Venceslao, Napoli, Muzio, 1714 (Vincislao)

 ATTO TERZO
 
 SCENA PRIMA
 
 Giardino con urna sepolcrale nel mezzo che si sta fabricando.
 
 ERENICE
 
 ERENICE
1465Urna, che del mio sposo
 chiuder dovrai le ceneri adorate,
 in quei pallidi marmi
 non ben mi piaci. Ancora
 ti manca il più bel freggio. Il cor ti manca
1470di Casimiro. Io vel porrò. Lo attendi
 da un amor disperato.
 Tinto poi di quell’ostro,
 il tuo pallido orror sarà più grato.
 
 SCENA II
 
 ERNANDO e detta
 
 ERNANDO
 Principessa, a te viene
1475un amico, un amante
 ad unir le sue pene al tuo dolore.
 ERENICE
 Di vendetta si parli e non d’amore.
 ERNANDO
 Vendetta, sì, vendetta,
 anch’io voglio, anch’io giuro. (Si accosta all’urna e snuda la spada)
1480O tu, che sanguinosa
 qui d’intorno t’aggiri, ombra insepolta,
 tu ricevi i miei voti e tu gli ascolta.
 Lo sdegno e ’l fido brando
 Ernando a te consacra, alma diletta,
1485e sarà gloria mia la tua vendetta.
 ERENICE
 Quanto mi piace l’odio tuo!
 ERNANDO
                                                    Lo irrita
 amor nel tuo dolore.
 ERENICE
 E pur ritorni a raggionar di amore.
 ERNANDO
 Amor che non offende
1490né la tua fé né l’amistà d’Ernando
 non può irritarti. I mali tuoi nol fanno
 più ardito e baldanzoso. Egli è ben forte
 ma disperato.
 ERENICE
                             E s’egli è tal, l’accetto.
 Disperato anch’è il mio.
 ERNANDO
                                              Tale il prometto.
 ERENICE
1495Ti ricevo compagno
 nel mio furore.
 ERNANDO
                               Andiamo. Io più d’un seno
 t’additerò dove infierire.
 ERENICE
                                                Andiamo;
 ma tua sola mercede
 fia ch’Erenice a l’amor tuo dia fede.
 
1500   Ama, sospira e piangi.
 Ma non cercar pietà.
 
    L’amor che chiede affetto
 sol ama il suo diletto
 più che l’altrui beltà.
 
 SCENA III
 
 ERNANDO
 
 ERNANDO
1505L’opra illustre compisci, anima amante,
 e già che la speranza a te vien tolta
 la gloria tua, non la tua brama ascolta.
 
    Amerò ma sospirando
 senza speme di gioir.
 
1510   E pur sento il dio d’amore
 che il mio cor va lusingando
 e li dice che il rigore
 del mio bene ha da finir.
 
 SCENA IV
 
 Prigione.
 
 CASIMIRO incatenato
 
 CASIMIRO
 Ove siete? Che fate,
1515spirti di Casimiro? Io di re figlio,
 io di più regni erede,
 io tra marmi ristretto? Io ceppi al piede?
 
    Dure ritorte
 con braccio forte
1520vi scuoterò,
 vi spezzerò.
 Vuole il padre ch’io mora? Ahi! Che farò?
 
 Ch’io mora? E tanto grave è il mio delitto?
 Ah sì! Per me cadde il fratel; ma cadde
1525senza colpa del core.
 Volea morto il rival; n’ha colpa amore.
 Amor, sì sì, tu solo
 sei mia gran colpa. Oh d’Erenice, oh troppo
 bellezze a me fatali, io vi detesto.
1530Son misero, son reo, son fratricida,
 perché v’amai; sono spergiuro ancora,
 spergiuro ed empio a chi fedel m’adora.
 
    Ombre squallide, furie di amor,
 su venite, tormentate,
1535lacerate questo cor.
 
    Date morte... Ah no, fermate
 e lasciate
 tanto solo a me di vita,
 che dir possa lagrimando:
1540 «Cara sposa fedel, io t’ho tradita».
 
 SCENA V
 
 GILDO, LUCINDA e detto
 
 GILDO
 Lucinda a te sen viene.
 CASIMIRO
 Lucinda a me? Per qual destino, oh dei?
 LUCINDA
 Secondi amor propizio i voti miei.
 CASIMIRO
 Regina, (dir non posso
1545Lucinda, sposa, nomi
 in bocca sì crudel troppo soavi)
 leggo sulla tua fronte
 la sorte mia. Tu vieni
 nunzia de la mia morte e spettatrice.
1550Di buon cor la ricevo
 ma la ricevo in pena
 d’averti iniquo, o mia fedel, tradita;
 se pur la ria sentenza
 sul labro tuo morte non è ma vita.
 GILDO
1555(Desta pietà).
 LUCINDA
                             (Caro dolor!) Custodi,
 al piè di Casimiro
 si tolgan le ritorte.
 GILDO
 Lo impone il re.
 CASIMIRO
                                Che cangiamento è questo.
 LUCINDA
 Da me la morte attendi?
1560Da me, crudel?
 CASIMIRO
                               Da te che offesi...
 LUCINDA
                                                                Ingrato!
 CASIMIRO
 Ben ne ho dolor; ma indegno
 di tua pietade io sono
 ed or, bella, a’ tuoi piedi
 chiedo la pena mia, non il perdono.
 LUCINDA
1565Casimiro, altra pena
 non chiedo a te che l’amor tuo; del primo
 tuo pianto io son contenta,
 godo di perdonarti
 e la vendetta mia sia l’abbracciarti.
 CASIMIRO
1570Ed è vero, o mia cara,
 che non sia inganno il mio gioir?
 LUCINDA
                                                              Ti accerti
 anche il labro real.
 CASIMIRO
                                     Scordo già tutti
 vicino a te, mio bene, i mali miei.
 LUCINDA
 Io ti ottenni il perdon, temer non dei.
 GILDO
1575Il re v’attende, io vi precedo. (Parte)
 LUCINDA
                                                        Andiamo.
 Oh cara gioia!
 CASIMIRO
                             Oh sorte!
 A DUE
 Né sciolga un sì bel laccio altri che morte.
 LUCINDA
 
    Vieni.
 
 CASIMIRO
 
                  Vengo; ma concedi...
 
 LUCINDA
 
 Che? Mio bene?
 
 CASIMIRO
 
                                 Ch’a’ tuoi piedi
1580chieda pria...
 
 LUCINDA
 
                           No, ti perdono,
 cara parte del mio cor.
 
 CASIMIRO
 
 Sei la calma del mio cor.
 
    T’ho tradita...
 
 LUCINDA
 
                               Ed io t’abbraccio.
 
 CASIMIRO
 
 T’ho fuggita.
 
 LUCINDA
 
                          Ed io t’allaccio,
1585con più forte e saldo amor.
 
 CASIMIRO
 
 Ed io torno al primo amor.
 
 SCENA VI
 
 Sala reggia.
 
 VINCISLAO e poi GILDO
 
 VINCISLAO
 Nozze più strane e meno attese e quando,
 Polonia, udisti? Onor le chiede. Impegno
 le stringe; e questa reggia
1590ne serve all’apparato e le festeggia.
 Ahi! Che mentre nel petto
 di giudice e di re sento il rigore,
 l’amor di genitore
 con più forza contrasta
1595e a soffrir tanti assalti il cor non basta.
 GILDO
 S’avanza a’ cenni tuoi
 la regal coppia.
 VINCISLAO
                               Venga,
 tu ciò che imposi ad affrettar t’invia.
 Al principio dell’opra
1600ben corrisponda il fin.
 GILDO
                                           Strane vicende
 vi figura il pensiero e non v’intende. (Parte)
 
 SCENA VII
 
 VINCISLAO, CASIMIRO e LUCINDA
 
 VINCISLAO
 Figlio, in onta a tue colpe
 son padre ancora. Alor che morte attendi,
 agl’imenei t’invito e ti presento
1605in Lucinda una sposa.
 Tutto altro oggi attendevi,
 fuor che un tal dono. Abbilo a grado, il chiede
 tuo dover, mio comando e più sua fede.
 LUCINDA
 (Che mai dirà?)
 CASIMIRO
                                 Deh! Come
1610è possibile, o padre,
 che sì tosto si cangi
 la sorte mia? Dovea morir...
 VINCISLAO
                                                     Eh lascia
 la memoria funesta,
 pensa or solo a goder. Tua sposa è questa.
 CASIMIRO
1615Caro più de la vita
 m’è il dono tuo, lo accetto
 non perché tu ma perché amor lo impone
 e a la bella Lucinda
 non mi sposa il timor ma la ragione.
 LUCINDA
1620E di gioia non moro?
 VINCISLAO
                                         Or questa gemma
 confermi a lei la marital tua fede. (Dà un anello a Casimiro che poi lo pone alla destra di Lucinda)
 CASIMIRO
 Ma più di questa gemma
 te la confermi il core.
 LUCINDA
 Mio conforto.
 CASIMIRO
                            Mio ben.
 A DUE
                                               Mio dolce amore.
 VINCISLAO
1625Sposi, sì casti amplessi
 lasciar si denno in libertà.
 CASIMIRO
                                                  Due volte
 mi fosti padre.
 LUCINDA
                              E vita
 ti deggio anch’io.
 VINCISLAO
                                  Regina,
 a l’amor tuo si è sodisfatto?
 LUCINDA
                                                    Appieno.
 VINCISLAO
1630Sei paga?
 LUCINDA
                     In Casimiro
 tutta lieta è quest’alma e più non chiede.
 VINCISLAO
 Egli è tuo sposo ed io serbai la fede.
 LUCINDA
 Sì, la serbasti.
 VINCISLAO
                             Addio. Null’altro, o sposi,
 qui far mi resta, or che la fé serbai.
1635Ma Casimiro...
 CASIMIRO
                              Padre.
 VINCISLAO
 Deggio altrui pur serbarla. Oggi morrai. (Parte)
 
 SCENA VIII
 
 LUCINDA e CASIMIRO
 
 LUCINDA
 Oggi morrai? Dirlo ha potuto un padre?
 Lucinda udirlo? Oggi morrai? Spietato
 giudice, iniquo re. Così mi serbi
1640la fé per più tradirmi?
 Mi dai lo sposo e mel ritogli? O tutto
 ripigliati il tuo dono o tutto il rendi;
 se mi sei più crudel, meno mi offendi.
 E tu, che fai? Che non ti scuoti? Il cenno
1645udisti di un tiranno e non di un padre.
 Carnefice vuol torti
 la vita che ti diede e romper tutti
 gli ordini di giustizia e di natura.
 Né ti riscuoti? E soffri
1650attonito la tua, la mia sciagura?
 CASIMIRO
 Lucinda, anima mia,
 che far? Che dir poss’io? Veggio i miei mali
 e so di meritarli.
 Penso al tuo duolo e ti compiango. Oh sposa,
1655misera sposa! Giunta
 a vederti tradire,
 a vedermi morire.
 LUCINDA
 Morir? Me forse credi
 sì vil, sì poco amante,
1660che sofferire il possa?
 Meco ho guerrieri, ho meco ardire, ho meco
 amor, forza, raggione.
 Ecciterò ne’ popoli lo sdegno,
 empierò d’ire il regno,
1665di tumulti la reggia,
 tratterò ferro e fuoco.
 
    E se teco io non vivrò,
 teco, sposo, io morirò.
 
 CASIMIRO
 Un soccorso rifiuto
1670ch’esser può mio delitto e tuo periglio,
 il re mi è padre, io son vassallo e figlio.
 LUCINDA
 Crudel, sei sposo ancora;
 serbi il nome di figlio a chi t’uccide,
 nieghi il nome di sposo a chi t’adora.
 CASIMIRO
1675Anzi questo è ’l sol nome
 che più m’è caro, io meco
 porterollo agli Elisi, ombra costante
 e là dirò: «Son di Lucinda amante».
 LUCINDA
 Va’ pur; ti è cara, il veggio,
1680la morte tua, vanne, l’incontra; all’empio
 carnefice fa’ core e ’l colpo affretta.
 Ma sappi, io pur morrò
 dal ferro uccisa o dal dolor. Tu piangi?
 Tu impallidisci? Il mio morir tu temi?
1685Né temi il tuo? Che pietà è questa? Priva
 mi vuoi d’alma e di core e vuoi ch’io viva?
 CASIMIRO
 Sì, vivi, il dono è questo
 che ti chiedo in morendo. Addio, mia sposa,
 degna di miglior sorte
1690e di sposo miglior.
 LUCINDA
                                     Tu parti?
 CASIMIRO
                                                         Addio.
 Tollerar più non posso
 la pietà di quel pianto; andrò men forte,
 se più ti miro, andrò, mia cara, a morte.
 
    Parto, non ho costanza
1695per rimirarti a piangere;
 sposa, t’abbraccio, addio.
 
    Se più rimango, io moro
 ma non saria morir
 sugli occhi di chi adoro
1700il morir mio. (Parte)
 
 SCENA IX
 
 LUCINDA
 
 LUCINDA
 Correte a rivi, a fiumi, amare lagrime.
 Tolto da me lo sposo
 ha l’ultimo congedo.
 Più non lo rivedrò. Barbaro padre!
1705Miserabile sposo! Ingiusti numi!
 Su, lagrime, correte a rivi, a fiumi.
 Ma che giova qui il pianto? A l’armi a l’armi.
 Già che tutto disperi,
 tutto ardisci, o Lucinda, apriti a forza
1710ne la reggia l’ingresso. Ecco già parmi
 di svenare il tiranno,
 di dar morte a’ custodi,
 di dar vita al mio sposo e d’abbracciarlo
 fuori di ceppi... Ahi, dove son? Che parlo?
 
1715   Parlo... ma si confonde
 sopra le labbra il cor
 e un rio dolor risponde:
 «Oggi il tuo ben morrà».
 
    Sono... senza il mio bene,
1720sola col mio martoro
 e parmi che ristoro
 sol morte mi darà.
 
 SCENA X
 
 GILDO in abbito da donna e poi GERILDA
 
 GILDO
 Per seguitar la finta mia pazzia
 mi son cinto la gonna;
1725ma però non vorria
 che Gerilda credesse esser io donna;
 no, mi conoscerà
 e se vedrò ch’abbia di me pietà,
 allor saprò ben fare
1730e mi farò del tutto perdonare.
 Eccola che sen viene,
 Gildo, coraggio, su, portati bene.
 Larà lallara, larallalà... (Si pone a ballare, accompagnandosi con la voce)
 GERILDA
 Oh Gildo miserabile e infelice!
 GILDO
1735Tu chi sei che qua vieni, ove non lice
 ad alcuno venir quando balliamo?
 Vattene via pur subito.
 GERILDA
 Vado.
 GILDO
              No, resta.
 GERILDA
                                  (Io dubito
 che questo non m’inganni,
1740lo vo’ scoprir). Ah! Gildo!
 Ah caro Gildo mio,
 vieni, vieni pur qua
 ch’io sento del tuo mal somma pietà.
 GILDO
 Larallarà, larallalà. (Balla)
 GERILDA
1745Non senti, Gildo mio?
 GILDO
 Eh! Gildo non son io.
 Gildo, Gildo è uno stolto.
 Al gran seno, al bel volto,
 alla voce sottile e alla gonna (Con voce finta)
1750tu non conosci ancor ch’io sono donna?
 GERILDA
 Se vuoi ch’io creda ciò la speme è vana.
 GILDO
 Nol credi? No? Tu chiama la mammana.
 GERILDA
 (Mi fa ancor dubitare,
 onde voglio mostrare
1755che fuor di me mi porti il troppo affanno
 e su l’ingannator cadrà l’inganno).
 GILDO
 (Che mai parla tra lei?)
 GERILDA
 Dunque Gildo non sei?
 GILDO
                                             No, che non sono.
 GERILDA
 Ah! Mia gran dea, perdono, (Gli s’inginocchia avanti)
1760se non t’ho conosciuta
 quando qui son venuta
 che m’ha abbagliato de’ tuoi lumi il chiaro.
 GILDO
 (Oimè! Mi par che questa parli sparo).
 GERILDA
 Pietà, gran dea, pietà
1765e dammi Gildo mio per carità.
 GILDO
 La grazia t’è concessa;
 ma Gildo a ritrovar vanne tu stessa.
 GERILDA
 
    Lo vo’ cercare,
 finché trovare
1770mi sia permesso;
 oh quello è desso.
 T’ho da pigliare, (Facendo azzioni di prendere una farfalla per aria)
 no, no scappare,
 t’ho preso già.
 
1775   Oh poverello!
 Così bel bello
 pur t’ho arrivato.
 Oh! M’è scappato;
 sorte cornuta!
1780Aggiuta, aggiuta
 per carità. (Alla replica Gildo fa le medesime azzioni di Gerilda)
 
 GILDO
 Hai di bisogno, poveraccia te,
 di mastro Giorgio molto più che me.
 GERILDA
 Aimè! Gildo dov’è?
 GILDO
1785(Certo, che il gran martire
 d’avermi già perduto
 l’avrà fatta ammattire).
 Gerilda, che cos’hai?
 Omai ritorna in te;
1790perché al veder sei matta più di me.
 GERILDA
 Tu il matto solo sei, non io la matta.
 GILDO
 Orsù, alziamola patta.
 GERILDA
 La mia fu sol finzione
 per discoprir, come t’ho già scoperto
1795che ingannar mi volevi empio, barone.
 GILDO
 (Aimè! Me l’ha ficcata
 ed ora non so al certo
 come placarla). Ah! Amata, (S’inginocchia)
 mia Gerilda, adorata
1800perdono, sì, perdono
 ch’io pentito mi sono
 di quanto t’ho ingannato
 e in tutto mi vedrai tutto mutato.
 GERILDA
 E la tua Elisa?
 GILDO
                             A questa
1805non pensa più la testa.
 GERILDA
 Temo che tu m’inganni!
 GILDO
 S’io t’inganno, o mia bella,
 to’ ch’io possa morir. (Fra cent’altr’anni).
 GERILDA
 Tu ancora pensi a quella,
1810molto ben lo conosco.
 GILDO
 E s’io più penso a quella,
 più non poss’io mangiar (veleno e tosco).
 GERILDA
 Eh! Che troppo t’alletta
 e ti dona contento.
 GILDO
1815S’è vero, io mi contento
 non poter bere più (dell’acqua schietta).
 GERILDA
 E mi sarai fedel?
 GILDO
                                  Fido e amoroso.
 GERILDA
 Io ti perdono e tu sarai mio sposo.
 GILDO
 Se dunque esser degg’io il tuo marito,
1820vo’ che prima i capitoli stendiamo
 e che noi c’accordiamo,
 com’è il moderno rito
 e con chiarezza noi facciamo i patti.
 GERILDA
 Or io non son di queste
1825e già son persuasa
 che in occasion di feste
 ognun dà fuor la mercanzia ch’ha in casa.
 GILDO
 Tua dunque sia tutta la robba mia.
 GERILDA
 E la mia robba ancor tutta tua sia.
 
1830   Io mi rido di tutti quei sposi.
 
 GILDO
 
 Io mi rido di tutte le spose.
 
 GERILDA
 
 Che ritrosi.
 
 GILDO
 
                        Che ritrose.
 
 A DUE
 
 Fanno i patti nei loro contratti
 come s’hanno tra loro a trattar.
 
1835   Se tra loro son moglie e marito
 dev’essere unito
 ancora il volere,
 per potere in contenti campar.
 
 SCENA XI
 
 Camera.
 
 ERNANDO ed ERENICE con ferro alla mano
 
 ERENICE
 Tutta è cinta dal popolo feroce
1840la sarmatica reggia; ognun la vita
 chiede di Casimiro.
 Teco fra lor passai né fu chi ’l guardo
 torvo a noi non volgesse. Ancor nel petto
 mi trema il cor.
 ERNANDO
                                Sì tosto
1845si avvilisce il tuo sdegno?
 ERENICE
 No no, mora il crudele e pera il regno.
 ERNANDO
 Pera anche il re ma ’l colpo
 esca da la tua mano.
 ERENICE
 Io svenar Vincislao?
 ERNANDO
1850Sì, quelle son le regie stanze.
 ERENICE
                                                       Ernando,
 cerco vendetta e non infamia.
 ERNANDO
                                                        Il ferro
 che dee passar nel sen del figlio ha prima
 in quel del padre a ripassar. Che importa
 che tu ’l comandi o ’l vibri?
 ERENICE
1855Come, val tanto adunque
 d’un reo la vita?
 ERNANDO
                                 Parmi
 tutta incendio e tutt’armi
 veder la reggia. Ahi! Dove andranno, dove
 l’ire a cader e su te cadran, su te,
1860misera patria e miserabil re!
 ERENICE
 Ma che dee farsi?
 ERNANDO
                                   Al sol pensarvi io tremo,
 sudo, m’agghiaccio. Io primo offeso, io primo
 rinunzio a la vendetta e getto il ferro.
 Generosa Erenice,
1865nel tuo dolor la tua ragione ascolta.
 Perdona a Casimiro, anzi perdona
 a la patria, al monarca, a la tua gloria.
 Con sì bella vendetta
 meglio noi placherem l’ombra diletta.
 ERENICE
1870Io dar perdono? Ernando...
 ERNANDO
 S’apre l’uscio real. Vanne ed implora
 al regio piè...
 ERENICE
                           Vo’ pensar meglio ancora.
 ERNANDO
 
    Pensa...
 
 ERENICE
 
                     Solo al rigore.
 
 ERNANDO
 
 No, placa il tuo bel core,
1875adopra la clemenza,
 dà luogo a la pietà.
 
 ERENICE
 
 Il cor non vuol clemenza,
 no, che non ha pietà.
 
 ERNANDO
 
    Senti...
 
 ERENICE
 
                    Sol le mie pene.
 
 ERNANDO
 
1880Mira...
 
 ERENICE
 
                Morto il mio bene
 e l’anima tradita
 vendetta ne farà.
 
 ERNANDO
 
 No no, dolce mia vita,
 placa la crudeltà.
 
 SCENA XII
 
 VINCISLAO con guardie
 
 VINCISLAO
1885A me guidisi il figlio.
 Giorno, oh quanto diverso
 da quel che ti sperai! Giorno fatale!
 Nei trionfi d’Ernando
 oggi gioie sognava e ne li figli
1890oggi devo morir. Itene e i lieti
 apparati d’amor cangiate, amici,
 in funeste gramaglie e in bara il trono.
 Più Vincislao, più genitor non sono.
 
 SCENA XIII
 
 CASIMIRO con guardie e detto
 
 CASIMIRO
 Prostrato al regio piede,
1895incerto fra la vita e fra la morte,
 eccomi.
 VINCISLAO
                  Sorgi. (Anima mia, sta’ forte).
 CASIMIRO
 Ne le tue mani è ’l mio destin.
 VINCISLAO
                                                         Mio figlio,
 reo ti conosci?
 CASIMIRO
                             E senza
 la tua pietà sono di vita indegno.
 VINCISLAO
1900Cieco rotasti il ferro
 fra l’ombre.
 CASIMIRO
                         Il ferro strinsi e fui spietato.
 VINCISLAO
 Alessandro uccidesti.
 CASIMIRO
 Il mio germano uccisi.
 VINCISLAO
 Morto Ernando volesti, il duce invitto.
 CASIMIRO
1905E del colpo l’error fu più delitto.
 VINCISLAO
 Scuse non hai.
 CASIMIRO
                              L’ho ma le taccio, o sire.
 Se discolpe cercassi, io sarei ingiusto.
 Sarò più reo, perché tu sia più giusto.
 VINCISLAO
 (Vien meno il cor). Dammi le braccia, o figlio.
 CASIMIRO
1910Re, padre...
 VINCISLAO
                        E prendi in questo
 l’ultimo abbracciamento.
 CASIMIRO
 L’ultimo?
 VINCISLAO
                     Ahi pena!
 CASIMIRO
                                          Ahi sorte!
 VINCISLAO
 Or vanne, o figlio.
 CASIMIRO
                                    Ove, signor?
 VINCISLAO
                                                             A morte.
 CASIMIRO
 A morte?
 VINCISLAO
                     Sì, ma vanne
1915non reo ma generoso. Un cor vi porta
 degno di re che non imiti il mio.
 A me sol lascia i pianti, a me i dolori
 e insegnami costanza alor che mori.
 CASIMIRO
 
    Basta ch’io sia tuo figlio
1920per gir costante a morte,
 che intrepido il mio ciglio
 la morte incontrerà.
 
    (Solo s’io mi rammento
 la mia fedel consorte,
1925pensando al suo tormento
 l’ardir mancando va).
 
 
 SCENA XIV
 
 VINCISLAO, poi ERENICE
 
 VINCISLAO
 Importuno dover, quanto mi costi!
 ERENICE
 Vengo...
 VINCISLAO
                  Erenice, ad affrettar se vieni
 del reo figlio la pena,
1930risparmia i voti. A te de la vendetta
 debitor non ti sono.
 Il figlio condannato assolve il padre.
 ERENICE
 E te ne assolva ancora
 la pietà d’Erenice.
1935Per me non veggia il regno
 la natura in tumulto,
 la patria in armi, la pietà in esiglio;
 a l’ombra d’Alessandro
 basti il mio pianto e ti ridono il figlio.
 VINCISLAO
1940No, con la tua pietà io non m’assolvo.
 Se restano impunite,
 passan le colpe in legge
 e non le teme il volgo,
 se l’esempio del re non le corregge.
 
 SCENA XV
 
 ERNANDO e detti
 
 ERNANDO
1945Anch’io sire...
 VINCISLAO
                            Opportuno
 tu giungi, amico. In sì grand’uopo io cerco
 o ragione o conforto.
 ERNANDO
 Per chieder grazie al regio piè mi porto.
 VINCISLAO
 L’avrai, quando anco fosse
1950la metà del mio trono.
 ERNANDO
 Ti chiedo...
 VINCISLAO
                        E che?
 ERNANDO
                                       Del principe il perdono.
 VINCISLAO
 Come?
 ERNANDO
                 N’han la tua fede i voti miei.
 In ciò non re ma debitor mi sei.
 VINCISLAO
 Tutto a te deggio e regno e vita. Solo
1955la mia giustizia, l’onor mio, la sacra
 custodia de le leggi io non ti deggio.
 ERNANDO
 Principe, al tuo destin scampo non veggio.
 
 SCENA XVI
 
 GILDO e detti
 
 GISMONDO
 Presto, signore, a l’armi.
 VINCISLAO
 Gildo, che fia?
 ERENICE
                              Oh dei!
 ERNANDO
                                               Che avvenne?
 GILDO
                                                                           Il prence...
 VINCISLAO
1960Morì? Per esser giusto
 già finii d’esser padre.
 GISMONDO
                                            Oh non è questo.
 È più grave il periglio,
 la corona perdesti e non il figlio.
 VINCISLAO
 Che? Vive Casimiro?
 GISMONDO
                                          E vivo il vuole
1965la milizia, la plebe ed il Senato;
 gl’hanno rotto li ceppi e nel tumulto
 è fra gl’altri Lucinda
 che tutta brava e fiera
 sembra la dea guerriera.
 VINCISLAO
1970Sì sì, popoli, Ernando,
 Erenice, Lucinda, (Da sé passeggiando)
 dover, pietà, legge, natura, a tutti
 sodisfarò, sodisfarò a me stesso.
 Seguami ognuno. Il mondo
1975apprenderà da me
 ciò che può la pietade in cor di padre,
 ciò che può la giustizia in cor di re.
 
    La giustizia con l’amore,
 la clemenza col rigore
1980sul mio soglio si vedrà.
 
    Come padre e re dal trono
 saprò al figlio dar perdono,
 saprò usar la crudeltà.
 
 SCENA XVII
 
 ERENICE
 
 ERENICE
 Che sarà? Oh del mio sposo
1985adorata memoria,
 non per viltà ma perdonai per gloria.
 
    Perché ingannarmi,
 cara speranza,
 se non lo merita
1990l’acceso cor.
 
    Perché allettarmi
 lieta in sembianza,
 per poi abbattermi
 con più dolor.
 
 SCENA XVIII
 
 Salone con trono.
 
 CASIMIRO con spada alla mano, LUCINDA, popoli e soldati
 
 LUCINDA
 
1995   Viva e regni Casimiro.
 Viva, viva.
 
 CASIMIRO
 Duci, soldati, popoli, Lucinda,
 qual zelo v’arma, qual furor vi muove?
 Dunque in onta del padre
2000vivrò più reo? Dovrò la vita al vostro
 tumultuoso amore?
 Dopo un german con minor colpa ucciso,
 ucciderò con più mia colpa un padre?
 Non è questa la vita
2005ch’io chieder posso. Ah! Prima
 rendetemi i miei ceppi,
 traetemi al supplizio o questo ferro
 trafiggerammi. E tu datti alfin pace,
 mio solo amor, mio sol dolor, in questa
2010sorte mia disperata,
 raro esempio di fé, sposa adorata.
 LUCINDA
 Empio, ingrato, crudele,
 tu mi amasti? Tu mi ami? Ahi fiera sorte!
 E vuoi lasciar la sposa tua fedele
2015per incontrar con gloria tua la morte!
 
 SCENA ULTIMA
 
 VINCISLAO, ERENICE, ERNANDO, GERILDA, GILDO e detti
 
 VINCISLAO
 Ed è vero e lo veggio!
 CASIMIRO
 Padre e signor, ritorno
 volontario a’ tuoi ceppi,
 depongo ancor la spada e piego il capo.
2020Solo a questo perdona
 popol fedel. Zelo indiscreto ’l mosse;
 di me disponi; in me le leggi adempi,
 in me punisci il fallo.
 Fratricida infelice, io morir posso,
2025non mai figlio ribel, non reo vassallo.
 VINCISLAO
 Popoli, da quel giorno, in cui vi piacque (Va sul trono)
 pormi in fronte il diadema, in man lo scettro,
 resi giustizia e fui
 ministro delle leggi e non sovrano.
2030Ora non fia ch’io chiuda
 con ingiusta pietade e regno e vita.
 Si deve un fratricida
 punir nel figlio. Il condannai. La legge
 re mi trovò, non padre,
2035voi nol voleste; ed ora
 padre, non re, mi troverà natura.
 Figlio, ti accosta.
 CASIMIRO
                                 Al soglio,
 piego umil le ginocchia. (Casimiro ascende il grado del trono e s’inginocchia innanzi al padre)
 LUCINDA
 (Non anche, o cor, t’intendo).
 GERILDA
2040(Che mai sarà?)
 GILDO
                                 (Ancor non lo comprendo).
 VINCISLAO
 Qual re avesti, o Polonia, il raro, il grande
 atto, per cui lo perdi, ora t’insegni.
 Volermi ingiusto è un non voler ch’io regni. (Vincislao si cava la corona e la vuol porre al figlio)
 CASIMIRO
 Che fai, signor?
 VENCESLAO
                                Conviene
2045far cader la tua testa o coronarla.
 CASIMIRO
 Mora il figlio e tu regna.
 VINCISLAO
                                               Il re tu sei.
 Col voler d’Erenice,
 colla virtù d’Ernando,
 il popolo t’acclama. Io reo ti danno
2050e assolver non ti posso. (Corona il figlio)
 Or che tu sei sovrano,
 assolverti potrai colla tua mano.
 LUCINDA
 (Gioie, non m’opprimete).
 CASIMIRO
 La corona io ricevo
2055in deposito, o padre, e non in dono.
 Tu sarai re, io servo
 le leggi tue publicherò dal trono.
 ERNANDO
 Io pure in te, nuovo monarca, adoro
 l’alto voler del tuo gran padre.
 CASIMIRO
                                                         Ernando,
2060non eredito re gl’odi privati.
 Ti abbraccio, amico. E tu, Erenice, in lui
 da me prendi uno sposo,
 se nel fratello un te ne tolsi.
 ERNANDO
                                                    Oh sorte!
 ERENICE
 Signor, erra insepolta
2065ancor l’ombra amorosa. Almen mi lascia
 pianger l’estinto, anzi che ’l vivo abbracci.
 ERNANDO
 Mi basta or sol che rea
 nell’amarti non sia la mia speranza.
 ERENICE
 Tutto speri in amor merto e costanza.
 CASIMIRO
2070Ultimo a te mi volgo,
 diletta sposa; cari
 solo per te mi son la vita e ’l regno.
 LUCINDA
 Tanta è la gioia mia
 che parmi di sognar, mentre ti annodo.
 ERNANDO
2075Col tuo giubilo, o patria, esulto e godo.
 GILDO
 Noi che farem? Cospetto del demonio?
 GERILDA
 Ancor noi concludiamo il matrimonio.
 CORO
 
    Vivi e regna fortunato,
 nostro duce e nostro re.
 
2080   Te si unisca a far beato
 tempo e sorte, amor e fé.
 
 Fine