Metrica: interrogazione
785 endecasillabi (recitativo) in Aminta Firenze, Vangelisti, 1703 
Addio regina, addio, da questi lidi
ove l’ira del mar me dietro all’orma
della cara germana avea già spinto,
Siracusa mi attende; io parto e ’l core
meco non vien; teco riman su queste
spiagge fatali a sospirar d’amore.
principe generoso, in ogni tempo
si pregerà; se agli occhi tuoi già piacque
questa, di un lungo duol misero avanzo,
sfortunata beltà, se non t’amai
come il tuo cor forse chiedea, ne incolpa,
più ch’Euridice, il fato. Amar non lice
fuor che ’l suo sposo a una real consorte,
benché tradita sia, benché infelice.
Io partirò, soffri che ’l dica ancora;
ma né lunga stagion né vario clima
potrà stancar la mia costanza; ognora
Sì, partirò (ma senza te giammai).
che a te non giova e ch’io non cerco.
                                                                  E questo,
che t’ami il labro e vuol che t’ami il volto.
ne’ tuoi lumi il tuo sdegno. Io parto; ammorzi
sol quest’addio l’ire già accese e almeno
un sol sospiro; egli è l’estremo addio.
O del mio lungo duol fide custodi,
solitudini amiche, a me più care
l’afflitto cor con libertà di pianto.
meco ragiono al traditor mio sposo,
parmi che l’empio i miei lamenti ascolti,
tu gli adulteri amplessi in me sognasti,
con svenar col mio seno anche il mio onore
O memoria crudele! O cor rubello
che l’ami anco sì iniquo, anco sì ingrato!
                                  Serena il volto. Aminta...
                                       Ed Euristeo morendo...
                                     Nulla t’intendo.
Che di Euristeo? Che mai ti disse Adrasto?
quali nuove sciagure a me destina?
                        Ecco Celia, essa confermi
de’ tuoi mali a pietà. Scoperta Aminta
ha l’innocenza tua. Piange il suo fallo
                                         Celia, ed è vero?
Si è pentito l’iniquo? Ah, tu m’inganni.
                       Parla e ti assidi.
                                                      Ascolta.
Io già tutto le dissi un’altra volta.
(O mi piace pur tanto questa Celia;
quest’è una celia che, se dura invero,
mi rallegra gli spiriti e ’l pensiero).
                                      Il ciel pietoso
                                            Il caro figlio.
le antiche fiamme, ad opre eccelse inteso,
                             Ed in tre lustri il sole
l’Asia con l’armi e con la fama il mondo.
                                     Nome fatale
                         Il re, che l’ama, seco
langue per gran dolor né trova pace.
vie più sentia de’ suoi delitti il peso
che l’orror della morte, intorno gira
torbidi i lumi e sospirando i ferma
nel mesto re: «Risparmia» ei disse «Aminta,
il tuo dolor. Meglio conosci omai
Euristeo quando il perdi. In un germano
ti svelo un traditor, ti addito un empio».
Tacque e poscia soggiunse: «Alle mie luci
piacque Euridice e l’adorai. Sprezzato,
a te l’accuso e ’l credi e del tuo sdegno
ella cadea ma la difese il cielo,
il ciel che or me punisce assai più giusto».
Volea seguire; e Aminta: «Ah traditore!»
chiude le luci, il senso perde e muore.
O giusta morte! O tradimento! O numi!
Pianse d’allora il tuo pentito Aminta.
Sé stesso condannò; tornò ad amarti.
Per monti e valli, abbandonato il regno,
Pianga pure il crudel. Tutto il suo pianto
ma donde avesti il grand’avviso?
                                                             Tempe
ne risuona di gioia e in lieti viva
plaudon ninfe e pastori al tuo contento;
e ’l seppi anch’io dallo straniero Adrasto.
Chi sa che Aminta a’ piedi tuoi non venga?
così offesa e tradita? Io soffrirlo?
                                  Placa, o regina...
Sì, trafigger quel core, ah no! Pria questo...
il mio sposo tu se’, l’idolo mio.
del regio cor tutti gli arcani, ancora
s’è placata Euridice? Ancora Aminta
                                           Credimi, Adrasto,
placar donna irritata e amante offesa.
succedono a vicenda odio ed amore.
                                  Non lusingarti;
già ’l mio cambiai col cor di Silvio, ond’io
vivo sol col suo core ed ei col mio.
E per Silvio mi sprezzi? In che gli cedo?
meco si provi e al canto. Avrò di lui
più snello il piede e più gentil la voce.
Egli vil di natali e di fortune
                                             Sentimi, Adrasto.
a te pascon più armenti; e illustre sei
per virtù, per natali e per fortuna;
ma Silvio è più vezzoso agli occhi miei.
              Celia.
                           Mia vita.
                                              (O gelosia!)
del mio rigor la più gentil discolpa;
se all’amor tuo render non posso amore,
Sia pur Silvio il tuo vago; ei dì piacerti
abbia tutta la gloria, alfine Adrasto
                    Non temo.
                                          Eh folle! Celia
più che donna non è. Sol perché t’ama
                      Non lo sperar. Tu solo
il mio nume sarai, l’anima mia.
             Silvio.
                           Mia vita.
                                              (O gelosia!)
Ancor forza è ch’io taccia e che nasconda
il mio grado real? Silvio trionfa
d’Adrasto? E ’l soffrirò? Tanto ti deggio,
m’imponi, Aminta. Io t’ubbidisco a prezzo
anche della mia pace e del mio pianto.
per Silvio, e che per lui non cura Adrasto;
questo Silvio anch’a me piace del certo;
so ch’avendo marito io non dovrei
innamorarmi d’altri ed all’antica
la cieca doglia? Ove l’affetto? Fuggi
la sdegnata Euridice, ancor non certa
Perdi, amico, i consigli. È giunto il giorno
che della sorte mia decida i casi.
s’ha da placar l’irata sposa; omai
forz’è ch’io parli. Ho già taciuto assai.
men sospetto e men noto; ad ogni sguardo
non ti scoprir. Parlano meglio, allora
che non han chi gli osservi, i nostri affetti.
nel maggior de’ miei mali, o quanto io deggio!
Seguo i consigli tuoi. Vanne e là, dove
nel sordo lido il vicin mar si frange,
verrai con ciò che possa ad Euridice
Ben risolvesti. Ivi m’attendi.
                                                      Amico,
moltiplica le morti al mio tormento.
Quale speme è la tua, misero Aminta,
condannata la sposa, ucciso il figlio?
Che risolvi? Ove vai? Muori, infelice,
la morte tua, se non la miri in fronte
alla tradita tua fida Euridice.
Muori e fuggi quegli occhi... Ah no! Mia sposa,
con un dolore al mio delitto eguale,
degna dell’ira tua. Tu sola avrai
e in onta del mio duol a te la serbo.
non estingua i tuoi sdegni? E a me talvolta
di qualche lacrimetta e l’ossa e l’urna.
Signora Celia, insomma io vi consiglio
a non amar quel Silvio ch’è un suggetto
ch’a me non piace. (Anzi mi fa dispetto).
Io pur ti dico, o Celia mia garbata,
che tu lo lasci stare; è un fumosello
(che a me purtroppo piace e sembra bello).
a non amar Silvio, mio caro bene,
è proibito in casa mia né il voglio,
(Però vorrei che vagheggiasse me).
non stanno ben d’intorno alle fanciulle.
(Ma se Silvio volasse a me d’intorno,
o qual mai proverei grato soggiorno).
Amore a cor gentil ratto s’apprende,
è un atto dolce e onesto, è gentil cosa.
Io non vo’ cose né gentil né rozze;
oltre di che, che vo’ tu far di lui?
che, quando diventassi un dì sua moglie,
suono non ha da far ballare i denti;
però Cupido al sen più non ti frugoli
per uno per il qual ti converrebbe
pan di legno mangiar, ber vin di nugoli.
mendico e vil, non un gentil pastore.
Ogni disuguaglianza agguaglia amore.
lascia star Silvio ed ama Adrasto almeno.
Alcea, com’entri a far qui a mezzana,
a proporre gli amanti alle fanciulle?
Ch’importa, Elpino, a te che costei sia
M’importa perché sì e perché no.
donde questo tuo zelo, Elpin, ne viene.
Ed io, madonna Alcea, m’avveggio pure
donde la tua pietà nasce, che vuoi
e non t’importa ch’ami Adrasto poi.
Elpino, Elpin, t’ho inteso e ti confesso
Ed io vorrei che li serrassi adesso.
Questo solo piacer quanto diversa
chi crederia me regal germe ascosa?
Me di re figlia in pastorale ammanto?
Chi ’l crederebbe? E pur amor può tanto.
                                 (Ahimè! Ravviso in lui
                                         (È dessa, il guardo,
il portamento, il moto agli occhi miei
(Misera me, s’ei mi conobbe! È meglio
                                   O cara, o da me tanto
                                  Perché mi fuggi, Elisa?
non mi ravvisi? O pur t’infingi?
                                                            (Come!
                                              (Stessa è la voce.
Non m’ingannai). Quanti perigli e quanti
mi costò la tua perdita! Più regni
e più mari tentai per rinvenirti,
tornar senza di te; quanto giulivo
sarà nel rivederti il vecchio padre
che ancor bagna di pianti il crespo volto!
signor, più che ti miro o che t’ascolto.
Che! Tu Elisa non sei? Di Siracusa
                                 Io Celia son, di Tempe
e la breve capanna è ’l regno mio.
(Per te finger m’è forza, o cieco dio).
Come qui in Tempe e in libertà, se preda
                            Con tanta fretta, o ninfa...
Senza il noto custode errar dispersa
troppo lasciai la fida greggia e forse
sgridar me ne potria l’austero padre.
i lunghi e molti verni han reso il crine.
Ma ch’Elisa tu fossi io giurerei.
stato sogno od incanto... O fido Araspe,
qui te appunto attendea. Partir da Tempe
dal naufragio crudel rimase a noi
meco verrai co’ miei più fidi; e intanto
pronti stiano gli abeti a scior dal lido.
Vanne, opra e taci, io nel tuo amor confido.
possa mirar placata e me felice?
prepara il cor ch’ella qui viene.
                                                          O numi!
                                    Per ottenerlo, tutti
se ti trova fedel, puote anco amarti.
risolvesti, cor mio? Cinto da mali,
che paventi? Che pensi? Io già ti veggo
da mille affetti lacerato. Ah, fuggi...
Ti consiglio alla fuga e tu non puoi.
T’esorto alla costanza e tu non l’hai.
                                           (Aimè, che veggio!)
                        (Non m’inganno).
                                                           (Ardisci, o core).
                                           Ah traditore!
Devo dar fede al cor? Parla, rispondi.
No che Aminta non sono. Ei fu altre volte
il tuo fido, il tuo sposo. Ei fece un tempo
le tue delizie e tu le sue facesti.
Sono un crudele, un sanguinario, un empio,
scopo dell’ire tue. Son quegli, o dio...
Non più, iniquo, non più, troppo rammento
gli oltraggi tuoi. Ben ti ravvisa il core;
e conosco che parlo a un traditore.
qual io mi sia? Vedi a chi parli? Io sono,
                                             Ahi!
                                                        Tu sospiri?
quanto ti amai? Quanto serbai pudica
del giogo marital le caste leggi?
che in guiderdon della mia fede, ingrato,
che in premio del mio amor le leggi hai poste
tutte in oblio per condannarmi a morte?
che far dovea? Che far potea? Chi mai
in un germano accusator? Chi mai...
ma non Aminta. Ei qual ragione avea
di sospettare in me colpa sì enorme?
Che non pensar qual vissi? E la mia vita
ti servia di discolpa. Anche i delitti
hanno il lor grado; e in un sol giorno istesso
da una grande innocenza a un grand’eccesso.
ma l’error fu innocente; ei conceputo
fu dal timor, non dal voler...
                                                    E dove
a condannar senza difesa? Forse
Maturasti l’accuse? Era inonesta?
Quando? Con chi? Qual fu la prova? Un solo,
un lieve indizio e ti perdono. Iniqua
soscritta dal tuo cor; l’esserti moglie
era tutto il mio fallo. Ah, se volevi
d’un eterno imeneo scior le ritorte,
senza tormi l’onor darmi la morte.
Regina, io sono il reo, tu se’ l’offesa.
a chiederti il perdon ma la vendetta.
che per cader dalla tua man ferito,
Su, che fai? Che più badi? Il colpo attendo.
Pensi che in crudeltà possa imitarti?
vivi pure infedel ma ’l tuo delitto (Aminta si leva)
si asconda agli occhi miei. Vanne sì lunge
che di te non mi resti altro che il nome
ed il solo dolor di averti amato;
la mia vendetta e la tua pena. Vivi.
                Chi sei?
                                  Non mi ravvisi? Elpino,
                  Tu quel cui già la morte imposi
                                               Io quegli sono...
mi s’aggiaccia nel sen. Fuggi, t’invola;
celati agli occhi miei. servo mal nato,
                                         S’egli era ingiusto,
perché ubbidirmi? A che esequirlo?
                                                                   È dunque
                                      In rimirarti
de’ miei delitti in me s’accresce il duolo.
Uccisor del mio figlio, empio ministro,
fuggi e col mio dolor lasciami solo.
diverrà la tua fede il tuo delitto;
è pentito dell’opra e non Elpino.
qual è il desio d’Elpino; ei non vorrebbe
che Celia amasse alcun, questo sgraziato.
Il suo zelo non è ma gelosia
e proibisce altrui quel ch’ei vorria.
dove a parar d’Alcea vanno i rigori.
con Silvio solamente e poi l’esorta
ad amar quanto vuol, che non importa.
che tra voi due ci nascerà del male.
fatta con un saper tanto profondo,
Celia non amerà persona al mondo,
per la tua complession non son più buoni
in su quest’ora ti ferisce il core,
da me ti si fa noto e manifesta
ch’io del sicur ti spezzerò la testa.
Timidi affetti, ogni riguardo or ceda;
or v’invito a goder. Celia in me trovi
ciò che amasti pastor, principe oblia.
Ah! Celia, ch’io non t’ami? A che ti fece
sì bella il ciel? Non ti formò natura
per lasciarti perir fra’ boschi ignota.
Sì, t’amerò, nulla distingue amore;
opra sia non del ciel ma del mio core.
So che ami Celia e so che Celia ancora
                                        Amor fra noi
                                         Degni ambo siete
di un sì bel nodo. Anche rival, nol niego;
pur convien ch’ei si sciolga.
                                                   Io pria la vita...
Amo Celia, e tu ’l sai, ma non ancora
il tuo rival ti è noto. Adrasto io sono,
non son plebeo, non vil pastor. Ravvisa
un germoglio real. Son d’Argo il prence.
                          Al trono io nacqui e al trono io penso
                          (Misero me!)
                                                     So quanto
del grado mio, della sua gloria il fato.
                        (O martir!)
                                                Rispondi.
                                                                    O pena!
Del tuo duolo ho pietà; ma che far posso?
Che far tu vuoi? Sì bella sorte a Celia
non invidiar. Soffri il suo bene e l’ama,
te pur trarrò. Tutto sperar ti lice
da un grato re, da un amator felice.
Misero Silvio! Ecco disperde il vento
le tue belle speranze un sol momento...
il tuo, deh non più tuo, Silvio infelice.
che non piango la tua, piango la mia
felicità perduta. E pur dovrei
consolar, ma non posso, i mali miei.
Qual perdita è la tua? Qual bene è ’l mio?
                             Deggio pur dirlo... Adrasto...
                                          (Tregua, o sospiri).
Io non più tua? Chi mi t’invola? Adunque
la nostra pace a invidiar si è mosso?
Io non più tua? Dimmi, perché?
                                                            Non posso.
Che può Silvio temer? Gli è noto forse
Amor me gli fa eguale. Eccomi ninfa.
il suo core il mio regno. Un dolce sguardo
che dal labro gentil parta amoroso,
stimo più d’ogn’impero e più del mondo.
cieca nell’ira tua? Ti consigliasti
ben col tuo cor, quando a sì duro esiglio
dannar potesti il tuo pentito Aminta?
Ti scacciò il labro, or ti richiama il core;
la vendetta a mirar nel mio dolore.
pianto a versar, voce a lagnarmi ancor?
O spettacolo atroce! O re infelice!
                                   Un mortal ghiaccio
m’assale il cor, m’occupa l’ossa. Parla.
Che dir poss’io? Che udir vuoi tu? Te stessa
meglio dal tuo rigor che dal mio labro.
                             Quanto alla Grecia, al mondo,
tolse tua crudeltà; l’onor dell’armi,
per te mancò, per te sol cadde estinta.
                       È morto... Aminta.
                                                           O cieli! Amin... (Sviene Euridice; e Aminta, dall’albero più vicino accorrendo, la sostiene nelle sue braccia)
Crudele amico e più crudele inganno!
Mio re, non paventar; l’alma, sorpresa
da deliquio mortal, ben presto a’ sensi
ritornerà. Vedi or se t’ama.
                                                   Corri
alla vicina fonte, il passo affretta.
Ogn’indugio m’uccide. O caro volto! (Adrasto parte)
Pallido se’ ma ’l tuo pallor mi alletta.
Ecco la preda. (Si accosta ad Euridice e la toglie di braccio a Aminta)
                             Aimè!
                                           Scostati, audace. (Aminta dà di mano alla spada ma gli si oppone Araspe e parte de’ soldati di Dionisio)
                                       Punisci, Araspe,
l’orgoglio di costui; poi vieni atteso.
                                                   O dolce peso. (Parte Dionisio con Euridice svenuta in braccio e con la metà de’ suoi soldati; l’altra metà rimane a combatter contro Aminta, al cui soccorso soggiunge Adrasto con i soldati d’Aminta; e dopo breve combattimento fuggon quelli di Dionisio ed Araspe rimane morto sul campo)
inutili sudori, or che perduta
                                     Ove?
                                                  La folta
ombra del bosco a me ne chiude il calle.
Perché l’empio non fugga e seco impune
tu per vario sentier vanne, mio fido,
con la metà de’ miei guerrieri in traccia;
                          Parto veloce.
                                                   O numi,
date lena al mio braccio e ’l piè reggete.
Ninfa, se tuo non son, se mia non sei
                                       A’ voti miei.
                                     Ch’è l’idol mio.
Cui la patria e ’l natal son anche ignoti...
                             Ma gli ostri?
                                                      Ecco il tuo labro.
Tutto cede al tuo volto, all’amor mio.
              Arrivo importun.
                                                Vengo per dirti...
tale non è che udir tu ’l possa.
                                                       Intendo.
a diletto maggior il cor prepara.
                                                    Silvio, è già tempo
e per far da signor mettiti in posto.
                           Impaziente ascolto.
ch’io padre a te non sono.
                                                E so che a morte
e mi allevasti, onde qual padre io t’amo.
Qual tu sia ben lo so. Io solo posso
dir di che razza sei; e pria che ’l giorno
                                       Perché ’l ritardi?
or ti basti saper. Sei gentiluomo;
ma questo è poco ancor, principe sei.
ti dissi il ver né sono scherzi i miei.
Di qual padre? In qual reggia? A che...
                                                                       Ti basti;
ora t’hai inteso, avvezzati un tantino
a non far all’amor con le capanne
comincia a innamorarti de’ palazzi.
O fosse vero. Alla mia Celia innante
ad offrirle il diadema il core amante.
Così tradirmi? E violar le sacre
genio del luogo e della dea presente
                                     Amor ne incolpa.
                                                                      Iniquo.
                                                 A porti a’ piedi,
come ti diedi Il cor, lo scettro e ’l trono.
detesto il donator, rifiuto il dono.
(Né Araspe ancor né ’l legno amico appare).
Di oltraggio non temer, che solo a forza
rispettoso amator, la tua costanza
                        Ma invano.
                                               E forse avrai
                         Non la sperar giammai.
(Mi spaventa l’indugio; uopo è ch’io stesso
vada e col cenno il nocchier lento affretti).
La cara preda a voi confido; intanto (Alle guardie)
tu da’ fine, o mia bella, all’ira, al pianto.
quasi in gara spietata entro al mio seno
che chiedete da me? L’afflitto core,
come può d’altra piaga aver dolore?
pianti, sospiri... Ah, questo è poco? Il sangue,
Io barbara t’ho ucciso. Io t’ho rapita
col mio troppo rigor la cara vita.
Tutto ci attende. Andiam, regina. (Si vede da lontano venir per il fiume un palischermo)
                                                               Iniquo,
Penso sottrarmi al tuo furor.
                                                     Ma come
tanto oserai? (Si va avanzando verso Euridice che si va ritirando verso il fiume)
                           Ferma, crudel, non sai
disperato dolor quanto sia forte.
chi potrà torti al mio poter?
                                                    La morte. (Euridice va per lanciarsi nel fiume ma sopraggiunge Aminta e di dietro la ferma)
              Regina.
                               Anche il morir?...
                                                                 T’arresta.
Gli empi uccidete. (A suoi soldati. Euridice si volge, riconoscendo alla voce Aminta, e tutti danno di mano alla spada)
                                     Avversi dei.
                                                             Che veggio?
                            Sì, mia regina, io vivo,
troppo impressa nel cor. Vivo; tu ’l chiedi
per desio di vendetta, io t’ubbidisco
                                     E veggio ancora...
Sì, tu mi vedi e pur dovea celarsi
volto pena a’ tuoi sguardi, al mio riposo.
Dovea partir; ma ’l tuo periglio incolpa.
fosse opra mia la tua salvezza. Questo,
d’assicurar la tua con la mia vita,
non mi rapì tra tanti mali il fato.
vado a compir la tua sentenza. Addio.
empia non son né sono ingrata... E dove,
sparso Aminta ha quel sangue. Egli lo ha sparso;
Lungi pur da quest’occhi anche pentito,
soddisfatta è la moglie e non la madre.
Poiché han fine i tuoi mali, han pace ancora,
                                            E noi pur anco
siamo teco a goder di tua salvezza.
la libertà, più non vedrò l’ingrato.
                                     Abbi pietà di lui,
                                    Empio marito
lascia d’esser più reo quando è pentito.
l’onor mi rende e non mi rende il figlio.
dal tuo figliuolo che ti fu ammazzato,
credi pur ad Elpin, tu se’ felice.
Di quale speme il mio dolor lusinghi?
Udrai per via ciò che, saputo inanti,
risparmiati t’avria sospiri e pianti.
                              Tutto è già vinto, omai
ti assicura, o regina. O morti o presi
sono gli audaci. Il loro duce istesso
sente il peso de’ ceppi e custodito
dall’ire tue, dalle sue colpe attende.
quest’alma vede. A miglior tempo, Adrasto,
ti serbo la mercé di sì bell’opre.
Che fia d’Aminta? Al suo primiero esiglio
                               O cielo! Andiamo, Elpino,
                                   Abbi in me fede.
                                                                    Sappi
che un deluso sperar torna in furore.
Ninfa, l’ora è pur giunta in cui poss’io
con meno di rossor dirti ch’io t’amo.
meno audace amator de’ tuoi begli occhi,
non di pingui campagne il basso impero
ma di un regno non vil lo scettro e ’l trono,
farne alla tua beltà tributo e dono.
rozza e semplice ninfa a’ boschi avvezza.
trarmi da’ boschi ed innalzarmi al soglio,
m’illustra sì ma non m’abbaglia. A questo
mal si confanno e le corone e gli ostri.
Celia cara e gentil; di queste selve
ad arricchir del tuo sembiante il mondo,
a far ragion delle mie fiamme a’ cuori.
al tuo bene ti mostri? Ancora Adrasto
Più d’un core non ho né più d’un regno.
per pace tua, per mio riposo, ascolta.
Non ti vo’ lusingar; come poss’io,
che pastor ti sprezzai, principe amarti?
Quale amor fora il mio? Credimi, Adrasto,
la tua sorte ameria, non il tuo volto.
d’inutili querele armi il tuo sdegno.
                            I voti perdi e i prieghi.
Il ben che piace è ’l vero ben dell’alma.
Il ciel ti chiama a tanta altezza.
                                                         Il cielo
vuol ch’io viva qual ninfa.
                                                Amor t’invita.
                                       Ti cangerai.
                      E che?
                                     Di non amarti mai.
Va’ pur. Degno è d’imperi il tuo rifiuto.
O costanza! O virtù! Dove risiedi?
contenta di piacer senz’ingrandirti.
Assai diede all’amor. Perdona, Aminta;
e tu, sacra amicizia, ancor perdona,
se tardo a te ritorno amor ne incolpa;
dov’è legge di amore, ogni gran colpa.
Andai per discoprirgli il mio gran foco,
Si messe in posto, quasi fosse un re,
tutta ben mi guardò da capo a piè;
e ne’ vostri bisogni ancor v’avremo».
e ch’ebbe un tempo fa gli amanti a squadre,
Un affronto sì grande ove s’udì?
mostaccio d’assiolo, a entrarmi in tasca.
Sai tu quel ch’io ti dico, esca di casa
adesso in questo punto, in quest’istante,
malcreato, villano e mariolo.
licenziar quel galante e bel fanciullo,
corrile dietro e fattene satollo,
Sì che siam licenziati tutti quanti,
e quel che voglio fare or ti dirò.
e, se vorrà parlare oltre il dovere
e far l’impertinente e la dottora,
sarà la prima lei ad uscir fuora.
Io prima ad uscir fuora? Elpin, sei cotto.
anch’io salir per inalzarti al trono,
più nel tuo amor che nel mio grado io sono».
vorrei che dal tuo cor tu cancellassi
vergin real, cui del più illustre sangue
bollon le vene. O quante volte, o quante
son del tuo Silvio. Anche a me stessa ignota,
                                           Sogni mi narri.
Silvio, l’arcier gentil che mi ferì;
e per me se hai pietà digli così...»
(Celia è quella od Elisa? Al primo inganno
è comune a più cori. Io d’un affetto,
                                  (A tempo io giunsi).
Nacqui di real ceppo. A questi lidi
destin mi trasse e mi rattenne amore,
Caro Silvio, mio ben, per te mi scordo
                                               (Indegna Elisa!)
né mi ravviso più. Ma non è questo
non poter dir qual t’amo è pena, è morte.
che parlo a te con l’altrui labra. Udisti
prova di amor più rara? O più ne brami?
Celia, od io non t’intendo o tu non m’ami.
disonor del tuo sesso e del mio sangue,
lo sguardo abbassi e di rossor ti copri.
Questa volta il mentir nome bugiardo,
negarmi il grado e simular qual sei
non gioveratti. Io ben t’intendo.
                                                           O dei!
la sorte tua, l’amor paterno, il nostro,
E di tanto trionfa un vil pastore?
per te misero io sono; e son tua colpa
i ceppi ch’or sostengo e che con ira
scuote la man, cui dal lor peso è tolta (Scuote la catena)
quanto tarda in punir tanto più fiera.
Udii? Sognai? Celia, tu taci? In volto
dell’agitato cor spieghi i tumulti.
                                In altro lido il prence
                                              È vero.
E per pena di Silvio ancor l’adori.
(Infelice alma mia, tu sei tradita).
scoprasi tutto il mio destin). Mio caro...
che fu già tuo trionfo e tuo rifiuto.
                                 Più mi acciecan que’ sguardi,
quelle promesse, que’ sospiri ad arte
Credi, il mio amor nulla ti offende.
                                                                 Taci.
Sì, di me sol deggio lagnarmi. In donna
pure fiamme dell’alma, affetti miei.
senz’onde il mare e senz’arene il lido
che la vuole sposar e far signora;
è andato, o Elpino, il vostro nuovo amore;
ritornerà l’antico intatto e puro
e ci parrà bonissimo il pan duro.
Chi detto avrebbe mai che il vostro damo
se Silvio ad ogni mo’ la vuol pigliare,
diventerà fra poco principessa.
Come s’accese ancor si spegnerà.
Il mio stato è uno scherzo giovanile.
Il mio fu di ragazza un brio gentile.
Ed io non intaccai la pudicizia.
tu mi sarai fedel fino alla morte?
per quel bel viso fatto a piegoline,
per il tuo bel mostaccio di sagrì,
consacrerò tutti agli affetti tuoi
né ci saran più gelosie fra noi.
spettacoli funesti, idee lugubri,
stanza ricerco al mio dolor conforme.
Qui fra inospite balze e fra’ silenzi
romito abitator, quel che mi resta
terminerò piangendo; e quando i lumi
piacerà al mio dolor ch’io chiuda al pianto,
nell’ultimo sospir la tomba mia.
Ove appunto sperai ritrovo Aminta.
nemica al mio riposo, a che mel guidi?
del suo sdegno è pentita e a te pietosa
reca il dolce perdon, tu solo, in preda
fai de’ singhiozzi tuoi gemer le rupi?
A vita sì crudel, s’ella è pur vita,
Abbandona gli orrori e a lei ritorna,
che a braccia aperte entro del sen ti attende.
Non mi accieca il tuo amor. Son io capace
ch’io la ritolsi al rapitor lascivo,
Sparse un sospiro, un sospir solo? Adrasto,
ne’ mali miei consolator compagno.
Te, suo caro regnante, Argo sospira,
suo felice amator, te Celia attende.
                                Ch’io t’abbandoni, Aminta?
tutto il mio ben? Tu mi sei Celia ed Argo;
e nel tuo solo amor tutto possiedo.
crudele amico. Io mi consolo alfine;
avrai poco a soffrir. Momenti ancora
La mia colpa e ’l mio duol voglion ch’io mora.
che a me chiuse le luci e sparso avrai
di poca polve il busto esangue e l’ossa,
all’irata mia sposa e fa’ che al mesto,
del mio morir, si plachi; e almen ne senta,
se non duolo, pietà. D’un suo sospiro
quest’alma all’ombre eterne andrà contenta.
                                             Dille ch’io moro
Non morirai, non morirai, mia vita.
Se’ tu, bella Euridice? O nume sei
per pietà del mio duol sceso dagli astri?
Pongasi, Aminta, in un eterno oblio
In avvenir meglio sol m’ama, meglio
riconosci il mio affetto; e più non rompa
la catena immortal de’ nostri cori.
                              O giusti amori!
Ah, presenza fatal, che mi rammenti? ( Si volge altrove per non mirarlo)
vattene omai. Ciò che t’imposi adempi.
ciò che tu piangi e questo seno ancora
tel renderà, se tu fedel l’abbracci.
                                            O nodi!
                                                             O lacci!
Tu taci, Adrasto? Il tuo silenzio è gioia?
                             Ciò ch’io dovea...
                                                              Regina,
                                Tutto in disparte intesi.
Il tuo grado e ’l tuo amor, prence, mi è noto;
                            La vinceranno alfine
la tua sorte, il tuo merto ed Euridice.
Celia, se ti possiedo io son felice.
                                           Ti sieguo, o cara;
perde l’ombra l’orrore e si rischiara.
Ite, amanti felici. Ite ben degni
Chi sa che in dì sì lieto anche a’ miei voti
non arrida Cupido? E Celia alfine
                                     Sacre di Tempe
                                           Amiche dive...
                               Offre Euridice...
                                                               I voti.
già resi a me, son la mia gioia e sono
tutta la mia felicità presente,
l’innocenza d’un’alma; a voi pietade
fer le lagrime caste e le querele
d’un cor pudico e di un amor fedele.
Felice te, mia cara sposa. All’are
ed a’ facili dei porgi tuoi prieghi!
lo temo insin la lor pietade; e temo
Chieder vorrei, dopo la sposa, il figlio;
sol per mia crudeltà cadde trafitto,
rammenta e non cancella il mio delitto.
Gloria è de’ numi il ritornarci i beni
sovra del nostro il lor poter s’inalza
e dei solo gli rende il poter tutto.
forse sarà della tua fede il frutto.
Eccoci alla regina. Ella ti renda
Sorgi, o Silvio, e favella. (Io ben v’intendo
                                      (Nobil sembianza).
il più dolce tiranno, a’ piedi tuoi,
Ardo e Celia è ’l mio foco. Al suo bel volto,
hanno il piacer d’offrir corone ed ostri.
Che! Tuo rival di Siracusa il prence?
Or questo è il mio dolor, ch’altri al mio bene
possa offerir ciò ch’io vorrei.
                                                     Ti lagni
dunque d’Elpin, perché sì vil nascesti?
Mi lagno sol perché qual nacqui ei tace.
Nascesti vil s’egli ti è padre.
                                                    Ei padre
m’è sol d’amor, non di natura; ed io
per dover, non per sangue a lui son figlio.
                                    E come uscir potea
da sterpe sì villan fior sì gentile?
Vagia fanciullo in cuna e ’l primo ancora
latte suggea, quando ad Elpino impose
cenno real, né so a qual fine, il darmi
Finse ubbidir; ma sconosciuto in Tempe
seco mi trasse e in qualità di figlio
                                              Più volte
                                  E tu ne avesti il cenno?
Cintia ancor non avea, da che era nato.
                                         Or son tre lustri appunto.
O qual mi serpe ardor per l’ossa?
                                                              (E freno
                                             Questa, o regina,
è l’alta brama, onde a’ tuoi piè son tratto.
Mel tace Elpin. Sol mi accennò poc’anzi
                                 E non mentii.
                                                             Ma prima
candida rosa, onde al natal segnommi
                                 Più non v’ha dubbio, o caro...
O di questo mio sen viscere...
                                                       O tanto
                            Son io quel padre iniquo
                                          Ed io son quella,
che per te tanto pianse, afflitta madre.
lagrime sol di giubbilo e d’amore,
le sue confonde anche di Silvio il core.
chiedo il perdon del fortunato inganno.
più della tua innocenza, o fido servo.
E il guiderdon avrai dall’amor mio.
Pietoso Elpin, quanto a te deggio anch’io.
il mio piacer nel suo possesso, o numi.
di un facile perdon che quel d’amore;
errò, regina, e gravemente, è vero,
Ma come sua discolpa è ’l tuo sembiante,
così sua pena è l’infelice evento.
che tu sii sua nemica, egli tuo amante.
destra real nata allo scettro. Il dona
al suo amore, al suo grado, a’ preghi miei.
quella pietà che teco usan li dei.
(Quanto gentil, tanto infedel tu sei).
tanta pietà, non vo’ cercar; le grazie,
grazie non son, se sono caute e tarde.
la libertà del prence; indi tu stessa
l’alma disponi a compiacermi in cosa
che a me fia di contento, a te d’onore.
Troppo ti deggio. È tuo di Celia il core.
sovvenga Adrasto. Ora egli è tempo. Intanto
in te a bearmi io tornerò, mio bene.
Celia, rimanti; ogn’altro parta.
                                                         Al cenno
(Ma qui mi fermo inosservato). (Si ferma in disparte)
                                                            Sole
la tua beltà, l’amor di Adrasto. Ah! Vedi,
non irritar li dei col disprezzarle.
Diventa il ben perduto un gran tormento
e la nostra fortuna è un sol momento.
questa sincera libertà concedi
Dirò; sul generoso amor di Adrasto
mi perdo e mi confondo. A lui son grata
il suo gran merto e ’l mio dover mi è noto.
tutti ha Silvio in balia gli affetti miei.
Non nascesti mia suddita né posso
stender su te l’autorità del cenno.
Sovra il suo cor mi diè natura impero
e per semplice ninfa arder non lice
ad un figlio d’Aminta e di Euridice.
il perduto Alessandro e ad Alessandro
piacer non dee l’amor di Silvio. Ei prenda
e prence oblii ciò che adorò pastore.
non è più Silvio. Egli è dover che ancora
Celia non sia più Celia e a Silvio mora.
Anzi Silvio morrà. Perdona, o madre.
e in destin sì crudel sol cambio morte.
                             E che, vorrai, tu erede
del macedone impero e tu di regi
nobil germoglio, in basso amor di ninfa
cieco avvilir de’ tuoi natali il pregio?
N’arde anche Adrasto, il prence d’Argo; e pure
lodi e proteggi l’ardor suo; ma quando
l’esser figlio di re deggia involarmi,
addio fasti, addio reggia. È sogno ed ombra
per me l’ostro superbo e ’l manto adorno.
Prence non son, Silvio e pastor ritorno.
Silvio felice, o generoso amante.
più sia rival del suo monarca al figlio.
Volea di Celia oggi inalzar la sorte;
nell’amor tuo più di grandezza, io lieto
l’onor ten cedo e testimon maggiore
questo rifiuto mio sia del mio core.
                       Nobil alma!
                                               Ecco il germano.
(Siete vicini ad esser lieti appieno,
Regina, errai ma per amarti. In poche
voci racchiusi il fallo e la discolpa.
non te ne chiedo umil perdon. Ne cada
vile di spoglie e più di cor, colei
è l’origine sol de falli miei.
              No, non è Celia, essa è l’indegna
mia rapita germana, è quella Elisa
per cui ramingo errai provincie e mari.
In braccio a un Silvio, a un vil pastor di Tempe
pensa ella trar, ninfa lasciva, i giorni,
noi scordando, sé stessa, il padre e ’l regno.
Ma pensa invan. Ti giugnerà il mio sdegno.
non mai congiunse in un sol giorno il fato.
anche Silvio è mio figlio. Il ciel, che a noi
or li rende pietoso, unisce il nodo.
Alti decreti, io vi consento e lodo.
poter bearti anche nel figlio.
                                                     O fede
per cui l’amore all’amicizia or cede.
punì gl’audaci rapitori. Anch’io
nell’onde irate era a perir vicina;
corse opportuno e al mio destin mi tolse.
Già meditava la Sicilia e ’l padre;
veduto Silvio, allor mi elessi in Tempe
e vissi amando in povertà beata.
Ma più meco or godrai, sposa adorata.
                                  O strani accenti.

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