Metrica: interrogazione
907 endecasillabi (recitativo) in Mitridate Venezia, Pasquali, 1744 
Credo al tuo amor; ma l’hai sì generoso
che amar possa Apamea, più che sé stesso?
mi bolle in petto, a te si sveni...
                                                          A prova
sì crudel cimentarti a me non piace
più mite e più gentil, se bene anch’ella
le sue punture avrà, le sue amarezze
                                        Soffra il meschino,
Già sai qual imeneo debba unir l’armi
e gl’interessi di due regni. Avranno
l’Armenia e il Ponto un solo spirto e moto
in due gran re, se sposa di Farnace
sarà Apamea. Ladice al nodo insiste;
Tigrane il chiede; Mitridate il vuole;
                        Che far può, suora a Tigrane,
figlia a Ladice? La feroce madre
vuole e d’esserlo sa. Suo è il darmi leggi,
d’amar Farnace e dolor mostro ancora
                                         Ah, chi mi accerta
che sia finto il dolor, finto l’affetto?
Il mio, sì, Dorilao, solo è dispetto.
A giovane beltà fa senso ognora
non v’è fra noi che di veder non ami
tutti al suo carro incatenati i cori.
Ma che far deggio? Non intendo ancora.
di Mitridate il principe suo figlio.
Reo ne sarà col ricusarmi. Il suo
siati il mio, dillo prego, dillo impero;
né starmi a ricercar, se nel mio core
ciò che il desta è virtù, pietade o amore.
Tutto sembra, o cor mio, ch’oggi cospiri
cessa di lusingarti. Un tanto bene
non è, credil, per te. Fa’ il tuo dovere.
Ma ragion ti sia guida; e scorga il mondo
che nella scelta dell’eccelso oggetto,
virtù non ti mancò per meritarlo. (Sta pensosa)
Vedila mesta. E che ogni via non tenti (A Gordio in disparte)
que’ begli occhi di terra alza e qui mira
dai lidi armeni apportator felice.
Sì, da que’ lidi, ove, o gran donna, ancora
col tuo figlio real regna il tuo nome.
                                 Oh, a’ miei pur anco il caro
                                          E il nodo illustre
unirà i due regnanti all’alta impresa.
                                     (Ah, per mia pace
manca il voto miglior, quel di Farnace).
Lieta madre or potria dirsi Ladice,
se in rivederti, della sua perduta
Eupatra, oh dio, la rimembranza amara
non la turbasse. E pur dieci anni e dieci
son corsi omai, dacché ne piango il danno.
Spera. Chi sa? Tra il popol vario e folto
                  Sì, quel generoso scita,
cui nella notte, che improvvisi e cheti
in Colchide fidai l’alma fanciulla,
senza svelarne la fortuna e il nome,
men gisse altero il vincitor.
                                                   O cieli!
Che non correr a lui? Che della figlia
                                  Il potea, da guardie cinto
                           Gordio, deh, stanne in traccia
e il guida a me. Troppo mi preme i casi
saper d’Eupatra; e s’ami Aristia ancora...
                                         L’imeneo del prence
può farla tua. S’ei non s’adempie, inciampo
temi possente al tuo riposo e al mio.
Tu non m’intendi e dirlo non poss’io.
con quella ilarità che suole in volto
spargersi a chi ben ama ed è vicino
a goder dell’oggetto, ond’ei sospira.
                                              Il so; ti affligge
a’ piè del padre ei recherà gli allori.
Ma speran poco i miei dolenti amori.
Ma tace ancor. Sia quanto vuole accorto,
quell’oltraggioso amor ch’arde in due petti.
Basta... Accertar vo’ meglio i miei sospetti).
di Mitridate un degno erede. In esso
ringiovenisco; e con tal figlio al fianco
Tu qual madre l’accogli; e in lui non tanto
che il valor suo, le sue vittorie onora.
(Più bello il trovo in tanta gloria).
                                                              Illustre
germe di chi fra i re primo risplende,
se pur son opre mie quelle che han fatte
l’armi del padre, la fortuna e il nome.
(Modestia ostenta e livor copre).
                                                            A tempo
qui ’l ciel ti trasse. Oggi l’Armenia e il Ponto
hanno a segnar di stabil pace i patti.
Roma, che sovra i re d’alzar pretende
                No, sire. A me vassallo e figlio
non convien che ubbidir. Non entro a parte
de’ tuoi gravi consigli. Addottrinato
dal lungo uso del regno e da cotanti
ravvolgimenti della varia sorte,
vita. Tu padre, tu signor mi sei.
Sol lascia in libertà gli affetti miei.
                          Che insolenza! (A Mitridate)
                                                       Andiam sul trono. (A Ladice)
Gordio e i legati armeni entrino a noi. (Al capitano delle sue guardie)
E di Farnace parlerem dipoi. (A Ladice. Presa per mano Ladice ascende seco sul trono. Suonano intanto i timpani e le trombe ed entrano Gordio e gli ambasciadori armeni, i quali si presentano al trono di Mitridate)
che col braccio del figlio alla tua fronte
gli allori accresce e le corone, o sempre
re Mitridate invitto, il gran Tigrane,
all’ombra del cui scettro un’aura etade
vivon felici e l’una Armenia e l’altra,
tutto sente il piacer. Per quei maggiori,
volgi, in auspizio il prende e a secondarli
quanto può moverà di forze e d’armi.
e le guerre e le paci. I sacri patti
qui per lui segneranno Eumaco e Arasse.
Per l’arduo impegno anticipato il prezzo
col tuo figlio Farnace. In suon di gioia
n’echeggino l’Eusin, l’Eufrate e il Tigri;
ne impallidiscan di spavento; e tanta
parte di mondo ingiustamente oppressa
d’infrante calpestar le sue catene.
o di quanto mi chiede il re Tigrane,
passò dal soglio armeno a quel del Ponto
Farnace, ch’è mio figlio, avrà per gloria
che la germana di sì gran regnante
che del regio imeneo splendan le tede,
oggi ciò fia, su l’are coronate
porrem la destra e giurerem la fede. (Inchinati al re e alla regina, si partono Gordio e gli armeni; e quegli intanto scendono dal trono)
(Ho l’amor di Farnace e nulla temo).
Ladice, io regno. Ecco prefisso il nodo,
per cui sieno felici i miei più cari.
                             Puoi dubitarne?
                                                             Un poco
di resistenza non prevedi, o sire?
indifferenza di quel cor feroce.
(Oh, se sapesse di qual foco egli arda!)
Vicino ad Apamea, tacito, austero,
                                            Ei pien la mente
ad un tenero amor fu muto e cieco.
(Tal non fu già, felice Aristia, teco).
spirti nutre Farnace i più soavi
ma non per Apamea. Forse un segreto
ostacolo ha nel cor per non amarla.
                                    Ma s’ei resiste?
                                        I suoi ti chiese
                                Di qual mi turbi
oltraggiosa incertezza? O dei! Ne fremo.
nella sua gloria o nel mio amor. Da lui
L’augusta autorità, che mi sta in fronte,
non soffre impune il minor torto e sprezzo;
bilanciar tra un suo figlio e la sua fede.
Aristia, è tempo omai che tu mi tolga
certi dubbi dall’alma e che mi sveli
quell’arcano fatal, per cui riposo
tutto godi il favor. S’ei me sovente
Aristia n’è cagion; ma gli occhi suoi
non cercano che Aristia. Ogni altro oggetto
                   Ond’è che la real mia figlia
materno affetto, a quai sembianze il cielo
largo più de’ suoi doni e più cortese
fu mai? Qual altra ebbe più nobil core?
Virtù più pura? Il men che in lei si ammiri
è lo splendor di sua natia grandezza.
regnerebbe su l’alme. Il solo, il solo
Farnace è che la sprezza. E perché mai?
Vano è tacerlo più. Dillo. Tu il sai.
E che dirti poss’io? Non è Farnace
per la bella Apamea. Ne’ suoi pensieri
Ma sovente ei mi parla a core aperto
le virtù, la beltà. Ciò che tu stessa
ne pensi, egli ancor pensa e a me lo dice.
Lo dice a te? S’egli l’amasse, Aristia,
Guardati d’ingannarmi. Ei non ti parla
                            Sì, di te sola; o amante
di lui ti credo; o tu colei mi addita
su cui debba infierir. Sappil; tel giuro,
quei del prence sedur, vedrà sin dove
Ella è per me gioia, tesoro e quanto
amar posso e temer. Per vendicarla
I suoi torti son miei. S’anco ella stessa
sofferirli potesse, io nol farei.
mostrami di Farnace o tu la sei.
Misera me! Che intesi? Oh, nell’orrore
che per me sola... Ah, caro prence! Ah, vieni
                                             Qual ne sovrasta
sciagura? I pianti tuoi non dicon tutto.
di Apamea son segnate. Il re fra poco
a chiederti per lei verrà la fede,
non è più in tuo poter né più nel mio.
Questo anco è poco. Alla real matrigna
son io sospetta. Oh, se ne avessi intese
le furie, le minacce... Oimè! Fin dove
non giungeria la rabbia sua gelosa,
se cercando l’amante di Farnace
Diletta anima mia, tanto di pena
del mio timor. Non temo i mali miei
che come tuoi perigli. Ah, tel rammenta.
Speme e orgoglio non fu d’esser un giorno
sul trono tuo che mi fe’ tua sposa.
non diedi orecchio a tue lusinghe. Allora
che di ferro ti vidi armato il braccio,
risoluto a vibrarlo entro il tuo petto,
allor cedei. Dovea salvarti. Il feci;
scopo far di tant’ire: ond’io dir possa:
«Aristia la fedele, al suo Farnace,
diede felicitade e lasciò pace».
Che parli di morir? Tu sei mia sposa. (Risoluto)
per te anch’io potrò osar. Né re né padre
v’è sopra il mio dover, sopra il mio amore.
d’una donna altrui madre. Avvezzo io sono
e nato a comandar, non a soffrire.
Fremer mi fai d’orror. Sai che sin quando
al tuo piè mi gettai; ti chiesi in dono
l’essermi, sì, fedel; ma insieme io chiesi,
di non porre in obblio che un re, che un padre
E pel padre e pel re tutto promisi, (Fiero)
Principe, Aristia, a che sì lunghi indugi?
Te chiede il padre; e te osservar gelosa
Addio, Farnace. Armiamci di costanza.
Amiamci sempre e riserbiamo il dolce
piacer di rivederci a miglior tempo.
                                          Tu vanne al padre;
l’amor nascondi e i fieri spirti affrena.
E tu, idol mio, su la mia fé riposa.
L’arra ne prendo in quest’amplesso. (Si abbracciano)
                                                                    O sposa!
Andiamo; e a fronte di un poter tiranno
il pudico amor mio vinca e trionfi.
In tal destin sceglier ti giovi. Il danno
                                         Eh, di salute
non ho altra via che il perdermi.
                                                            E ti perdi,
se al genitor contrasti. A lui ne’ primi
impeti poco costa il dar comandi
che la natura oltraggino. I rimedi,
che non trova la forza, appresta il tempo.
                                             E sì vile
                Poi penseremo i più sicuri
mezzi a sfuggir periglio e uscir di affanno.
O cara Aristia! O genitor tiranno!
Questo imploro, o signor, che tu ritardi,
non che tu sciolga l’imeneo.
                                                    Né sciorlo
posso né ritardar. Data è la fede.
Qual fa ingiuria a tua fede un breve indugio?
E dall’indugio qual vantaggio attendi?
Che di Farnace il cor si cangi e m’ami.
Saprà farlo cangiar paterno impero.
Sposo il vorrei da amore e non da forza.
Pronubo non è amor di regie nozze.
E i preghi di Apamea nulla otterranno.
O diverso dal cor parla il tuo labbro;
o Apamea per Farnace ha sol disprezzo.
Il vorrei; ma non posso. Ah, troppo io l’amo.
L’ami; e a chi l’offre a te, la man rispingi?
In veder lui restio, mi arretro e soffro.
Questo giorno verrà. Mio re, l’attendi;
e non espormi al danno e alla vergogna
di un mortai odio o di un rifiuto aperto.
Tanto in te di virtù, tanto di merto
che più m’invoglio ad affrettare al figlio
                                              Prence, han parlato
a favor del tuo core i voti miei,
ma invan. Colpa io non ho, se usar si voglia
Deh, non m’odiare almen, se amar non puoi.
la ragion di due regni e il mio volere,
pieghevole dovria renderti amore
nella bella Apamea d’aspetto e d’alma
ricchi tesori. Io ti credea più attento
al tuo ossequio e al tuo bene; e sento pena
ch’io t’abbia a comandar d’esser felice.
Sire, il dirò, dalla bontà di un padre
io più mi promettea. Quel mio sincero
prego a lasciarmi in libertà gli affetti...
Cotesta libertà non ha chi è figlio
noi siam sudditi e schiavi; e la severa
passa anche al regio talamo e v’impera.
Le sue massime ha il regno aspre ed inique;
E di natura non è legge ancora
che si ubbidisca al genitor?
                                                   S’ei cose
                             Iniqua cosa io forse
ma nel fondo del cor sta quell’arcano,
per cui mi è tolto d’accettarla. Il cielo
                                     Per lei ti sceglie
protervia tua non farà mai ch’io manchi
Dal forte cor non misurar gli eventi
d’una guerra fatal. Pesane i rischi.
La Cappadocia, la Bitinia ed altri
regni già tuoi Roma ti tolse. Il Ponto,
già tuo retaggio avito, ora è suo dono.
Non son più re? Schiavo di Roma io sono?
L’ho qual convien di Mitridate al figlio.
parlerà il braccio. Allor fin dentro a Roma
porterò, se il vorrai, le stragi e il foco.
disporrò i mezzi. Or tu consenti al nodo.
                   Più non opporti.
                                                   Ah, s’ami un figlio...
S’io men t’amassi, non avrei, Farnace,
                                            Ad un’ira,
funesta al sangue mio, risparmia un cenno.
                   (Che pena! Oh, se non fosse Aristia!)
                                           Vuoi di sua colpa
la cagion ravvisar? Vedila. (Mostrando Aristia)
                                                  Aristia?
dalle lusinghe di costei, di un basso
Ben me ne avvidi; rinfacciai l’iniqua.
volsi il passo da lei, ch’ella e Farnace
tenner consiglio e si lasciar non senza
silenzio or la rimira e la condanna.
La regina è in error. Vana è l’accusa.
                                               Farnace...
                                                                   A torto,
imputare a costei vuolsi una colpa,
L’ara si appresti, o sire; ardan le faci;
giurisi l’amistà; giurisi a Roma
attendami Apamea; si spenga ogn’ira;
tolgasi ogni sospetto; abbia ognun pace;
e si segua il destin. Qual nol credesti
e qual ei non volea, verrà Farnace.
Grazie agli dii, tutto è già in calma.
                                                                 E tanto
di Farnace ti fidi? In quel suo stesso
                                            E il suo non temi
                                     (Ei non s’inganna).
                                      Ma cauti ancora
sien le custodie in Eraclea. Di uscirne
si divieti a Farnace e dal suo fianco
non discostarti, a ogni sua mossa attento.
Non potresti fidarlo a miglior mano. (Si parte)
siane Aristia in ostaggio. A te l’affido. (A Ladice)
Io vo la pompa ad affrettar. Ne avvisi
Gordio i legati; e con la figlia all’ara
È gloria del tuo amor ch’io sia felice.
Io! Di che? Sii più giusta. Ai tuoi contenti
altra non hai che più gioisca. Amore
della coppia real. Pronuba Giuno
il talamo ne infiori; e lieta danza
la cipria diva e le sue grazie ancelle.
Come ben finger sa! (A Ladice)
                                        No, Gordio. Gli occhi
m’apre alfin disinganno. Esco di errore.
                        Così, o regina.
                                                    Il suo (A Gordio)
era in pro d’Apamea. Quanto ti deggio! (Ad Aristia)
Più che non pensi. (A Ladice)
                                     A lei strale amoroso (A Gordio)
mai non giunse a ferir l’alma pudica.
Non è egli ver? (Ad Aristia)
                               Di libertà mi pregio.
Tu, che hai libero il cor, gradisci il degno
sposo che t’offro in Gordio. Egli ti adora.
                                                   Vuoi fede?
Ricchezze? Dignità? Favor? V’è tutto.
Sia l’amor tuo dell’amor suo mercede,
Ladice ti rivegga a lui consorte;
o amante di Farnace ancor ti crede.
prend’egli omai da un regal labbro. Io t’amo;
che mi scese nel sen, presi ad amarti.
che malgrado del cor fatto han questi occhi.
potea con men di pena il fier rifiuto
che già ti leggo in fronte. Or che congiunto
andar può col mio danno il tuo periglio,
più me ne attristo e fremo. Amor ti chieggo
non per dolor che di me stesso io senta
ma per pietà che del tuo mal mi punge.
Quanto mai debbo a sì pietoso amante!
Ben ingrata sarei, se di conforto
Sappi che sì mi piace il mal, che soffro,
misera mi faresti. Or tu, che hai tanta
ama il rifiuto mio, più che il mio amore.
                                        Gordio, vil serva,
ricchezza... dignità... favor... tu hai tutto.
L’amor solo di Aristia aver non puoi.
Che si cerca di più? Qual più sicura
dell’amor di costei prova? Deriso
Lo saprà la regina; e invendicato
siane il primo gastigo; e poi l’altera,
tronco vedendo a sue speranze il volo,
oppressa resti da vergogna e duolo.
Ben fu egizio e fatal per me quel giorno,
in cui vinto da preghi e da lusinghe
presi in custodia chi dovea costarmi
tanto disagio e affanno. Ah, che men grave
peso e fatica è aver sul capo un monte
che in sua cura tener vaga fanciulla.
Chi detto me l’avria? Quella che m’era
di conforto in miseria e in servitude,
di virtù parea specchio e di onestade.
Ma l’apparenza inganna; e tali sono
le reti e i lacci, che a beltà son tesi,
che alfin per qualche via forza è che inciampi.
Dopo un vano cercarla, io qui men venni,
ultima meta de’ miei lunghi errori.
conto gli renderò? Poc’anzi il vidi
e nella turba mi celai per tema
d’esser sorpreso. Aristia, oh, qual mi hai resa
ti fui. Tu a me furtiva... Ah, questo, questo
che m’hai schernito; e pur saper dovea
che cor di figlia è mobil cosa e lieve.
presidi siete e che teneste incerto
lungo tempo il destino, avremmo vinto,
s’Asia non ne tradia. Vil servitude,
più che onorata libertà le piacque.
Non la scosse il mio esempio; e non la punse
il danno mio. Cedei costretto e attesi
miglior tempo a vendetta. Or questo è giunto,
popolo mio fedel. Farem non soli
la guerra a Roma. Asia respiri alfine
dell’orgoglio latin meta e confine.
(Poco di lieto mi predice il core).
Piaceti, eccelso re, ch’alto si legga,
pria che si giuri, il vicendevol patto?
                   E che presenti i patri numi,
Tra i due d’Armenia e Ponto alti monarchi
sia ferma pace e stabil lega. Entrambi
movan per ogni lato, a un tempo istesso,
contra il popol roman schiere e navigli.
L’un senza l’altro non deponga l’armi
né dia mai pace. Erede a Mitridate
sia il principe Farnace; e la reale
di Tigrane germana a lui sia sposa.
Sculto in bronzo il decreto eterno passi
e per Tigrane Eumaco e Arasse il giuri». (Mitridate, accostandosi all’ara, rivoltasi verso il simulacro di Ercole)
Prole immortal di Giove, invitto Alcide, (Con instrumenti)
riverente la destra, ara sacrata,
giura il patto osservar. Se fia ch’io manchi,
questa fiamma immortal sovra il mio capo
e alle ceneri mie, del monumento
l’onor sia tolto e le disperda il vento.
Arco e stral mi si rechi; e voi su l’ara (Vien recato a Gordio un arco armato di freccia e, intanto ch’esso per Tigrane fa il giuramento avanti la statua di Apollo, i due legati armeni si accostano all’ara e vi pongon sopra la mano)
la man ponete, Eumaco e Arasse.
                                                             O vita (Con instrumenti)
del mondo, o re del giorno, o biondo Apollo,
su l’arco teso eccoti il ferro alato, (Mette la freccia su l’arco e poi la scocca in aria)
e fender l’aure vane. Or se la fede,
giurasi di Tigrane, ei venga meno,
su lui ricada e gli trafigga il seno.
                        Dorilao...
                                           Qualche sciagura.
assalita ha la reggia e, poste in fuga
le poche guardie, ne ha rapita Aristia.
              Rapita Aristia? E tu cedesti?
Feci il dover; ma solo o mal seguito,
che potea contra tanti? Ei via si aperse
                                    Non è più figlio
chi già è ribello. Andiam di mano a torgli
ora è fuor di Eraclea, che uscir nel vidi,
la porta aquilonar che al mar riguarda.
Ah, che ivi pronte ei tiene e navi e schiere
tutta anche l’Asia sbigottir farollo
anche in mezzo al suo campo. Andiam, soldati.
(Forse gli oltraggi miei fien vendicati). (Si parte)
l’ira soverchia a perderti. Di amante
Eh, vinti ha Mitridate altri perigli. (Si parte Mitridate seguito da’ suoi soldati)
Che? Dopo tante ancora ingiurie ed onte
Vile che sei. Rendigli sprezzo e sdegno.
Fermati; e almen di qualche atto cortese
degna l’opra fedel di servo amante.
Oh, se nel duro stato, in cui mi trovo,
tempo avessi a sgridar chi mal mi serve,
di premio invece avresti pena.
                                                         L’arte
mostrar che sieno offese i benefizi,
                                            Salvo è Farnace.
Dorilao ti ubbidì. Diedi a sua fuga
Ch’ei sol fuggisse di Eraclea, bastava.
Duolmi che il padre a sé rubel lo creda.
Non t’infinger. Tu l’ami... Eh, ch’io vaneggio.
                                             E dolor mostro
di vedermi sprezzata. E ch’altro dissi?
Mi sovvien del comando; e l’ho ubbidito.
Né qui sto a ricercar se nel tuo core
ciò che il diè fu virtù, pietà...
                                                      Fu amore.
e tu devi soffrirlo e là guidarmi.
mio tesoro, mio amor, mio ben, mia pace.
Con ingrata beltà così succede,
tormentosa costanza, inutil merto,
sofferenza sicura e premio incerto,
Siamo nel fedel campo. Io t’ho pur tratta
                                           Deh, che facesti?
                                     Viver tuo e salvarti.
merita, o dio! che tu le sveni il sacro
dover di figlio e la tua gloria istessa?
un figlio ingrato, un suddito ribello?
Odio anch’io questi nomi; e queste colpe
Parmi già di veder il regal padre
L’ire rispetterò; col petto ignudo
o prometter di me null’altro posso
che dolor disperato e amor feroce.
Torniamo in Eraclea. Torniamo al padre.
s’anche debba morir. La morte mia
ti toglie di periglio e in miglior nodo
vittima all’odio altrui? Dimmi, e fia meglio
Torrò almeno così, torrò quest’empio
Oimè, qual suon! Forse il re fia...
                                                             Guerrieri,
                                      E tu risolvi?...
                                    Sei figlio...
                                                          E sposo.
                                            Ah, temi colpa,
non morte. Ancor ti prega il cor dolente.
Vanne. Tu reo puoi farmi e tu innocente.
Là restate, o soldati. Anche a costoro (Di lontano a’ suoi)
re sono; e arrossirei che Mitridate,
non avvezzo a temer fra’ suoi nimici,
sul labbro di Farnace? È questa, o perfido,
l’ara? Qui all’imeneo la pompa appresti?
Qui i sospetti a finir? Qui a giurar vieni
ch’eran sudditi miei, sono i tuoi forti
commilitoni. A me difese intorno
non ho né voglio. Su. Snuda quel brando.
figlio senza rispetto e senza fede.
Né quest’armi, o signor, né questo figlio
Mitridate qui regna. Io qui non venni
rei tumulti a svegliar. Cercai rifugio
per Aristia e per me. Libero parlo.
la figlia di Ladice. Altri ricerchi
patti l’Armenia, altri ne accordi il Ponto,
questo non mai, che dal mio cor dipende
e da un amor che sua ragion difende.
voi vendicate, o dei, gli altri che ho uccisi
per minor fallo. Punirò anche questo;
                          Io ti presento il seno.
Segui il barbare genio, il fier costume.
fede che solo è mia. Lasciami Aristia
e poi di regno privami e di tutto.
da poterti atterrir. La scellerata (Dà di mano alla spada)
donna, cagion di tanti mali, omai
facil non fia. (Snuda anch’egli la spada, ritirandosi)
                          Che? Contro il padre ancora?
Il padre si rispetti. (Abbassa la punta della spada. E intanto Aristia si avanza)
                                     E Aristia mora.
                  Odimi, o re. Soffri, o Farnace.
In quel torbido ancor d’ira funesta
leggo l’amor paterno. Che un tal figlio,
figlio sempre a te caro, or ti resista,
t’obbliga, benché padre, ad esser giusto
e ad esser re. Degno è un fellon di morte,
quella, che par gran colpa, è vera colpa.
che gli uscisse di bocca un solo accento.
Dal labbro gliel rispinse e in cor gliel chiuse
il timor del mio rischio. A me or conviene
rendergli egual pietade e a Mitridate
salvare il figlio, il successore al trono.
fatti ha il dover. Sappil, sua moglie io sono.
                                          Io il sono; e in dirlo,
conosci e ciò ch’io pensi e ciò ch’io voglia.
Quella che devi a lui, succeda in voto
a chi se dal natal non ebbe il merto,
Io torno in Eraclea. Sia in tuo potere (Si accosta a Mitridate)
Tu al mio sposo perdona. Addio Farnace.
Di Aristia ti sovvenga e datti pace. (Parte e in lontano s’incontra con Apamea, con cui si ferma alquanto a discorrere)
No. Senza me tu non andrai... (Vuol seguire Aristia)
                                                        Se Aristia (Vien trattenuto da Mitridate)
tanto ti fa temer, fermati e guarda
Scortatela alla reggia. (Alquanti de’ soldati di Mitridate seguono Aristia)
                                          Ivi è Ladice. (Apamea si avanza)
per la vita di lei sarà la mia.
sovra Aristia oserà, fia vendicato
dal dolor dell’amante. Io qui rimango.
                                                Sappi e tu, sire,
che per quanto in quest’alma arda il bel foco, (Dando un’occhiata a Farnace)
mai con la bassa idea di un falso bene,
né darà braccio ad ingiustizia e a forza.
Dividerle perché? Perché gli auspizi
prender da un atto ingiusto? E ch’io l’approvi?
Ch’io ne sia la cagion? No. Ciò che lice
solo a me piaccia e. se l’amor non puote,
me almeno la virtù renda felice.
Qual t’abbia tratta al campo, ov’è Farnace,
pensier, nol cerco, o principessa. Industria
col nome or di virtude ed or di sprezzo.
Rimanti pur col figlio. Unirvi è il solo
e voto era di lui torgli dal fianco
e di quel che ti lascio, altero  e lieto.
Addio. Vieni a tuo grado in Eraclea
con la bella Apamea; ma vieni in guisa
altro amante in te trovi ed altro figlio.
Generosa Apamea, deh, che mi giova
Tutto, e Ladice e Mitridate e ferro
e tosco... O Aristia! O sposa! Ogni momento
me la presenta in vario aspetto esangue.
                                                Né Mitridate
il favor de’ soldati e sei nel campo.
Oh, fossi in Eraclea. Là il cor mi chiama,
Perdonami, Apamea. Te ancor presente,
Di me stesso non son, sono di morte.
(Felice Aristia, io cangerei ben sorte).
Seguire il fato e ritornare al padre.
Teco io sarò. Della regina al core
                                              Non poca
è la necessità di esserti ingrato.
anche dell’amor mio sarai beato.
Né in vil ozio starò. Te seguiranno
me duce. È di Apamea sovrano impero
                                           Quest’anche? Oh, fossi
ma tu già intendi il mio dover qual sia.
Il tuo dover fa la miseria mia.
Spesso cerchiam ciò che ignorato è male
Tanto fec’io che alfin sentor mi giunse
che qui sia Aristia e di un suo certo amore
confusamente ragionar intesi... (Aristia sopravviene e l’osserva in disparte)
                                        (Quel che là miro
parmi... Egli è desso, sì). Padre, che padre   (Va a lui)
te ognor chiamai, te dirò padre ognora;
A sgridarti io venia. Già son tutt’altro.
vinti ha i giusti miei sdegni.
                                                     Oh, mai da Roma,
mai da Ostane fuggita, oh, non mi fossi!
mai dato avessi orecchio alle lusinghe.
Un casto amor non rinfacciarmi.
                                                            Casto?
Lo san gli dii di Roma, allor presenti
E perché a me tacerlo? A che furtiva?...
Ben del commesso error soffro la pena.
che si regge a suo senno. Or donde il rischio?
Che sì, che il tuo Farnace è già pentito?
Anzi troppo fedel. Le nozze ei sprezza
di vergine real. Quindi nel padre
minacce ed ire. Ambo ne siam l’oggetto.
che di me poco calmi e poco spero.
Freno appena le lagrime, i tuoi casi
                                              Dove, o buon padre?
Ove de’ tuoi sinor natali occulti
squarciar si possa il velo; e se qual credo,
nobil sangue sortisti, il re lo sappia
e propizio si renda e i casti affetti
di Farnace e di Aristia ami e rispetti.
Sola e mesta Apamea? Deh, che mi rechi
Meco il compiangi, fra custodi e ceppi.
                                   Misero!
                                                    Appena
posto il piè nella reggia, io gli era al fianco,
                                          Barbaro!
                                                             Un guardo
placido a lui girò, misto di un dolce
                Ingannator!
                                        Parea tutt’altro
da sé medesmo e gli apria già le braccia
Quando Gordio a lui venne e di sommesso
un non so che. Gli si agrottar le ciglia
tutto ad un tratto; e volto a quei che intorno
resistenza non fece e pose l’armi,
senz’altro dir, se non con un sospiro:
                                       E volle dir ch’io sola
a tal destino sconsigliata il trassi.
Io son che l’ho perduto, io che l’ho ucciso.
non disperiamo. Correrò alla madre.
Pregherò. Piangerò. Per la mia stessa
Ella nel cor del re può molto, io tutto
Farnace e a te lo salva. A me non deve
per lusinga in me possa esser la fede.
Viva Farnace. Altro Apamea non chiede.
Femmina, a me rispondi e che non t’esca
dal labbro, avverti, né dal cor menzogna.
Mentir non può chi nulla teme.
                                                          In quale
                                               Qual furo e donde
                              Gli dii lo sanno.
                                               Bassezza
non fu mai nel mio core; e l’opre mie
mai non mi rinfacciar viltà di sangue.
Opra invero gentile il darti in preda
                                                    Se sposo
mio lo dirai, pregio è l’accusa e lode.
                                     Sì, dai più sacri
vincoli di onestade a me congiunto.
Che degna nuora a Mitridate! E come
ti prese per Farnace il folle amore?
vidi la sua virtù; mi amò; l’amai.
                              Quand’egli ostaggio in Roma
In Roma?.. Ah, Gordio il ver mi disse... In Roma?
co’ miei nimici intelligenze ei passa.
ne arrossirei? Schiava da’ miei primi anni...
che ti ritrae dall’ubbidirmi. È Roma.
Roma, sì, ti ha sedotto. A lei tu servi
contro di Mitridate. Io n’ho altri indizi;
empie sangue romano, è il pegno, è il prezzo,
per cui tradisci la tua gloria e il padre.
minaccian le mie leggi. Ottantamila
romane anime a Pluto in un sol giorno
diede un sol mio comando. Io faccio a Roma
femmina così rea, figlio sì ingrato.
In questo non saremmo aspro destino,
                                          Tanti fec’io
sforzi in comun salvezza; e saran questi
cagion della tua morte e della mia?
gli affetti di Apamea, Ladice, tutti
parleranno per te. Vivrai. Tu il devi
a tanti voti; al mio pur anche il devi.
ti venga a rinfacciar mesta e sdegnosa
altro amore, altra fede ed altra sposa.
Oh, se volesse mai rabbia di sorte
non ad altro vivrei che a vendicarti.
confonderei più stragi in una; e d’ossa
tronche ed informi un rogo sol farei;
e a gittar poscia nell’orribil fiamma,
chiamando Aristia, anche me stesso andrei.
                                    Principessa...
                                                               A terra,
piene d’alto valor, ceppi sì indegni.
                     Fate core. E preghi e pianti
Creder lo deggio? (Gordio si avanza, tenendo in mano la spada di Farnace)
                                   E il genitor feroce?...
si è reso ai voti di Ladice e diemmi
di ripor questo ferro al nobil fianco. (La mette al fianco di Farnace)
                              Ma sfortunato ancora.
                                                   E Aristia tace?
ma non è, il so, sì facile a placarsi
e dirò ancora, ad Apamea sospiri.
Farnace era tuo sposo. Ei la tua fede
aveva e tu la sua. Perché non dirlo?
nozze per Apamea; né Mitridate,
in patto di amistà, le avria giurate.
non pareami il silenzio, ancor nel seno
chiuso starebbe al mio dover l’arcano.
(Affetti miei, voi sospiraste invano).
Principe, a te or mi volgo; e del paterno
perdono in pegno e dell’assenso ancora,
che dal dito real, ben tu il ravvisi,
si trasse ei stesso, onde tu il serbi e al lieto
alla dolce tua sposa il porga e il doni.
Nulla a me, tutto al padre. Egli ti attende
                                           A lui mi affretto;
e tu grata qui adempi il mio difetto. (Si parte)
Contro necessità non val contrasto.
penseremo per te; né questo giorno
illustreran, qual già sperai, le tede
tue coniugali. Alla felice Aristia
Eh, che ad Aristia ira è serbata e morte.
Che? Temi ancor? Mi fai tal torto?...
                                                                   Il frutto
questo è de’ mali miei, che meglio appresi
di apparenti lusinghe a non fidarmi.
i patti, i giuramenti, i rei sospetti.
Taccio Apamea, taccio la madre; impegni
di amor, di regno, di natura, d’odio,
tutti son contra me. Né vuoi ch’io tema?
Regina, una sì credula speranza
delle miserie mie saria l’estrema.
                                            Figlia non vidi
più di te attenta a rendersi infelice.
Il so; ma così vuole il mio destino. (Si parte)
servire al tempo e accomodarsi ai casi.
Molte, erte, oblique del regnar le vie
sono; e di penetrarle è dato a pochi.
Volerne giudicar dall’apparenze
Né creder già che per goder la sorte
del mio regio favor, giunger tu debba
primo a saper ciò che rivolgo in mente.
che i più facili sono a palesarli,
il zelo di tacer; ma l’arte manca,
lasciandosi tradir, senza avvedersi,
or da un mezzo sorriso, or da una tronca
parola, or anche dal silenzio istesso.
Metti l’alma in riposo; ed or che gli altri
sovvengati di Ostane e a me lo guida.
Traccia ne tengo assai sicura e fida.
l’alma real. Dove a finire andranno,
Gordio, si attenda. Oh, quante volte, oh, quante
dovresti omai, fugga spavento; e vanne
                                           Vizio di lunga
miseria siasi o di vicini mali
aprir non posso all’allegrezza il petto.
Mali ti vai fingendo. E di che temi?
Che saper posso? Anche tra i fior sta l’angue.
v’è tosco ancor. Va coronata all’ara
                          E il mio protervo fato.
a me solo apprestar quanto fia d’uopo
al rito nuzial; né di me credo
Forza si adopra, ove non vaglia inganno.
Né di ciò paventar. Son nella reggia
del campo i primi duci, armati e pronti
                                   È ver; quello che temo,
o troppo indarno o troppo tardi il temo.
Tanto agli affetti altrui diedi sinora
                                         Dimmi: «E sì mesta?»
                 E mel chiedi? Amo Farnace e il perdo.
Non credea che potesse esserti in pena
Eh, prence, altro è il dovere, altro è l’amore;
ma l’amor si risente; e alfin vien tempo
che si accorge del danno e ne sospira.
                                         No, che il pentirsi
senza pro gli torria quel suo di gloria
Pietà rendanmi tutti; un fido amante
siami in util consiglio e diami pace.
Sì altamente vi sta che ne dispero.
Ma qual? Di merto almeno egual l’addita.
Ma se conti in mio pro la lunga fede,
quel generoso amor, ch’io ti richiesi,
di amar sempre Apamea, più che te stesso?
e ciò ch’è più, per un rival che amavi.
                                          Di Mitridate
                                       Qual è l’amante,
non sia caro il morir? Lo vantan tutti;
e se pochi lo fan, vuoi tu de’ vili
seguir l’esempio? Onorerò, se muori,
e la tua tomba spargerò di fiori.
Ritienti il tuo consiglio e vanne omai
e sollecita pur le per me infauste
E poi verrò dal tuo dolore a udirne
E a soffrirle e a compiangere il mio amore
                                       Beltà crudele!
Te appunto io qui volea. Forza è che sgridi
la viltà, con cui soffri i gravi oltraggi.
                                         E che? Delusa
                      Taci. A noi vien Gordio.
                                                                   E il segue
uom di aspetto e di vesti a noi straniero.
che colà vedi, renderai ragione
(Alla regina?... Io dovrò a lei di Aristia
dir gli affetti? La fuga? Ecco in me tutta
la colpa altrui. Sempre i meschini han torto).
Lasciami respirar. Tutta commossa (A Gordio)
                            Fa’ che si avanzi. (A Gordio che va ad Ostane) In volto
che al primo incontro un regio sguardo imprime.
Appressati, o stranier. Libero e senza
della gente, ov’io nacqui, un dir sincero.
                            Scita, o regina. Ostane
mi appello; e Colco è la mia patria.
                                                                Hai figli?
E se figli non hai, chi in cor ti ha desto
                                     Vaga fanciulla
che ancor non eccedea l’anno secondo,
                                           Onde l’avesti?
che della patria mia fatal conquista
Che di te? Che di lei nel giro avvenne
                                                Ambo cattivi
                                                  Vi tolse
di lunga servitù riscatto o fuga?
romani, in cui poter sorte ne pose,
                                     E a lei?... Tu taci?
Fors’ella è morta? O prigioniera in Roma
l’avrai condotta dall’ausonia terra.
È in Eraclea; né ve la trasse Ostane.
Non v’è luogo a timor, dicendo il vero.
Male è, se parlo, e male ancor se taccio.
Con tuo danno il dirai, se ancor resisti.
trova facile accesso. Io tardi il seppi,
che infermo allor giacea. Ma un nodo sacro
al suo amator l’avvinse e ascosamente
seco fuggì di Roma. Io dopo lungo...
                                            (Dirlo pur deggio?)
                           A lei sposo.
                                                  E qual si appella
                                       Pietà, o regina, (S’inginocchia)
                                      Aristia?...
                                                          È quella
Ahi lassa! Dubbio non v’è più.
                                                        Qual pena!...
Gordio, Apamea, seguitemi. Se a tempo
non giungo, o feral gemma! O scellerate
nozze! O rea madre! O sfortunata figlia! (Si parte furiosa)
Nol permettete, o dei. (Si parte)
                                           Tu ne recasti
col tuo tardo venir cotante angosce. (Si parte. Ostane si leva, partiti tutti)
la colpa è dei più deboli. Ma poco
di ciò, di Aristia ho pena. Ella esser deve
di ravvisar mi parve anche la madre.
Insomma è ver che se non bada al saggio
parlar di chi dall’uso e dall’etade
è addottrinato, gioventù si perde.
di fresca guancia e di bel volto adorne.
Siavi Aristia in esempio. A lei sol venne
dal seguir genio e dal fuggir consiglio.
Son io più Mitridate? Irresoluti
perché così, miei forti affetti? Io quasi
ho cori meno perfidi. Se questa
tu sapessi, o Farnace... Ah! Qual nell’alma   (Si ferma alquanto)
vienmi pensier!... Così convien. Si faccia; (Risoluto)
e se possibil fia, basti al mio sdegno
che dia pianto, non sangue, il figlio indegno. (Si leva)
agli affetti del figlio, al comun voto
vinti i sospetti rei, mi arresi alfine.
Lieta vieni e sicura a quella sorte,
da te bramata assai, sperata poco,
ch’io ti accolga e ti abbracci, al figlio erede
discopre il generoso animo regio,
più che la vita, a cui mi rendi, e al pari
pusillanimo cor. So che nell’alta
di un aperto valor, non può aver loco
fraude, d’alme plebee costume iniquo.
Pur, se la mia viltà, s’altro interesse
questa misera salma ai forti impegni
della grandezza tua. Ti basti Aristia;
e Farnace a te serba, almo sostegno
del tuo onor, del tuo sangue e del tuo regno.
Del tuo timor si sdegneria qualunque
Mitridate non fosse. Omai per fermo
tienti, e ti do mia fé, che per Farnace
e che seco vivrai lunghi e felici
giorni, se dalla man del figlio istesso
                                      Ah, che a me stesso
prima vita torrei che a te, mio bene. (Dorilao seguito da due paggi, i quali depongono poscia sopra il tavolino due bacini d’oro, nell’uno de’ quali sono un vase e una tazza e nell’altro una ghirlanda di edera)
Eccoti, sire, il verde serto, il sacro
Io sacerdote e re, dei coniugali
numi ai riti ministro, e Giuno invoco
Quella di verdeggiante edra tu prendi
ghirlanda, o figlio, e ne corona il vaso;
versi nel nappo e lo ricolmi. Intanto
Ecco la tazza or prendo; e se or v’è inganno,
odanmi tutti; e se or v’è inganno, scenda
sovra il mio capo ogni sciagura. Io primo,
fido mallevador, ne beo gran parte.
                                        Prendila, o figlio;
e pria quello che in dito anel ti splende
riponvi e di tua man poscia la porgi
Prence, dalla tua man venirmi cosa
che mi offenda non può. Di ardir già piena,
se non di gioia, ecco l’accosto... (In atto di voler bere, vien fermata da Ladice che impetuosa correndo arriva a tempo di torle di mano la tazza e di gettarla a terra, insieme con l’anello ripostovi)
                                                          Oimè!
Fermati. Oimè! Vanne, empia tazza, e teco
Viene a sturbarmi questa furia ancora?
               O dolce figlia! O cara Eupatra!
Mitridate, sì, questa è quella Eupatra,
Il ciel m’ebbe pietà, quand’io più indegna
n’era. Viscere mie, t’ho quasi uccisa
col reo veleno in quell’anel racchiuso.
purgato avria sì abbominevol colpa?
(Falso non era il suo dolor).
                                                   Regina,
madre non l’oso ancor, né ciò ch’io pensi
né ciò che dica or so. Passar repente
dall’esser di tua serva a quel di figlia?
mi rendettero avverso a’ tuoi desiri,
nel soave tuo sposo a te offerisco,
pregevol dono ogni altro error corregga.
Per lui, gran re, mali soffersi e mali
Reser giustizia al nostro amor gli dei.
che Aristia sempre a me sarai.
                                                         D’amore
Quanti a noi beni apporta un sì felice
                              A te assicura un figlio. (A Mitridate)
                                            Speranze al mio.
Ma tante gioie in me ricadon tutte
unendo il figlio alla real germana,
per dover poi meglio far guerra a Roma
e di lauri più illustri ornar la chioma.
Pace, pace dall’Istro a noi risponde
quel pacifico invitto augusto Carlo,
cui più recan di gloria e di contento
Non è già che in lent’ozio egli abbia spesi
di sua grandezza, o che a lui pur non piaccia
quel suon guerrier che gli fe’ sempre, ovunque
rivolse l’armi, alle vittorie invito.
il più illustre è per lui far che lontano
il sanguinoso Marte agiti l’asta
e che i riposi al suo felice impero,
dati dal senno e dal valor difesi,
sieno anche norma alla difesa Europa.
semi di guerra in suo pensier nudrisce
e attento veglia e come possa e quando
spargerli in altri; ma l’augusto Carlo
là volge un guardo, alza la destra e «Pace»
grida; il furor non osa e siede e tace.

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