Metrica: interrogazione
22 endecasillabi (pezzi chiusi) in Gianguir Venezia, Pasquali, 1744 
e quanto bella in lei la fedeltà.
Ah! Che in tanto martir non ho consiglio.
Nozze mai non segnò più fauste amore.
ma da noi fuggirà sdegno e livore.
A furia così ria, deh, chiudi il seno.
Scaccia quel gel, quel foco e quel veleno.
Tu la mia fede avrai, tu i voti miei. (Ad Asaf)
Allor più che non t’amo, io t’amerei. (Ad Asaf)
pria risonar fa intorno il bosco e il prato.
sazian di cento stragi il dente irato. (Si parte, seguito da una parte delle guardie reali)
   Non ti avvilir nel duol, debile amante.
Movati la tua fama, eroe guerriero.
   Voglio che sia tuo voto un bel sembiante;
ma sia ancor tuo pensier gloria ed impero. (Apertasi la porta della città, n’escono le guardie reali, tolti in mezzo due palanchini, l’uno chiuso e l’altro scoperto, nel quale sta assiso Gianguir. Alquante d’esse fermansi in lontano, deponendo quivi il palanchino chiuso. Con l’altro si avanzano gli altri e ne scende il sultano, andando alla volta di Cosrovio, dopo aver parlato in voce sommessa con Jasingo che gli va incontro)
anime scellerate, al mio furor.
che re mi disprezzaste e genitor. (Parte alla volta del campo. Jasingo va sopra il colle ad osservarlo)
di quel sincero amor che parla in me.
   Mora, se vuoi così, mora il tuo figlio;
   Un padre che condanni è troppo barbaro,
Un altro, anime ree, giudice avrete.
   Ma tal che in faccia a lui, per quanto siate
confondere e tremar vi sentirete.

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