Metrica: interrogazione
758 endecasillabi (recitativo) in Semiramide in Ascalona Venezia, Pasquali, 1744 
Alle venture età sia questo giorno
memorabile e sacro, in cui l’illustre
i rapitori, entro quell’acque estinti,
del più nobil pastor, le fu soccorso.
Premio ne attenda al benefizio eguale.
                                            Un re, che i pregi
l’alto destin. Simmandio, se il ritardo,
ma un senso di onestà, dalle cui leggi
assolver non mi può la mia grandezza.
Al gran Nino ubbidir fia legge e gloria
                                           Ite, o pastori,
ite e voi, ninfe, incontro a lei che riede;
chi le sparga la via, chi ’l crin le infiori.
Qual rimorso, o signor, frammette indugi
                                    Ma sciorre a forza
deggio un nodo giurato. Amore e fede
se l’invitto guerrier, cui tanta parte
deggio dell’Asia soggiogata e vinta,
non tenesser fra l’armi i Battri infidi.
ama il suo re, più che Semira. Al solo
spaventerà le brame o col consiglio
dell’util suo consolerà l’amore.
Mal conosci, o Belesa, il cor feroce.
Un valor che mi serve, allorch’io l’amo,
divenir può furor, quand’io l’irriti.
Eh, nel vasto mio impero io non ho un bene
fasto può più che amor. Cambiar d’oggetto
Sol desio di grandezze in lui più crebbe
a misura che ottenne; e fuor di Nino,
mai non seppe soffrir maggior né uguale.
qual non l’ha nel mio cor. Convien ch’io peni,
                                              E fortunato
Oh dio! Non so. Crudel germana, in questo
pelago tu m’hai spinto. O non dovevi
fiamme oppor resistenza. Or son sì fiacco
che, ingiusto o sfortunato, io perder deggio
o Mennone o Semira o ancor me stesso.
Chi misero esser vuol, di sé si dolga.
Consiglio è di virtù la mia sciagura.
Si assolva il re da una virtù servile.
                                    L’abbia; ma quella
che, protetta dall’uso, util si appella.
Non dispero ch’ei ceda. Ove una volta
alza il vessillo amore, a poco a poco
ei ne caccia ragion, virtù, amistade;
t’ho suscitato un tal rival che tutto
                         Mia principessa.
                                                          Arbace,
vuoi ch’io creda al tuo amor? Vuoi meritarmi?
                               Ubbidirmi, vendicarmi;
Cosa agevol mi chiedi. Un grave eccesso
della grazia real già il rende indegno,
                                         Con Nino ancora.
Non sì tosto egli udì che un pien trionfo
ch’ebbro di gelosia, nulla curando
gloria, impegno, dover, partì notturno
dal campo, ove mi è ignoto ed a qual fine.
Semira è colpa sua!) Certo è l’avviso?
Giunto qui or or dal campo, ove le veci
di Mennone sostiene il re mio padre.
farne buon uso. Al re tu vanne. Aggrava
Ma, se chiederlo lice, onde tant’ire?
                                       Il grado, il sesso
Un soverchio rigor stanca gli affetti.
Oh, mal per noi, se l’arte ne mancasse
Non tutti han per soffrire il cor di Arbace.
Preda, già mia, non vo’ che fugga impune.
Mennone il proverà. Già d’un re amico
gli ho fatto un fier rival. Sposa di Nino
vincer si deve. Il più fec’io. Del duce
tu esagera la colpa; e alcun non resti
luogo a favor di lui nel regio core.
Ah, principessa, io servirò al tuo sdegno;
Intendo il tuo timor. Nell’incostante
Or pentito a’ tuoi piedi il vuol tua gloria.
Punisci con l’obblio l’alma infedele.
L’indifferenza in me saria viltade.
Spesso di affetto anche lo sdegno è prova.
che men ragioni, esigo. In altri io posso
trovarlo; a te lo chieggo e la mia scelta
non ti è picciol favor. Vanne; opra; e spera.
torni il perfido amante; e la vendetta
allor vedrai d’una beltà negletta.
veggo ancora il suo amor. Non fa tal senso
la perdita d’un ben che non si curi.
Cor mio, che si può far? Ti vuole il fato
Soffri, io ti dico. Ella ti disse spera.
già care a gli occhi miei, voi piagge apriche,
Ma da insidia e furor messa in periglio
                                            A me la sorte,
Signore, io non sarei fra le tue braccia
lo il tuo esempio seguii. Di quegli audaci,
chi al tuo dardo fuggì nel mio cadette;
e son anche opra tua le mie vittorie.
Deh, qual darò mercede al tuo valore!
Quella, o Simmandio, che tu puoi, non curo;
e quella, che vorrei, tu non potresti.
d’aver posta per te, bella Semira,
che da’ primi anni suoi ti offerse in voto;
e se un giorno dirai che de’ tuoi primi
pudichi affetti egli non era indegno,
tutto il premio otterrà dal tuo bel core
tolse a sé la speranza e non l’amore.
obblio non coprirà le chiare fiamme
si oppose. Ov’ei ne trae, seguirlo è forza.
Ei sol far non potrà che alla tua fede,
potendolo, io non dia lode e mercede.
Figlia, lasciai sinor gli affetti tuoi
in piena libertà. Leggi a te stessa
De’ tuoi saggi consigli il frutto e l’opra.
Mal sicura è beltà fra molti amanti.
Eccone in prova il corso rischio. È tempo
che tu risolva. L’util tuo dipende
dalla tua scelta. Il tuo gran cor richiami
sé stesso, si consigli, elegga ed ami.
Padre, che nata io sia, che pur nol credo,
tra boschi e in umil cuna, è caso; e mio
rossor non è ciò che non è mia colpa.
non presero mai norma i miei pensieri.
diede luogo al secondo e questo ad altri,
ma impulso e forza di più degno oggetto.
Festi ciò che nocchier, cui gire è forza
fuor del preso cammin, dove lo spinge
più impetuoso or questo vento, or quello.
né il più nobil pastor né il più gentile.
Venne Mennone, il duce, e la sua gloria
sorprese i voti miei. Vidi poi Nino;
e il sospirar d’un re fece al mio udito
scendesse in terra a idolatrarmi un nume,
Dunque ora Nino è il più gradito amante.
Mennone ha la mia fede, a lui giurata
con l’assenso paterno. Ecco la gemma,
L’amor d’un re scioglie ogni patto e legge.
Legge d’onore è indissolubil nodo.
                                              Ma non Semira.
L’abbandono del campo è suo delitto.
Il vassallo peccò ma non l’amante.
Forse osò il suo furor ciò che soffristi.
Dono a timor geloso il suo trascorso.
Seco, o figlia, trarrai miseri giorni.
Mi saria più miseria onta e rimorso.
saggia moglie sopporta e li corregge.
Dunque dell’Asia tu rinunzi al trono?
Ei piaceria; ma quando debba a prezzo
di mia fede salirvi, il trono io sprezzo.
che distruggi virtù. Ti lodo, o figlia,
ma ti compiango ancor. Da’ tuoi natali
destinata a regnar, perdi il diadema.
Che fosse quell’insulto un tuo comando,
Ah, tutto in me congiura e cielo e caso.
Aliso ti è fedel. Se queste io reggo
                                                          In terra
Non contar fra gl’ingrati un cor sincero.
Mi tradì Nino; e può tradirmi ogni altro.
Regna amor sopra i re; né da beltade
spergiura anche la figlia. Io qui da loro
                                          Non ammette
un’estrema miseria alcun consiglio.
Contender col più forte è vana impresa.
anch’io svenai le dolci mie speranze.
questa mano è un rifiuto; e pur fu questa
al suo ingiusto fratel fermò sul crine.
Ma s’ella fosse il prezzo di Semira?
mi freme amor. Tacciavi orgoglio. È vano
Tu venirti ad espor di re oltraggiato
all’ire, ancor nel primo impeto ardenti?
la via, che ti chiudesti, al regio affetto.
fresca offesa cancella; e re sdegnato
non è, qual io credea, la mia sciagura.
Trovo in Simmandio il primo amico; e tolta
non m’ha iniquo destin la tua pietade.
Seguirò tuoi consigli e sovra i Battri
giustificare io possa i miei trasporti.
Solo amor fa i miei rischi; e tutto è vinto,
In lei, già tua rapina, il premio or cerchi?
Non reca offesa altrui chi il suo si toglie.
Fan sempre ingiusto il fine i mezzi iniqui.
Tu più ingiusto saresti, ritrattando
Va’. Vinci i Battri; e fra le tue vittorie
conta il regio favor, placane l’ira;
sii ’l Mennone primiero; e tua è Semira.
da tutti, e che farai? Funesto amore,
figlio più di dispetto e di vendetta
che di ragion, dove m’hai tratto? Ovunque
mi volga, abissi incontro; e tu gli hai fatti.
Oimè! Sperar poss’io che piaccia a lei,
potendo anzi dell’Asia esser regina,
Nol credo. Ove trovar donna sì forte?
                                                Semira... Oh dio!
Vengo a Mennone sposa; e quella fede...
Foss’ella anche maggior, sarei la stessa.
Simmandio ingiusto; ogni favor ti manchi.
                         Un reo, qual io, si fugge.
Con tutti reo, non con Semira ancora.
Questo è il sol ben de’ mali miei. Dispero.
Vuoi tu perir? Perisci. Qual insania?
Qual furor ti possiede? In te ben vidi
                                       E come farlo, al fianco
lasciandoti d’un re giovane e amante?
                 Sì. A chi ha valor, terra non manca.
non darò mai questo trionfo. Io voglio
cagion di tue sventure, essere ancora
Partirò? Resterò? Che far degg’io?
Lunge i tristi presagi. Io qui da Nino
                       No, Mennone...
                                                     Un re amante,
che fa grazie a beltà, n’esige affetti.
                                    La mia virtude.
Preghi userà? O minacce? Opporrò anch’io
Quetati. Io tutto spero e nulla temo.
Sia per te intanto un sacro asilo il tempio
                     E al re ten vai?
                                                   Forte in tua aita.
                         Confidati.
                                              Ah, pria lascia
                                   Io vo’ salvarti.
Di un tal marito al fianco, oh quai mi accingo
a trar giorni dolenti! Or che mi giova
mia fede; è mio tiranno il dover mio.
Pace per me, per me grandezza, addio.
                            Or tu sostien quell’ira. (Piano ad Arbace)
Semiramide sola? (Avanzandosi alquanto verso Semiramide)
                                    Il reo la faccia (Stando in lontano)
Quanto è bello in quel volto anche il dolore! (Piano ad Arbace)
Beltà, che vuol pregar, già quasi è vinta; (Piano a Nino)
Gran re, cui fanno grande impero e fama (Si accosta a Nino)
e maggior fan virtù, quella clemenza,
ch’è la gemma miglior di tua corona,
Parla e otterrai. Ma sia la tua richiesta
chiedi d’Asia l’impero e Nino è lieto.
Mennone è troppo reo. (Che forza, Arbace, (Piano ad Arbace)
                               Resisti e vinci. (Piano a Nino)
                                                            Io dirlo
non vo’ innocente né scusar suo fallo,
perché fallo d’amor. Ma quanto ei fece,
lo fece per salvar da un atto ingiusto
                                    Col suo sospetto
commetterlo io potessi e tu soffrirlo.
non sarebbe furor. Ma, sire, io venni
non a scolpar ma a chieder grazia. In lui
pronta è la fede, a cimentar fra l’armi
il sangue che gli resta. Al campo ei rieda
                               Un atto di clemenza,
chiesto a un re generoso, è un voler troppo?
Sì, che fallo impunito è altrui di esempio.
Favello a Nino; e Arbace mi risponde?
Sta sempre intorno al re consiglio e fede.
E vi sta anche interesse e zel si crede.
Or risponda anche il re. Col mio perdono
Del suo signor pria l’assicuri un guardo.
                                            E un tuo pietoso amplesso.
chi puote a una beltà che prega e piace).
                              E mal servimmi Arbace. (Piano ad Arbace)
                                         Ma col perdono
tanto non val quanto la man che il porge;
                                                     Astretta
                             Da un invincibil nodo.
                        Se posseder gli affetti
                  Deh, lo potessi.
                                                E amor?
                                                                  Non mai.
O nelle colpe o negli affetti o sempre
                                     Udisti pure, udisti.
le vie son chiuse. Altra si dee tentarne
                               E qual?
                                                (Forse in mio danno).
                                          (Ah, nol diss’io?)
Attenderò, l’alma pascendo intanto
con cui mi è forza cimentarti amante,
                                                                A lei
basta un poco di fede; e s’ella ancora
dimmi ch’io lo consigli e avrò più core.
O lascia di più amarmi o mi ubbidisci.
                                               Ha sol l’aspetto
le chiedesse? O altro amante? Allor tradito,
Ma dal consiglio tuo qual ben ne speri?
                                     (Povero amante!)
                      Ubbidirti.
                                           Oh caro Arbace!
Soffre molto e assai parla un duol che tace. (Si parte)
Fuggir dal fosco volto al lieto avviso
Più torbidi quegli occhi, anzi gli vidi
                                        Alma sì vile
non ho che la ricrei ciò che ti affligge.
Quella tranquillità, ch’ebbi in amarti,
da me fuggì. Meglio era amarti sempre.
Un tempo anch’io credei ch’esser la nostra
stato a turbar venisti! Almen contenta
                                    Con lui mi vuole
                                          E chi ti vieta
del maggior duce e del più caro a Nino,
Soffriamo, Aliso, ciò che il ciel destina.
La mia miseria, o Mennone; e l’ho cara
                                Ah, perfida! Miseria
non credo più né alla pietà né al pianto.
e dal tuo cor giudica il mio. Non basta
a rendermi ragion né quel che ottengo
né quello che rifiuto. Anima ingiusta,
ad un padre io resisto, a un re mi oppongo;
io il suo perdono, io il suo favor ti reco;
sull’ire e sugli affetti; e ne riporto
le tue ingiurie in mercede e i miei rimorsi...
grandezza iniqua e slealtà spergiura...
può un furor che mi oltraggia. Io da te esigo
più stima o meno amor. Se ingiuriarmi
dee la tua gelosia, lascia d’amarmi.
una rabbia d’amor che anch’io condanno.
                                       Da me le prime
ripulse ei n’ebbe. Va’. Segui il mio esempio.
la gloria, ei tremerà solo a tentarmi.
                                             Ella tel rese.
                                                     Rifiuto
son anche di Semira e l’Asia e Nino.
vivrò tua, sarai mio. Ma, duce, avverti;
forza a scuoter furor, sciorria perfidia.
                                                             Un grande
questa i mali si finge e gli alimenta.
Va’. Tornerò fedel. Sarai contenta.
Nino ancor può voler... Belesa ancora
riparar può l’ingiuria... Olà. Tacete
                                       Deh, qual sorpresa!
Del tuo amico signor vieni agli amplessi,
non t’ingombri timor, che obblio le chiude.
che a te piaccia, ella è tua. Non sarai tanto
(Povero Arbace! Il tuo destin già sento).
non dispose i miei voti. Anche non chiesto
                                             E pur quel core
rimprovero ne feci. Io più vo’ dirti.
m’era ascoso il tuo foco; e quando il seppi,
ne arrossii, n’ebbi affanno; e sa quest’alma
                                      Ma nol vincesti.
v’era lo stral. Svellerlo volli; e il ferro
più vi si ascose. Amar mi è forza, o duce,
Tolgalo il ciel. Viva al suo impero e viva
                                          Io, sire, il posso?
                                       Ah, che mi chiedi, o sire?
                                           E sta in tua mano
                                                         (Ei parla
qual chi cedendo vuol parer costretto).
Cotesta tua grandezza è un suo rifiuto.
Si ostinò in suo dover; ma ne avea pena.
Che non dirà, s’io l’abbandono e cedo?
                         Già intendo. Il re è presente;
trovo sensi più giusti, ambo avrem pace.
(E segneranne i patti il cor di Arbace).
Siam soli. Or dimmi, Arbace. Al disonore
                                                   (Oh fier cimento!)
                                       Dovea scusarla
Vuol beltà esser pregata e vuol far prova
Ma si dolse ella poi del mio abbandono?
che una preda già sua di man le fugga.
Né Mennone era tal che in altro amante
(Oh risponder potessi!) A lei più increbbe
veder che le togliea spoglia sì illustre
                                        Anche a Belesa
qualche arcano del cor vo’ che si serbi.
Ma qual pegno mi dai ch’ella pentita
E forse amor v’ebbe gran parte, Arbace.
(Questo è il grave pensier che più mi rode).
sortì doglia, timor, rabbia e dispetto.
Di due creduli amanti un fia schernito;
dirò che mai beltà non fu più iniqua
un sì picciolo ben l’Assiria e Nino
Costanza è una virtù d’alme private.
                                      Io non conosco,
fuor che la mia virtude, altra grandezza.
Omai più eccelse idee prendansi, o figlia,
da l’esser tuo. Figlia di re nascesti.
In Simmandio amo il padre e il re non scorgo.
rustiche lane egli a cangiar fu astretto
E dove è il patrio regno? Ove i vassalli
Avrem Mennone ed io forza ond’ei tremi
Chi vaglia a dar riparo a’ nostri danni,
No, figlia, ei far nol può, se non tuo sposo.
Né questo il può Semira. Io son già avvezza
                                         Che cor protervo!
Malgrado anche di lui, così vuol sorte.
                                      Troppo son forte.
Ma ancor mi asconderai de’ miei natali
                                                      Padre,
in Mennone difendo anche un tuo dono.
Altri tempi, altre idee. Segui e te stessa
Ma cangiò il padre e può cangiar la figlia.
                                        Tel dica Arbace.
mette ogni industria, onde mi tremi in petto
la sostiene fortezza. In quel del duce
                                     E del suo primo
Ne avrai, se qui ti aggrada, il disinganno.
Cieli! Se questo è ver, vedrò alla fonte
                               Non del mio duce.
Di lui, ninfa, di lui, cui l’incostanza
non costò mai gran pena o gran rossore.
ben si serve così. Ma senza il pieno
Vogliam che qui tu il vegga e qui l’ascolti.
                                                        Oh dei!
Comincio a vacillar... No... Ciò ch’ei fece
e l’accorta Semira a voi non crede.
Son già presso alla meta i tuoi desiri.
                                       Verrà protetto
                                       Nulla, o Belesa,
a oprar più resta alla crudel mia fede.
                                       Che crudeltade
far della morte mia fabbro me stesso!
E qui il frutto godrai di tua bell’opra.
Deh, per pietade, o mi risparmia un tanto
Ch’altro poss’io? Soffri, ti dissi, e spera.
                                    Non basta ancora.
e sperando e soffrendo alfin si mora.
                           Qui il duce. (Piano ad Arbace)
                                                   (Ella mi rechi
                                             (Io son l’offeso.
                                          Fasto il fa audace. (Piano a Belesa)
Ciel, che viltà! (Vedendo che Belesa si avanza)
                             Mal mi consigli, Arbace. (Piano ad Arbace)
Mennone, io ben credea che infedeltade
fosse in alma spergiura un fier rimorso
ma non sì nella tua ch’usa a maggiori
trofei, beltà temesse, un tempo amata,
e ne fuggisse il già sì caro aspetto.
tutti in mio danno armò gli sprezzi e l’ire.
Quando s’ama da ver, si può soffrire.
Ma spesso al disleal basta un pretesto.
(Che orgoglio!) Ingiusto, il so, fu il mio rigore;
volea; ma il tuo abbandono altri mi diede
pensieri ed altri affanni. Ah, frettoloso
troppo fosti e crudele in vendicarti.
(Dolce accusa d’amor, quanto mi piaci!)
Così favelli? E tu non l’ami? (Piano a Belesa)
                                                      Eh! Taci. (Piano ad Arbace)
                                             E che? Potea
Mennone in altri affetti essermi oggetto
digli tu le mie smanie, i pianti, i lai.
Purtroppo è ver. (A Mennone) Quanto penar mi fai! (Piano a Belesa)
Disingannati omai; già torna a’ primi
                Amor già non fu, fu sol dispetto
quel che mi trasse a vagheggiar Semira.
cimentasti, quant’eri, e gloria e vita?
le ragioni sostenni. Io de’ tuoi sprezzi
volea punirti; e a me ne parve il mezzo
tanto miglior, quanto più indegno e vile.
                                    Regni ne’ boschi,
                                         Nino pur l’alza
da un troppo sollevati ardente raggio,
tornano in nebbia a dissiparsi o in pioggia.
Del vile affetto arrossirà ben tosto
l’alma reale. In noi sarà, sì, in noi
stabil l’amor, difeso in te dal merto
del sangue, in me da quel della mia gloria.
                                              (Oimè!)
                                                                Già cedo
l’atto pria ne gradisca e mia si giuri.
All’assenso di Nino il tuo si aggiunga.
Pronta; ed Arbace in testimon ne accetta.
                              Sei pur da poco! Aspetta. (Piano ad Arbace)
Mel comanda il germano, il cor mel chiede.
trovar alma più grande! Il sirio regno
Vieni. Il mio re, l’idolo mio tu sei. (Improvvisamente si volge e prende la destra di Arbace né più riguarda Mennone che rimane come immobile)
Mennone, ch’è di te? Sei tu percosso
Semira... Eccola. O dio! Già mi confondo.
Se mi udì, che far posso? Ove mi ascondo?
lusinghe? Ei scettri offerti, ei regie spose
accolte avrà con quel disprezzo istesso,
vapor basso e vil ninfa, e l’Asia e Nino.
(Tutto ella intese. Oh barbaro destino!)
Oh di tutti i viventi uomo il più ingrato!
fossi de’ tuoi pravi disegni. Ah, questo
nell’estrema fortuna. Io nel mio core
sopra il maggior de’ re. Quando anche a tutti
Ma grazie al ciel, tua iniquità mi assolve
già la miseria mia ne’ tuoi spergiuri.
Che? Già pensi a corone? E la giurata
                            Della mia fé qual altra
diritto aver? Tu me l’hai resa. Io posso
disporne a mio talento; e farne omaggio
posso a virtù, poiché di man la strappo
a perfidia e a furor. Prenditi il solo (Trattosi di dito l’anello di Mennone, glielo gitta a’ piedi)
pegno che a me ne resta; e me non segua
per te che eterno obblio. Già al tuo rimorso
che ogni senso di colpa abbia già estinto.
Dite, vedrem, soldati, a noi dar leggi
de’ nostri re, progenie alta di Giove,
                                            Aliso, a tempo.
Si pensa d’innalzar Semira al soglio,
sforzo. Tu a’ miei guerrieri i tuoi congiungi
si spande. Aliso, su, risolvi. Io tanto
dal mio giusto furor sento infiammarmi
                                 Piè frettoloso
volgo a raccor le amiche genti; e tosto
Sì. Tu m’assisti; e nostra è la vittoria.
che tu il degni compagno alla tua gloria.
quanto or la sua perfidia. A questa io debbo
Ma tu sospiri? Oh dio! Sarebbe ancora
più felice in quel cor Mennone infido
la tua austera virtù trova in mia pena?
corre incerto rumor che alzar tu voglia
osan giudici farsi? Il sai tu, Arbace?
de’ prodi ascaloniti e più di Aliso,
già di tua libertade ed ora invitto (Verso Semiramide)
Nascon anche fra’ boschi anime grandi.
Ma chi diè sprone all’ire e moto all’armi?
                                          Infelice!
con la morte di lui mi assolva almeno
sire, il suo delirar. Fremente il vidi
uscir dalla tenzone e d’uno in altro
correr qua e là né saper dove. Il nudo
acciar, che in mano ancor tenea, d’un colpo
spezzò ad un sasso; lacerossi il manto;
quindi a seguirlo, ove per campi e balze
il suo pazzo furor ratto il trasporta.
                                          Oh lui beato,
se più non torna al senso de’ suoi mali!
Or che dirai, Semira? Ecco i pretesti
No. Ciò ch’oggi si osò, mi lascia in tema
non v’è mai negl’imperi. E ch’io al tuo letto
rechi in dote discordie, onte e perigli?
ma più la gloria sua, più il suo riposo.
E deve anche il tuo amor farmi infelice?
Forse tale io non son qual altri or crede.
Forse al suo re nol tacerà. Tu vinci
sue renitenze. Il mio destino intendi;
e quando io nobil sangue ed avi illustri
sarà mio impegno anche portarvi un core
che sull’orme del tuo giunga all’estremo
confin della grandezza e dell’onore.
Andiamo, Arbace. Un’anima sì eccelsa
                                     Dimmi più tosto
tuo servo ognor; dir più non oso amante.
non so se amica o ria, m’alza ad impero.
E pure, il crederesti? io non vi ascendo
e incerta qual sia il bene, a cui m’invio,
In quel sospir, parte, oh, n’avessi anch’io!
                  Oimè!
                                 Se ancor mettessi l’ale,
                           Chi è Mennone? Di Averno
son l’implacabil giudice. Su, prendi. (Le dà il suo elmo)
Presto o da questo acciar cadrai svenata.
Trafissi il cor di Nino e vel lasciai.
Presto, diss’io. Stige mi attende e voglio
                            O dei! Da quali e quanti
                                                      Io non avrei
di lui tanta pietà, se fosse in senno. (Si parte con Aliso)
No no, fuggi da me, vattene, sgombra. (Levandosi furioso)
Su, cangiateli, o furie, in nenie e pianti.
Non più. Vado. Mi ascondo. Chi mi vuole?
Terra? Mar? Cielo? Abisso? Oh, se potessi!
mai mai non si offerisse agli occhi miei.
Giorno non chiuse mai più strani eventi
Ma in dì sereno ancor fremono i nembi.
Donde in sì piena calma aver puoi tema?
                                       Quando ella intenda
                                   La mano ancora
con tal mercede i guai già corsi e i pianti.
(Di timore in timor passan gli amanti).
Non so se nel momento in cui ti onoro,
più in me nasca di gioia o più di affanno.
Non è fregio di merto il nascer grande
ma pure è fregio; e che anche questo a tante
glorie sol tue si aggiunga, è mio contento.
sono tutti opra mia, ne ho pena ed onta;
non avessi l’onor di porti a’ piedi
con l’Assiria e con l’Asia anche me stesso.
Ecco. Sta in tuo poter darmi le leggi
né portar l’ira tua sovra il mio core,
d’altra colpa non reo, se non d’amore.
Signor, risponderò; ma pria dal padre
al mio destin tutto si squarci il velo.
retaggio avito, ebbe comando e scettro.
Come! Non fu l’Egitto, ove le prime
No. Là ti trassi ancor bambina, allora
                                  E vi saremmo ancora;
della tua sorte consultai, m’impose
                                                 Il fuggir cauto
popolo e corte, il lungo esilio, i vili
tutto giovommi, e più gli dei propizi.
A che sempre tacermi un tanto arcano?
Temei che nel tuo cor fiamme svegliasse
il dolor de’ tuoi mali. A vendicarli
guerrier dell’Asia, in divenir tuo sposo,
alla nostra vendetta offrisse un braccio,
Ma non sì tosto balenò a’ miei lumi
quel regio amor, che ne fa lieti, io vidi
più sicuro al tuo fato aprirsi il calle;
                      Già disse il padre; ed ora
Amor, reggi quell’alma e la consiglia.
che al mio regno, al mio sangue, a me facesti,
fosse cresciuto in me con gli anni il senso,
con cui ragion si scuote e prende l’armi.
l’offensor si conosce, ira è impotente.
e gradendo il tuo amor consolo il mio.
Han pur fine le angosce e mia pur sei.
E più godon ne’ tuoi gli affetti miei.
                          Siane anche Arbace. In lui,
tu del mio amor ricevi e del tuo ancora.
                                Felice or sono.
Né di Aliso s’obblii l’opra ed il merto.
                    No, mio re. Fasto e grandezza
non occupa i miei voti. Allorch’è buona,
l’opra è premio dell’opra. Io qui contento
                                              Andiamo e duri
così fausto al mio amore e alla tua gloria.
la grandezza, che t’orna, e il secol nostro.
Che se non è fortezza, allor che affligge
regnar, più che in altrui, sovra sé stessa,
se tanto e quel di più, che in te si apprezza,

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