi uccise i miei? Chi empié d’incendi e stragi
le vie di Tauromina? Ah! Mai nol veggo
la piaga al core e a la memoria il danno.
Tutti i tuoi mali l’amor suo ripara.
Solo per lui patria ti rendo e regno.
solo per tormi all’odioso aspetto.
Meglio pensa, Ericlea. Chi re consiglia...
Prieghi o comandi un re, del par l’offende
Misera esser poss’io, vile non mai.
Parla al giusto signor la mia costanza;
parlerebbe a l’iniquo il mio disprezzo.
Vedi che sol ti prego e ti consiglio,
quando usar forza e comandar potrei.
scoglio pria cederà che a te l’altera.
Altre fiere ammansai. Sol tu ricusa
le nozze di Ericlea, s’altri le chiede.
Invan le chiederà. Ti do mia fede.
Non ridano, s’io piango, i miei rivali. (In atto di partire)
a tante risse impor silenzio e fine.
(Lo avranno, sì, ma su l’altrui ruine).
cinganvi queste braccia, a cui lo scettro
rassicuraste, e questo sen vi stringa,
cui di gioia colmaste, anime invitte.
le tue schiere, o signor, te lunge ancora
sieguono il loro corso e han legge e moto
da la man che lor diede il primo impulso.
Pur se alcuno in tua gloria aver dee parte,
Selinunte egli fia. Sanlo i rubelli,
da lui sconfitti. Il sa l’iniquo Iceta,
se già terror di Siracusa, or busto
senza lui non cadean. Vinta ogni guerra,
ei ti fe’ amico o tributario o servo
quanto l’onda sicana abbraccia e serra.
l’amor; ma tace il merto. Ogni altro pregio
ne’ suoi, qual nel maggiore il minor lume,
si oscura e perde. Egli sul mare opposto
fugò le bruzie antenne; e de la preda
parte ne assorbì l’onda e parte il foco.
per forza d’acque dal trinacrio lido,
salir sue torri stupefatta il vide;
né le valse in suo scampo arte o difesa.
Sbigottito il vicino a lui la destra
Di palma in palma ei tal volò, non corse.
(Su le labbra di entrambi arte è la lode).
ha in ognuno di voi chi lo pareggia,
senz’aver chi lo vinca. In voi contende
il piacer d’esser vinto ed il timore
che non vi deggio? E pur mi è forza ancora
chiedervi novi lauri. Un fier nemico,
turbator de’ miei sonni, a vincer resta.
E qual? L’Ausonio forse o ’l Peno infido?
E v’ha chi ardisca provocar tuoi sdegni?
che ne la reggia mia, tra’ miei più cari,
in Timocrate e in voi. Deh! Poiché tanto
feste per me, con degno sforzo ancora
Timocrate già ’l vinse. Al generoso
un atto di virtù non val gran pena.
e non tien bassi affetti alma gentile.
Ubbidisco, o signor. L’ossequio mio
non cerca altra ragion che il tuo comando.
Col labbro de l’amico il mio rispose.
Men dal vostro valor non attendea.
                                                        Omai
e se fia che a la fede alcun pria manchi,
l’offesa io prenderò sovra me stesso.
Lo dan le braccia e lo rigetta il core. (Parte)
                           Chi ’l suo dovere adempie
Non dee vostra virtù lasciarmi ingrato.
Ristringansi, o signor, tutti i miei voti
nel piacer de l’amico. Egli arde amante
                                     Di fiamma eguale
a l’altar di amistà consacro e sveno.
Non son di te men generoso e forte.
dono da tua bontà, stringi il bel nodo
Qual priego ingiusto? Egli al suo cor fa forza.
Rendi questa giustizia al suo valore
e la cara Ericlea dona al suo amore.
o si cangi il desio. Ciò che l’un chiede
l’altro distrugge. A me, che al par vi onoro,
tolto è l’arbitrio. Il consolarne un solo
e un ben ceduto, e ricusato insieme,
avrei rossor che vostro premio or fosse.
Ve ne attende un maggior. Spegnete intanto
le languide scintille; il bramo e ’l chieggo;
sperar ciò che ha l’amico, anche il regnante.
Meride ingiusto, a che rifiuti ancora
da la man di un amico un ben sì caro?
Quel ben, che mi abbandoni, è pur tuo voto.
Cederla a te poss’io senza un sospiro.
Muti e più ardenti ha i suoi sospiri il core.
Credei di amarla primo e amarla solo.
Il tuo amor mi prevenne; e alora il mio
ripresi, il condannai, gli diedi esiglio.
Il feci, il feci anch’io. Ma che? A l’altero
sdegni accrebbe il contrasto e ’l fe’ più fiero.
Tu confessi di amarla. Io te la cedo.
No. Tua rimanga. Amar io posso Areta,
più d’una volta mi son giunti al viso,
a farmi testimon de la sua fiamma.
Non ha prezzo Ericlea né tu ami Areta.
e tua perdita e mia. Del nostro amore
sia giudice colei che in noi l’ha desto.
Sì, a lei si vada; ed a comun riposo,
ella sia che tra noi scelga lo sposo.
S’amo più di un bel volto un vero amico,
In quello e in questo il tuo gran nume onoro
e, sia brama o amistà, sei sempre amore.
Te sol cedo a te stesso; e là ti seguo,
Pur confesso il mio fral; talor mi volgo
a mirar ciò che lascio; e alor che il miro,
mi si sveglia tristezza e ne sospiro.
Chete fonti, fresch’ombre, aure soavi,
a voi dirò; ma nol ridite al padre,
che il padre è a lui nimico. Al re nol dite,
Non lo sappia Ericlea, ch’ella più altera
di un suo ne andrebbe a me rapito amante.
Ma se avvien mai che qui d’intorno il passo
ditelo pur ma in mormorio sommesso,
ch’altri nol senta; e Selinunte è desso.
Se i tuoi dolci pensieri a turbar viene
non creder già che ardir mi porga e spene
o favor di comando. Io tutte affido
le mie speranze al tuo bel cor che vede
la mia pena, il mio ossequio e la mia fede.
(Lusingarlo degg’io? L’impone il padre;
O pietosa o crudele, almen rispondi.
Risponderò; ma vuoi lusinghe? O chiedi
L’inganno mi dorria, più che il disprezzo.
E sincera ti parlo. Uso a tue piaghe
Mite le irriteria. Sappi, o Nicandro,
che a rendermi infedel non val tuo merto
né altrui possanza; e se piacer vuoi farmi,
per tuo riposo e mio lascia d’amarmi.
Sta in arbitrio del cor romperne i nodi?
E in mio poter sta il disamar chi adoro?
e spaventa il mio amor. Dimmi il rivale.
A te direi ciò che a lui stesso io tacqui?
(Oh! Se ’l giungo a scoprir). Tal premio avranno?...
Ti par picciolo premio un disinganno?
Se sul labbro di tutte il cor parlasse,
men vi saria di amanti e d’infelici.
Quel de’ traditi è ’l numero maggiore.
picciol regno e duol breve è quel d’amore.
                  Taci. Ecco il padre; e s’ei richiede
qual ti parlai, digli amorosa e grata.
ti giuro odio e vendetta; e i furor miei
Al tuo consiglio, o fido amico, io deggio
Meride non l’avrà né Selinunte.
Mesto è l’amor; ma lieto è l’odio; e posso
più soffrire il mio mal che l’altrui bene.
Ciò che manca al trionfo, avrai dal merto.
E dal reale, aggiugni, alto comando.
giustificar la brama; e n’hai l’esempio. (Mostrando Areta)
Dacché n’ebbe il tuo cenno, il gel n’è sciolto
Figlia non ubbidì con più virtude.
                                       Sei lieto appieno?
Per soverchio piacer stupidi ho i sensi.
                                        Oltre i miei voti.
dillo, tu ’l sai, sincerità di core.
non ben traspare ilarità di amante.
e varcarlo convienmi o naufragarvi.
                                               Tutto. Ericlea,
quanto ha d’odio col padre, ama la figlia.
Non ascolta ragion. Già ne dispero.
altra sorgente han le ripulse. Ell’ama
non perché trovi in lui merto e valore
ma perché amando lui mi fa dispetto;
e l’ama per furor, non per amore.
                              Questo a te chieggo appunto.
Ho a cor, più che non pensi, il chiuso arcano.
Fia ’l saperlo mia pace e mia vendetta.
E se Meride e’ fosse o Selinunte?
Qualunque sia, vittima prima ei cada.
                                                E quell’amplesso
di Timocrate i voti. Al più alto segno
                                                     In che ti offese?
Con insolente ardir tentando un nodo,
il cui solo pensier m’empie d’orrore,
e armando a spaventarmi il regal braccio,
quasi che con la forza amor si esiga.
                                      Meno di senso.
Questo soffrir poss’io da un cor nemico
Rei forse nel tuo cor son padre e figlia.
degna di miglior padre. Io ti son giusta.
Amo la tua virtù, s’odio il tuo sangue,
e non confondo il reo con l’innocente.
                                     Come rivale
Chi per due già paventa, un ne confessa.
e a l’amica Ericlea mal lo tacesti.
Ma s’io Meride amassi, ah! che diresti?
Pensane ciò che vuoi, quand’io lo taccio.
Eh! Siam ambe, Ericlea, di amor nel laccio.
che si fa? Che si tarda? Il mal presente
è pena del letargo in cui languiste.
maggiore e vicin rischio; e sotto il ferro
di un amante fedel cada l’iniquo.
col bel nome sul labbro. Ah! Fate, o dei,
ch’egli sia mio riposo, io sua mercede.
viene la nostra gloria e ’l nostro amore.
Giudice tu ne sii. Pieghi il tuo voto,
Se con l’amor vuoi bilanciarne il peso,
arde puro, arde immenso e in pari fiamma.
Maggior foco invan cerchi e maggior luce.
Ma se gloria e virtude a te fia guida,
eccoti in Selinunte il solo oggetto,
degno de la tua stima e del tuo affetto.
e sceglie amor gli sposi. Applausi e lauri
fan più illustre l’amante e non più caro.
Ove si tratta di un piacer degli occhi,
gloria ne avrebbe scorno e pena amore.
Qual d’amar nuova foggia è mai cotesta?
Goder, quando si perde il bene amato?
E oggetto del disio farne un rifiuto?
Aman così gli eroi? Così distrugge
la legge di amistà quelle di amore?
Non le strugge amistà, le affina e purga.
per te l’utile fo, per lui l’onesto;
e ne l’uno e ne l’altro ho il mio piacere.
L’util mio? Non lo vo’ da chi mi sprezza.
Il tuo piacer? Lo niego a chi mi oltraggia.
Ben ti adiri e ’l rinfacci; in tua vendetta
serviti del mio dono e in accettarlo
diventa, conceduta, ora un gastigo.
un rival ne trionfa. Il re gli applaude;
e se voi non troncate il laccio indegno,
tratta voi mi vedrete all’ara infausta,
che resta a chi dispera ogni salute.
                          E qual rivale?...
                                                         A chi di voi
Il prezzo io ne sarò. Principi, è questa
                                                Già l’ire accendo.
                                                     In quello, in quello
Senza la morte sua nessun mi speri.
Dite. Cotesto è amor? Cotesto è ardire?
Seguir ciò che ragion detta e consiglia.
Sacro nodo di pace a lui ne strinse.
a noi caro e dovuto, il re ne privi?
da la fede real, non son più suoi.
Tutto a l’onor daremo e a l’amistade?
                              Non sono, o dio! non sono
de la cara Ericlea stupido ai mali.
Non le giova un dolor che la compianga.
Da noi vuole un amor che la soccorra.
Son teco anch’io. Siamle difesa e scudo.
fra Timocrate e lei? Di’, che faremo?
Ciò che l’amor, ciò che l’onor richiede,
per lei morir ma non tradir la fede.
Coppia illustre d’eroi, per cui più grande
di Siracusa è ’l regno, al valor vostro
Io con nodo di pace a voi congiunto,
con voi ne godo e a un lieto amore applaudo,
L’insulto non conviene al generoso.
Su qual di voi cadde l’onor del dono?
In lui con gioia onorerò l’amante;
ne l’altro poi consolerò l’amico.
È tuo acquisto Ericlea; ma de la nostra
                                             Meride, io l’ebbi
Sono i re, benché grandi, uomini anch’essi;
sempre si può ben giudicar gli oggetti.
Meco di onor contenderesti e d’opre?
                                     De’ miei trionfi
Il re me lo dovea. Chi non l’ottenne
Merito ei non avea?... (In atto di por mano alla spada)
                                          No, Selinunte, (Lo ferma)
ti sovvenga la fede e l’ire affrena.
Al punitor mio sdegno il vil si è tolto.
Timocrate, tu insulti a chi non t’ode.
Più che non hai tu orgoglio, esso ha virtude.
D’Erice al vincitor viene in difesa
Non giungono i tuoi scherni a farmi offesa.
Ma rispetta l’amico. (In atto di partire)
                                       A lui rispetto? (Seguendolo)
sotto il mio impero, di volgar soldato
non che di minor duce, empier le parti?
le antiche macchie ricoprir presume?
Ah! Troppo già soffersi. Un vil tu sei. (Dà di mano alla spada e va incalzando Timocrate dentro la scena)
Questo colpo consacra un giusto sdegno
a te, offesa amistà. Mora l’indegno.
Viver potea giorni tranquilli e lieti,
e pace ne partì. Mi alzò sul trono
con l’aura popolar forza ed inganno.
mitigo il danno. A me sospetti e rischi
crescono sempre e mi sta invidia a canto.
Spinto da giusto sdegno io lo precedo.
non ha termine o fren l’audacia e ’l fasto.
Se impunito il lasciai, non fu, il confesso,
non fu l’ossequio che mi tenne il braccio.
Corresse l’ire e a la ragion le mise.
né tel prometto. Ei tenor cangi o a sdegno
che un troppo insolentir mal si sopporta.
Vieni, o Meride, o amico. In guerra e in pace
il genio tutelar sei del mio regno. (Abbracciandolo)
                                    Ciò che poc’anzi oprasti,
                              Timocrate...
                                                      Mi è nota
la tua virtù, la sua insolenza. Il tutto
                                      Ei meritava
fia in avvenir porvi compenso e norma.
(Ei ne ignora il destino o se ne infinge).
Principi, nel re vostro io so che amate,
più che l’alta fortuna, il suo buon nome;
e se alcuna vedeste ombra anche lieve,
mi verrebbe in soccorso il vostro amore,
che a verità, dove un re giusto impera,
uscio sta aperto, onde accostarsi al trono.
Di giustizia mi pregio; e n’è la fede
Anche data al vassallo obbliga e stringe
e ’l violarla è da tiranno ed empio.
Voi, per cui grande e più temuto io regno,
Ericlea mi chiedeste e me ne increbbe.
Promessa altrui, dovea negarla a tutti.
che dirvi ancor, forse men grave. Ad ambo
Ericlea ricusai. La tolsi a un solo.
A l’uno e a l’altro egual mercede io deggio;
Vi unisco al sangue mio. L’illustre dono
compensi l’onta del primier rifiuto.
Maggior non l’ho. Se nol gradite, il mio
primo fra i re per impotenza ingrato.
Da tua bontà son soprafatto e vinto.
Meride l’alma da stupore oppressa.
fa l’amor tuo, gli si conviene; è giusto.
sospendi i doni tuoi. So qual destino
per me alterni a vicenda or beni, or mali.
Meride, il tuo timor... Ma chi sì audace?...
Non ha né serba modo il mio dolore. (In atto come di entrare a forza)
Areta... (Areta corre a inginocchiarsi a’ piedi del re)
                 Eccelso re, giustizia imploro.
La devi a te... La devi al pianto... O dio!
Sorgi. Fa’ cor. Frena i singulti. Parla.
Morto è ’l tuo servo. Il mio buon padre è morto.
il suo sangue sgorgar dal fianco aperto,
da tante guerre, ove per te lo sparse.
Steso su l’erba il vidi. Ah! Quale il vidi!
E ’l trovai senza vita e senz’averne
Ma al più giusto dei re parla il mio pianto.
Sol vendetta dimando; e se a me fosse
Deh! Non lasciar sotto il tuo retto impero,
sugli occhi tuoi, tanto delitto impune.
L’ucciso era il miglior de’ tuoi vassalli,
era il tuo più fedele, era il mio padre.
                                              Io te la giuro.
Invan si asconderà l’empio al mio sdegno;
e s’oggi fia che in mia possanza io l’abbia,
oggi cadrà sotto una scure o d’altra,
qual più vorrai, barbara morte e vile.
O dei gran re specchio ed esempio, o forte
tua regal fede. Il mio dolor l’accetta.
per te giustizia sia, per me vendetta.
mi è Timocrate tolto? Ah! Generosi,
invan voi mel salvaste. Altrove, altrove
del suo omicida. Il troverò. Supplici,
mancheranno a giustizia? Ira può farli.
che il mio lungo tacer sia vil timore.
Chi Timocrate uccise e qui sen venne...
                                       Sì, la sua pena
                                                 Ahi! Che facesti?
Tu legge a l’ire mie ponesti e modo
e libero a le tue lasciasti il freno?
Se l’amor di Ericlea tanto era forte,
io pur te la cedea. Perché un rifiuto
con tanto, ah! tuo periglio e mio tormento?
a sincera amicizia anche un sospetto,
non che un’accusa. Al colpo io fui costretto.
L’amante nol vibrò, lo fe’ l’amico.
di Selinunte ai torti ira si accese.
Se su l’ingiurie tue tacea il mio sdegno,
Né ’l vorrei, se l’avessi. È troppo caro
Vincer non puoi l’inesorabil fato;
ma de’ miei giorni ne l’estremo istante
farò che scorga Selinunte e ’l mondo
in Meride l’amico e non l’amante.
Chi detto avria che, con sì franco aspetto
e caldo ancor de l’altrui strage, osassi
por piede in queste soglie, onde non esce
ti manifesta. E fu chi vide il ferro
Tutto era poco. Io non sapea l’ucciso
e a l’uccisor porgea le braccia e alora
ne facevi in tuo cor giubilo e festa.
Ma poco ne godrai, ch’oggi avrai morte.
Non attender, signor, che in tal destino
tenti discolpa o grazia implori. A morte
per averla a temer; né perdon chieggo,
provocato l’uccisi. Il tuo comando
potea farmi obbliar le andate offese,
non impor sofferenza ai nuovi insulti.
in lui, che il profanò, lo vendicai.
il mio sprezzo e ’l mio danno; e ne avrai morte.
Gran re, che di giustizia il vanto porti
a’ miei non già, di Meride a’ trionfi...
l’ultima offesa i benefici antichi.
Oggi morrà. Diedi mia fede e a questa,
se la sprezza un vassallo, il re non manca.
Tu ’l vuoi. Giusta è la pena. A te dispiacqui.
né si ritardi. Un sol favore imploro.
Ritornerovvi, anzi che cada il giorno,
Che più si cerca? Ostaggio per l’amico
                              Tu, Selinunte?
Meride è condannato; e s’ei non riede,
                                     Mancare al forte
può la gloria in morir ma non la morte.
a te riman, quanto di spazio al giorno.
Il mio solo spavento è ’l suo ritorno.
o s’involi al gastigo, ho in che punirlo.
                                       E morir deve.
                                        E s’ei non riede?
Custodito e’ qui sia. Meride parta.
Né giustizia si dolga. O a la tua pena
o vivrai senz’amico e senza onore. (Parte seguito da Nicandro)
Selinunte, ti lascio; e non mi abuso
                                   Meride, amico,
Meride, a tuo piacer rimanti o parti.
Egli parte. Tu resti. Io ti compiango.
Di pietà sarò degno, alor che e’ rieda.
                          No, se Nicandro ei fosse.
Meride è troppo saggio, onde più torni
a quel, cui ti abbandona, ultimo fato.
Ciascun misura altrui col proprio core.
Prevale ad ogni affetto il proprio amore.
con che placarti, ombra insepolta ancora.
                                        Nicandro, e dove,
                          In Siracusa il cerchi?
Cerca qui Selinunte. Egli è fra’ ceppi.
Per Meride sto in pena. O dio! Tu taci?
Meride ha libertà, forse in tua traccia;
e prigionier sta Selinunte e in rischio.
                                              E Selinunte?
Cadrà sotto la scure il non reo capo.
fugge sua pena? E può soffrir che il ferro
tronchi a l’amico l’onorata testa?
La troncherà, quando al cadente sole
chi partì non ritorni. Ei lo promise
ma uscì di Siracusa, invan più atteso.
Misera me! Non piangerà il tuo amore
                                            Che mai dicesti?
Quando parla, non mente un gran dolore.
So il mio rivale; e vendicarmi or lice.
del tuo furor mal consigliato. È morto,
In periglio è l’amante. Ella è sciagura.
l’ultimo addio. Poi la sua gloria il chiama
né a viver né a morir. Tutto mi è affanno.
voti oppongonsi a voti e brame a brame.
Mi uccide estinto e mi spaventa infame.
                                            Meride salvo,
Meride è l’uccisor. Meride io voglio.
la vittima ritorni. Ella è fuggita.
L’ha sol nel suo nemico; s’egli fosse
Quanto è ingegnoso, alor che teme, amore!
Teme, sì, teme il mio, che è amor di figlia,
                                            Eh! Che sovente
fiamma di ira è pretesto ad altra fiamma.
conosco il mio rival. Mal lo tacesti.
Nel tuo dolor guardo geloso il vede.
Sospetto è cieco e gelosia travede.
sincerità di core? I patti, i vanti
Il cor non mi rinfaccia alcun delitto.
                                            (Deh! Come il seppe?)
                                     Dillo. Ti posso
giovar più che non pensi. In poter mio
Vuoi Meride a la scure? Il darò estinto.
Spera in Nicandro un amator discreto,
se in lui sprezzasti un amator fedele;
né a chi ingrata mi fu sarò crudele.
ammiro un degno amante; e non potendo,
giustizia almen ti fo, se non piacere.
scusa, se non ti amai. Scusa, se amando
Ah! Lo dicesti alfin. Questo pur ebbi
piacer, che ti ho delusa e mi credesti.
Il tuo arcano io sapea; ma a te lo chiesi,
per più farti arrossir, quand’io ’l rinfacci,
per più farti doler, quando il punisca.
Vuoi Meride a la scure? Il darò salvo.
Temi per Selinunte? Il darò estinto.
Lo prometto e ’l farò. Così, o spietata,
piangerai l’odio tuo senza vendetta,
piangerai l’amor tuo senza speranza;
del padre e de l’amante il rogo e l’urna.
Ma non pensar di spaventarmi. Ancora
Meride può tornare. A’ piè del trono
giugneranno e avran forza i miei lamenti;
e a te sai che dirò? Perfido, il senti.
Questo, beltà superba, è ’l tuo costume,
Ma talor da la siepe esce anche serpe
Qui di Meride in traccia amor ti guida.
Incontro che del par bramo e pavento!
Ben può arrestarlo una sì cara amante.
La vita de l’amico è a lui più cara.
Mira, Ericlea, chi a te rivolge il passo. (Le mostra Meride che, veduta di lontano Ericlea, si avanza verso di lei)
              Tremi per lui?
                                           So che lo perdo.
                                          Pianga il tuo amore.
Consigliando perfidia, io vil sarei.
Mancando a fede, egli sarebbe indegno.
Ciò che niega l’amor, farà lo sdegno. (Entra nella città)
Anzi ch’io rieda ove dover mi attende,
il piacer di vederti. Io n’era in pena
Con sì bel dono i duri fati assolvo;
che il tuo dolor, ma tua virtù lo vinca,
né più a bramar che il tuo riposo; e questo
lo avrai da Selinunte, a cui ti lascio.
del fedele amor mio. Vivi e a lui vivi.
Se pria che del suo fral l’alma si sciolga,
tu mi dai questa fede e stretta io vegga
te, del mio cor dolce metà, con l’altra,
non vi è morte per me. Se mel ricusi,
dal tuo amor attendea, Meride ingiusto.
In breve a morte andrai. Se al tuo dovere
contrastasse il mio pianto e in te volessi
a costo del tuo onor destar pietade,
Adempi il tuo dover. Vi applaudo anch’io;
ma in tal destin tu pur rispetta il mio.
E qual altro dover t’impone amore?
                                      Taci. Morendo
Viver non deggio altrui, se a te non posso.
Se mi volevi sua, perché al suo braccio
non lasciarne l’onor di meritarmi?
Ti avrei perduto, è ver, d’altro io sarei;
ma la tua morte almen non piangerei.
Ma chi forte mi fe’? Chi svegliò l’ire?
Non di Ericlea l’amor, non il comando
ma de l’amico i torti. A me quel colpo
non dei ma a Selinunte. Ei, me presente,
Che vuoi di più? Sin quest’estremo addio
Deh! Renditi a ragion. Renditi a’ prieghi.
Sia ’l caro amico ad Ericlea consorte.
Tua fé mel giuri; e vo contento a morte.
A te morte? A me nozze? A te feretro?
A me talamo? E ’l credi? E mel consigli?
Uccidimi, o crudel, senza oltraggiarmi.
Orsù, resta, Ericlea; rimanti, ingrata. (Fiero)
                                                    Ascolta. (Lo ferma)
No. Volano i momenti e per te sono (Più fiero)
                                          Là ti precedo,
ove del nostro amor s’agita il fato.
Mi unirò a Selinunte. Al re prostrata,
pregherò. Piangerò. De la mia fede
farò l’ultime prove; e poi quand’altro
ad oprar non rimanga al dover mio... (Fermandosi)
Vanne, Ericlea. Seguir tuoi passi è rischio.
i più teneri affetti ecco a te sveno;
e ciò che il nume tuo da me richiede,
tutto core or mi trovi e tutto fede. (Incamminandosi per entrare nella città, vede alzarsi il ponte e chiuderglisi in essa l’entrata)
Al piè chiudersi il varco... Aimè! Fermate.
A me tocca morir. Ma qual da l’alto
stral mi si getta e di quai note impresso
foglio?... Che sarà mai? Sciagure e mali. (Vedesi cadere al piede una freccia lanciata fuor delle mura, alla quale sta legata una lettera che vien raccolta e letta da lui)
«Meride, in Siracusa entrar ti è tolto. (Legge)
Selinunte di ferro e tu di scorno». (Dopo letto sta alquanto sospeso)
demone o furia il concepì. L’amico
Qui potessi morir!... Morir qui posso;
Nol salvo? No. Già piega il giorno. A morte
al feral palco... Aimè! Febo, il tuo corso
non affrettar. Da me difese in guerra,
tu la scure, o ministro. Ecco, già vengo.
A me quel ferro. A me quel colpo. Io porgo
di Selinunte... Ah! Ch’io vaneggio; e intanto
vola il tempo; il mal preme; il rischio cresce;
e nuoce il disperar. Deh! Che far deggio?
Degno ne son, se col mio duol vaneggio.
Dunque ad infamia per timor di morte
Meride si abbandona? Il sai tu certo?
io poc’anzi il lasciai. Ne’ suoi scordato
teneri affetti, a lui più non sovviene
né la sua gloria né l’altrui periglio.
per farla sua. Non sempre è generoso
In lui dunque amistà fu sempre inganno?
Prova de l’amicizia è la costanza.
Quella che può mancar, non fu mai vera.
Misero Selinunte! Io qui l’attendo.
Manchi a fede, se indugi. Eccone l’ora.
Chi in ostaggio restò, sua volle e fece
l’altrui pena ed error. Giusto è che mora.
Selinunte, già puoi disporti a morte.
de l’amor tuo. Di me si ride offeso,
ma costretto da te che reo ti festi
e debitor de l’altrui fallo e pena.
Tu, prima di morir, di’ se far posso
cosa a te cara, onde il mio cor tu scorga.
Più ancor farei; ma mel divieta e toglie
la regal fede e la tua legge istessa.
Signor, tutti i miei voti io chiudo in questo,
Tal morte a me più val d’ogni altro acquisto.
Affrettala, ten priego. Ogni momento
basta a tormene il pregio. Ah! Se ciò fosse...
Amico resta ancor, ch’io per te moro.
Come amico dir puoi chi ti abbandona?
se oltraggioso timor mi entrasse in seno.
                                          Egli esser puote
                                      Lieto e’ festeggia
                                    Pietoso ufficio
chiedea la sconsolata. Esso l’adempie;
ma purtroppo verrà. Che più si attende?
Ah! Che la tua virtù chiede supplicio
Di Meride col rischio? A me fa sdegno.
Coi lamenti di Areta? A te fa torto.
Se in pro del regno tuo nulla fec’io,
morte, o signore, e presta morte imploro.
Morte, a chi si condanna, ognor vien presta.
Mai non giunge che tarda a chi la brama.
Racconsola i suoi prieghi. I miei vi aggiungo.
non in pena ma in dono avrai la morte.
Nicandro, io lo condanno e ne ho rimorso.
Ne la virtù de l’un non ben gastigo
Sovvengati la legge e ’l giuramento.
E mi sovviene anche di Areta il pianto.
                                                E l’abbia.
                                 Sì.
                                         Con la sua morte
le passerai di nuova piaga il core;
e qui per lui verserà pianti amore.
Più che del padre e di sé stessa. In volto
                                        Va’. Fa’ che tosto
traggasi il condannato a la sua pena.
                                Non frappor dimora.
Già temea di punirlo. Or vo’ che mora.
(Nel re trovo un rival; ma tal mi giova).
A lui parli la figlia, a lui l’amante. (Parte)
Chi a te chiese sua morte? A chi la devi?
Meride ha da morir. Fuggì l’iniquo.
Quella vita era mia. Tu mel giurasti.
Rendine a me ragion. Se a me non vuoi,
Rendila a la tua fé. Rendila ai numi.
Ma il padre è già in obblio. Rotta è la fede,
Areta, ti trasporta un cieco affetto
e ti obblii nel dolor. Se in Selinunte
io piacer ti facessi, invan da l’urna
vendetta grideria l’ombra del padre.
Ma ver non fia che invendicato io ’l lasci.
Deluso ei fu. Temer dovea. Sé stesso
per l’amico a che offrir? Chi vel costrinse?
Credulo fu o malvagio; ed io punisco
o sua credulità, s’egli è tradito,
Ben adempio mia fé. Giusto son io;
e regno; ed è ragione il voler mio.
Il torto è mio, mia la sciagura e l’onta.
È ver. Giusto tu sei. Fede mi serbi.
Punito è l’uccisor. Tutto si compie
di Selinunte al fato. Ah! Da cotesta,
che tu fede ora appelli ed io fierezza,
ti assolvo. Io la rinunzio. Io la detesto.
Meride torni ancor. Del suo destino
ti lascio in libertà. Chi a l’omicida
già perdonò, può perdonargli ancora.
Ho coraggio, ho virtù cui chieder posso,
senza doverla a te, la mia vendetta.
Da me altro sangue il morto padre aspetta.
che il vicino a morir. Ma tu ’l condanni.
Chieder grazia e oltraggiar provoca a sdegno;
né si ottiene pietà con tanto orgoglio.
O dio! Scusa, mio re, scusa i trasporti
In me stessa ritorno. Umil ti priego.
Deh! Ritratta o ritarda il colpo atroce.
Taci, che più m’irrita ora il tuo pianto.
                                          E che far deggio?
che in lui veggo l’amante e non la figlia!
Questo solo mancava al mio tormento,
Aimè! Forse il sarò. Sperato avrei
quella pietà che da un rival non spero.
dacché vostro favor portommi al trono,
fu del secol perverso il civil sangue,
e dolente e costretto. Astrea, che ’l volle,
mai non alzò con una man la spada,
se pria con l’altra non pesò il delitto.
Selinunte or condanno; e condannato,
Intendo. Ei dee morir. Su la sua pena
l’arbitrio di un momento anche mi è tolto.
Guardie, traggasi tosto al suo destino.
(E tosto, o cor, dirai: «Son vendicato».
Inganno non fu mai più fortunato). (Dionisio va a sedere al suo posto e le sue guardie occupano le logge all’intorno)
Tu de’ respiri miei sino a l’estremo
reggi il core. Sostienlo; e s’entra in lui
a l’amico fedel dubbio oltraggioso,
de l’innocenza sua rendil sicuro,
ch’ei ben puote indugiar, perché tradito;
non lasciarmi morir, perché spergiuro.
Né spergiuro ei ti obblia. Ben li sei giusto.
                                 Ei viene.
                                                    O me infelice!
Parlo al tuo amore, o generoso amico.
eccovi il capo mio. Ciò che a me il trasse
E tua sarò, quando al crudel tuo fato
sopraviver io possa un sol momento.
                                         Meride... O dio!
Perché non ho più vite? Ah! Ne ho una sola
Non disperarti. Invan l’attendi. Sire,
di tua bontà qui si fa scherno ancora.
                   Ma tardo; e Selinunte mora.
No no. Chi più di me degno è di morte?
Fu Timocrate ucciso? Io diedi il cenno.
Selinunte è qui ostaggio? Ho core anch’io
rea per soffrirla o generosa io sono.
Sì mal ti si ubbidisce? Il tempo, il luogo
questo è del mio trionfo. Ov’è ’l ministro?
Chiuder meglio non posso i giorni miei.
Se più tardo giugnessi, io quel sarei.
                      Eccovi il reo.
                                                Meride!
                                                                  Io sono (Areta sopraviene)
Meride, sì; né in queste vili spoglie
Grazie agli dii, deluso è ’l tradimento.
Illesa è la mia fama e tu sei salvo.
Ecco, o re, la mia testa. Eccola, Areta.
Crudel! Salvo son io, quando mi uccidi?
Perché non indugiar anco un momento?
Per sempre ei mi rendea vile ed infame.
Va’. Lasciami morir. Ten prIego ancora.
Di viltà vuoi tentarmi? Ah! Sii più giusto.
Ciò che nIega amistà, ragion mi dia.
Qual ragione aver puoi su la mia morte?
Gran re che di giustizia ognor ti pregi,
per me ancor giusto sii. Spirò col giorno
di Meride il diritto. Ei venne tardo;
                                       Non rinfacciarmi
un delitto non mio nel breve indugio.
Odimi, o re. Molto di spazio al giorno
l’ingresso in Siracusa. Esso mi è chiuso
Del dolor fo virtù. Questi mi vesto
che sudi a l’opre in giornalier lavoro,
entro. Inganno i custodi. A tempo giungo
di salvar la mia fede. Or non esulti
perfidia altrui. La tua giustizia regni.
E tu omai datti pace; e se vuoi morte,
va’ fra l’armi a cercarla, ov’ella rechi
Ma no. Vivi al tuo re. Vivi al tuo amore;
Selinunte, Ericlea, cara a voi sia.
(Del mio bene mi priva e vita e morte).
(Usai l’ingegno e mi tradì la sorte).
(Bassi affetti de l’alma, omai tacete.
Amici, egual destino oggi vi attende.
Dividervi non posso. Ambo morreste,
Orsù, dissipi omai gioia i timori.
L’un dono a l’altro. A me vivete e a voi;
ne la vostra amistà, sul vostro labbro
più che quello di re, mi sarà caro.
un cor sincero, un’immutabil fede.
Deh! Qual bontà? Signor, un sì grand’atto,
non che noi, ti fa amici uomini e dei.
Sire, in tanta virtù giusto è ch’io t’ami;
ma a misura del merto invan lo speri.
(Gioie de l’alma mia, temo ingannarmi). (Dionisio scende dal suo posto)
(Non so s’io goder deggia o pur lagnarmi).
(La vergogna mi opprime e ’l duol mi accora).
Meride unisca e lieto amor vi applauda.
No, che amore in voi strinse un più bel nodo;
ed ingiusto io sarei, se lo sciogliessi.
                          Questa si tronchi ancora
magnanima contesa. In dare il voto,
Meride, a favor tuo, tre cori afflitti
mi accuserieno di tiranno ed empio.
E a te... (Vo’ nel mio seno, amor, punirti,
che quasi di virtù spogliasti l’alma).
E a te, Areta gentil, dia Selinunte
qualche compenso nel tuo rio dolore.
Ei sia tuo sposo. (Invan ne fremi, o core!)
Gradisco il dono; e tu se m’ami, Areta,
Dal tempo e dal tuo amore avrò il conforto;
ma in sen di figlia or troppo acerbo è ’l duolo.
(Ed io fra tanti a sospirar son solo).
il cui grido ancor vive, ancor si onora,
e di etade in età torgli a l’obblio.
ai secoli lontani; e un sì bel giorno,
in cui ti diede il cielo al secol nostro,
da le ingiurie degli anni i nomi illustri,
scrivi: "natal di Elisa". A farla grande
assai di che stupir ben s’offre al guardo
ma più sempre a cercar resta al pensiero».

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