Sirita, Venezia, Pasquali, 1744

 ATTO PRIMO
 
 Sala.
 
 SCENA PRIMA
 
 SIVALDO, OTTARO, IROLDO, seguito di cavalieri danesi
 
 SIVALDO
 Principi, ho stabilito.
 Vedovo regnerò, sinché la figlia
 pieghi ’l rigido core,
 sinor di acciaio, e ad imeneo consenta.
 OTTARO
5E se l’alma ostinata
 si fa di onore irrevocabil legge
 non mai legarsi a marital servaggio,
 vuoi tu, signor, che resti
 di legittimo erede orfano il trono?
 SIVALDO
10Disperar non conviene,
 prima del tempo, e de’ lontani e incerti
 casi prendersi affanno.
 Giovane è ancor la figlia;
 e qual del sesso è l’uso,
15può ad un tratto cangiar voglia e pensiero.
 IROLDO
 Vagliati con Sirita
 esser padre e monarca.
 SlVALDO
 Violenti consigli amor non ode.
 Seco i preghi userò, che in nobil alma
20han più poter che le minacce e l’ire.
 Venga la figlia. Or voi
 traetevi in disparte. Ella di ogni uomo
 fugge la vista, più che d’angue e mostro;
 e in me talvolta appena
25lascia cader, ma passaggero, un guardo.
 IROLDO
 A te il ciel sia propizio; (a Iroldo amore).
 OTTARO
 (Parlo a pro di Romilda e del mio core). (Si ritirano in disparte)
 SIVALDO
 Cor di re, cor di padre e cor di amante,
 di te si tratta. A quell’amor, che ti arde
30per la bella Romilda,
 frena il desio, tempra le fiamme e soffri.
 Austerità di figlia
 prima si espugni. Indi più chiare e belle
 per te accenda imeneo tede e facelle.
 
35   Core di amante,
 ti consiglio a tolleranza
 con l’idea di un maggior bene.
 
    Imperfetto è quel diletto
 che non costa alla speranza
40un soffrir di lunghe pene.
 
 SCENA II
 
 SIRITA e SIVALDO; OTTARO e IROLDO in disparte
 
 SIRITA
 A te, padre e signor, qual sì per tempo
 mi chiama alto comando?
 SIVALDO
 Con sì timido aspetto
 al suo giudice offeso il reo non vassi,
45qual tu a me ti presenti, amata figlia.
 SIRITA
 Rispettoso dover leggi m’impone
 di figlia e di vassalla.
 SIVALDO
 Ma perché si negletta? A che non prendi,
 quale a te si convien, l’oro e le gemme?
50Il ciel già non ti diede
 cotesto di beltà fregio gentile,
 perché tu l’abbia a vile.
 SIRITA
 Meglio saria che o più non fosse o mai
 stata non fosse al mondo
55questa nostra bellezza,
 del cielo infausto dono,
 rischio di chi ’l possiede,
 pena di chi lo vede.
 Anzi che farne pompa, ad ogni sguardo
60vorrei poter celarmi e al sole istesso.
 SIVALDO
 Semplice! A quanto in terra alma respira,
 diè natura il suo pregio,
 a chi nuoto, a chi volo, a chi ugne e denti,
 a chi celere corso,
65all’uom senno e fortezza;
 a voi che diè? Bellezza,
 di mille lance e spade arma più forte,
 con cui vincete e valorosi e saggi.
 Folle! E tu l’esser bella,
70propria del sesso tuo lode e tesoro,
 stimerai tua vergogna e tua sfortuna?
 SIRITA
 Stimerò lode mia ciò ch’è mio acquisto,
 non ciò ch’è dono altrui. Grazia e beltade
 son beni a noi stranieri
75e di fragile tempra. Amar dovremmo
 più durevoli fregi, ornar sol l’alma
 di onestà, di modestia e d’innocenza,
 impor leggi severe all’occhio e al labbro
 né mai dar fede ai sempre falsi amanti.
 SIVALDO
80Cotesta tua salvatichezza, o figlia,
 strugger vorrebbe il mondo e di natura
 tutte scompor le leggi.
 Ha virtù i suoi confini e, quando eccede,
 lascia di esser virtù. Lodo il pudico
85core e l’indole casta;
 ma lodar non poss’io che tu sì schiva
 sia di onesto amator che a nobil sangue
 eccelso animo aggiunga e degno aspiri
 all’onor di tue nozze...
 SIRITA
                                          Ah, pria col ghiaccio
90vedrai la fiamma e amar l’agnella il lupo.
 SIVALDO
 Perché nodo abborrir così soave?
 SIRITA
 Nodo servil, giogo penoso e grave.
 SIVALDO
 Fido imeneo fa i più felici in terra.
 SIRITA
 E discorde i più miseri.
 SIVALDO
                                              Mancarti
95può sposo, a cui ti unisca amore e fede?
 SIRITA
 No no, son tutti, o padre,
 di una tempra e di un cor. Già nella mente
 fisso è il pensier, viver solinga  e sciolta
 alla mia libertade ed a me stessa.
 SIVALDO
100Solo a te stessa, o figlia,
 tu non sei nata. Al padre
 che ti diè vita, ai voti
 di un regno ancor nascesti. Ah, se il mio affetto,
 se la memoria dell’estinta madre
105può nulla in te, cedi a’ miei preghi  e vinci
 le ingiuste ripugnanze
 che t’ingombran l’idea. Tu gli occhi abbassi?
 Tu non rispondi? Ah, figlia, io da te questa
 mercede attesi o meritai? Mia morte
110vedrai ben tosto. Un troppo
 insoffribil dolor l’alma circonda,
 gemendo sconsolata
 tra un regno afflitto ed una figlia ingrata.
 SIRITA
 Qual aspra orrida guerra
115movi, o padre, al mio cor? Voler che a un tratto
 genio cangi, costume, abito e vita,
 egli è un voler che tutta
 me stessa uccida e in me rinnovi un’altra.
 Pur se tutto non posso
120dare a’ tuoi preghi, almeno
 tutto non si ricusi. A sì amoroso
 e benefico padre un tanto deggio
 sacrifizio crudel. Sposa!... Ah, che il solo
 pensarvi io tutta sento
125l’alma in gelo e sudor rappresa e sciolta;
 sposa mi vuoi? Si faccia.
 Sposa sarò; ma con qual legge, ascolta.
 
    Quegli sarà mio sposo
 che primo un guardo solo
130sdegnoso od amoroso
 sappia involar da me.
 
    Tenti mill’arti e mille,
 frode, timor, lusinga;
 serva, sospiri, finga;
135e in queste mie pupille
 cerchi la sua vittoria
 e poi la sua mercè.
 
 SCENA III
 
 SIVALDO, OTTARO e IROLDO
 
 SIVALDO
 Principi, udiste. Un guardo
 a voi promette di Sirita il core.
 IROLDO
140Di tumido torrente
 più facile è inceppar la rapid’onda
 che un occhio femminil. Lubrico e vago
 ei di oggetto in oggetto
 vola, qual suole augel di ramo in ramo.
 SIVALDO
145E pur la Dania vide
 ne’ secoli già scorsi alme sì caste
 che, condannando a sì gelosa legge
 la licenza del guardo,
 schernir le insidie de’ sagaci amanti.
 IROLDO
150Questi di antica età rari prodigi
 favole or sono; e puossi
 chi gli lodi trovar, non chi gl’imiti.
 SIVALDO
 Virtù sempre è feconda
 né mai per anni insterilisce o manca.
 IROLDO
155Mi accingo all’opra; e pria che cada il giorno
 farò sposo felice a te ritorno.
 
    Se non avrò da que’ begli occhi, ond’ardo,
 di amore un dolce sguardo,
 l’avrò di sdegno e d’ira;
160e poi lieto sarò.
 
    E quai da torbid’austro aure tranquille,
 in quelle amabili
 fiere pupille,
 amor da crudeltà nascer vedrò.
 
 SCENA IV
 
 SIVALDO e OTTARO
 
 SIVALDO
165Ottaro, o tu non ami o tu dìsperi.
 OTTARO
 Sire, minor mia pena
 poc’anzi era l’amar senza speranza
 che sperando or languir per gelosia.
 SIVALDO
 Di te troppo diffidi.
 OTTARO
                                       È cieco il caso
170che può farmi contento; e s’egli sempre
 fesse al merto ragion, non saria caso.
 SIVALDO
 Fabbro sii di tua sorte.
 Usa ingegno e virtù. Voti felici
 per te forma Sivaldo,
175per te che la corona
 gli fermasti sui capo. Acquista un bene
 ch’io ti dovrei. Poi sul mio trono ascenda
 Romilda a te germana.
 Godrò dar questo testimon di amore
180al suo bello, al tuo merto ed al mio core.
 
    Degno è d’impero
 quel bel sembiante
 che regna altero
 sul cor di un re.
 
185   L’aureo trono
 parrà più omaggio
 che pegno e dono
 della mia fé.
 
 SCENA V
 
 OTTARO e ROMILDA
 
 OTTARO
 Romilda, o tu mi assisti o son perduto.
 ROMILDA
190Pende, non da Romilda,
 ma dal giro di un guardo il tuo destino.
 OTTARO
 Che? De’ miei casi omai ti giunse il grido?
 ROMILDA
 Può stare arcano in corte,
 qual gittato in gran fiamma
195senza strepito e scoppio il verde lauro.
 OTTARO
 Sirita esser può mia.
 ROMILDA
 Lo so; ma lieve impresa
 non fia sedur due ben difese ciglia
 che l’uscio sono, ond’entra amor nell’alma.
 OTTARO
200Deh, m’aita e consiglia.
 ROMILDA
 Odimi. A cor ritroso
 tre son le vie. La prima
 s’aprono i doni.
 OTTARO
                                Alma gentil gli sdegna.
 ROMILDA
 È ver; né ha forza in lei
205questo basso desio, più di quel ch’abbia
 per far crollar pianta robusta un lieve
 zeffiro che gli umili
 virgulti agita appena.
 Pur mano liberal prova è di amore
210grande e cortese; e rifiutati ancora,
 scoprono i doni il generoso amante.
 OTTARO
 Poco in questi confido.
 ROMILDA
                                            In zelo e fede
 metti tua spene. Ove sia d’uopo, esponi
 la tua per l’altrui vita.
215Un animo real mai non è ingrato
 né un benefico amor mai sventurato.
 OTTARO
 Per lei non temerò rischio e fatica.
 Ma se ingrata e nimica ancor persista?
 ROMILDA
 Stringi per atterrarla arma più forte.
 OTTARO
220Qual mai?
 ROMILDA
                       Fingi disprezzo;
 vanta altr’amore. Gelosia, dispetto,
 onta, furor s’affolleranno intorno;
 e quel cupido sguardo,
 che avrà negato all’amator fedele,
225licenzierà dietro l’amante infido.
 OTTARO
 Facciasi; e poi se tanto
 amor, se tanta fede
 pietà dal fiero cor non anche impetra?
 ROMILDA
 Di’ che quel non è cor ma tronco e pietra.
 OTTARO
230Parto a tentar mia sorte. Appo la bella
 non si stanchi in mio pro la tua amistade.
 Col nodo di Sirita andran congiunti
 i tuoi regi sponsali; e tu dal soglio...
 ROMILDA
 Va’. Servirò al dover, non all’orgoglio.
 OTTARO
 
235   Un bel volto amai sinora
 senza speme e senz’affanno.
 
    Or con speme entrò nel core
 fredda smania e rio timore;
 e del vario incerto affetto
240odio il bene e sento il danno.
 
 SCENA VI
 
 ROMILDA
 
 ROMILDA
 Pensieri ambiziosi, io non vi ascolto.
 Un diadema real può farmi illustre
 ma non contenta. Iroldo
 è il mio fasto, il mio ben, la mia fortuna.
245Degna di tutta l’alma è sua beltade
 ma più sua fede. Un amator sincero
 val più di ogni grandezza e di ogn’impero.
 
    Sprezzo un regno e sono amante
 di un bel volto e di un bel core.
 
250   Ma se il cor trovassi infido,
 tosto il core ed il sembiante
 odierei del traditore.
 
 Galleria di ritratti.
 
 SCENA VII
 
 ALINDA e IROLDO
 
 IROLDO
 Sì, sue nozze otterrà chi de’ suoi lumi,
 sia di amor, sia di sdegno,
255con merto o fraude, il primo sguardo ottenga.
 ALINDA
 Legge ch’è mio spavento.
 IROLDO
                                                Esser può amica
 ad Ottaro la sorte.
 ALINDA
 Ottaro è la mia speme.
 IROLDO
                                            Ei porrà in uso
 col favor di Romilda arte ed inganno.
 ALINDA
260E tu in ozio starai stupido e tardo?
 IROLDO
 Non mi creder sì vil, diletta Alinda;
 ma senza l’opra tua...
 ALINDA
 Iroldo, e che far posso?
 IROLDO
 Oggi, qual ha per uso
265trar dietro l’orme di cinghiali e di orsi
 nel vicin bosco la real donzella,
 ivi con mano armata
 la rapirò. La subita paura
 volger le farà un guardo al suo periglio;
270e quel guardo sarà la mia fortuna.
 ALINDA
 Violento consiglio!
 IROLDO
 Lice, se giova.
 ALINDA
                             Irriti
 il padre.
 IROLDO
                   Nulla ottien chi tutto teme.
 La sorte è degli audaci.
275Ottaro esser può tuo, s’io di Sirita...
 ALINDA
 Non più. Cauto gli agguati
 disponi e l’armi. In breve
 trarrò la preda, ove l’attendi, al varco.
 Sol mai non cadde, in cui,
280di strali armate e d’arco,
 viste non ci abbia errar la selva e il monte.
 IROLDO
 Come a quel duro cor la via ti apristi?
 ALINDA
 Di amor fingendo esser, qual lei, nimica.
 IROLDO
 Ma donde un tal consiglio?
 ALINDA
285Da un disperato amore.
 Ottaro, il cui bel volto (Accennando il ritratto di lui)
 qui spesso a vagheggiar vengo in quell’ombre,
 arde a’ rai di Sirita,
 qual io mi struggo a’ suoi. Spera il mio core,
290sinché il suo non è lieto; e dell’amica
 l’ire lusingo e alle ripulse applaudo.
 IROLDO
 Se con l’amore offendi,
 con I’odio e che farai?
 ALINDA
                                           Men grave oltraggio
 che tu con l’incostanza.
 IROLDO
295Intendo, intendo. Una beltà schernita
 ti fa pietade. È ver, Romilda amai;
 ma per la sua beltà perder di un regno
 le speranze io dovea?
 
 SCENA VIII
 
 ROMILDA e i suddetti
 
 ROMILDA
 Sì, lo dovevi, ingrato, e non tradirmi.
 ALINDA
300Tue voci udì. (Ad Iroldo)
 IROLDO
                            Romilda...
 ROMILDA
                                                 Anch’io difesi
 dalle lusinghe di un real diadema
 gli affetti a te promessi.
 Perché, perché l’esempio, anima vile,
 non seguir ch’io ti diedi?
 ALINDA
305Rimprovero ch’è giusto. (Ad Iroldo)
 IROLDO
 Romilda, io non mi sento
 un cor sì generoso. A sì gran prezzo
 io pur tua fede assolvo.
 Ambo amiam, tu in Sivaldo, io nella figlia,
310un oggetto più degno.
 Bella è l’infedeltà che guida a un regno.
 ROMILDA
 Lo farò. Poi vedremo
 chi al regno troverà via più spedita.
 ALINDA
 Non perdona giammai beltà tradita. (Ad Iroldo)
 IROLDO
 
315   Luci belle, un tempo amate,
 mi svegliate
 a pietà, più che a timor.
 
    Se vi cedo al ben di un regno,
 tanto sdegno in me perché?
320Dolce oggetto
 io pur fui del vostro amor.
 
 SCENA IX
 
 ROMILDA, ALINDA e SIRITA
 
 ROMILDA
 Anche lo scherno al torto? (Sta in disparte come pensosa)
 SIRITA
 Tolta, mia cara Alinda,
 all’importuna turba degli amanti,
325te sol cerco, sol amo,
 te che di genio al mio conforme, austera
 sovra ogni basso affetto
 t’innalzi e fuggi amore,
 peste dell’alme ed insanabil morbo.
 ALINDA
330Mostro e demone dillo e furia e averno.
 Ma da cotesto insidioso male,
 come più schermirai l’alma pudica,
 se vi hai posto in custodia un solo sguardo?
 SIRITA
 S’oggi solo avvezzar volessi il ciglio
335alla briglia ed al morso,
 più difficil mi fora
 che feroce puledro
 regger nel corso ed addestrare al freno.
 Rende l’abito e l’uso
340piano anche l’arduo. Io, dacché appresi amore
 quanto sia falso e quanto l’uom bugiardo,
 fuori del padre, altr’uom non vidi in faccia.
 ROMILDA
 (Visto anch’io non ti avessi, iniquo Iroldo).
 ALINDA
 Prodigio sei del nostro sesso.
 SIRITA
                                                       Alinda,
345della solita caccia
 si appressan l’ore. Oggi faremo al monte
 nobile e ricca preda.
 ALINDA
 Miglior ce ne assicura il vicin bosco,
 ove fiero trascorre irto cinghiale.
 SlRITA
350E là s’indrizzi ’l passo.
 Corri a prender tu l’asta, i dardi e l’arco
 e l’altre aduna... Ah, quella
 non è la mia Romilda? Oh quanto afflitta
 negli atti e nel sembiante!
 ALINDA
355Ed è sua pena un infedele amante.
 
    Quel duolo, quel pianto, (A Sirita)
 quel pallido aspetto
 ti mostri un oggetto
 del ben che a’ suoi fidi
360dà il perfido amor.
 
    Vezzose pupille, (A Romilda)
 sareste tranquille,
 se voi, col mio esempio,
 aveste difeso
365iI misero cor.
 
 SCENA X
 
 SIRITA e ROMILDA
 
 ROMILDA
 (Vendicarsi convien, non più dolersi).
 SIRITA
 Quante volte, Romilda,
 lascia, ti dissi, il vaneggiar, che alfine
 non ne trarrai che pentimento e duolo.
370Felice Alinda in libertà di affetti!
 Tra innocenti diletti...
 ROMILDA
                                           Eh, principessa,
 poco conosci Alinda.
 Altro è il labbro, altro il core.
 SIRITA
 Col dir male di altrui crede ciascuno
375o scusar suoi difetti o ricoprirli.
 ROMILDA
 Vedi là quel che di elmo (Mostrando il ritratto di Ottaro, appeso tra gli altri nella galleria)
 adorno il crin, grave di usbergo il petto,
 spira anche finto aria guerriera?
 SIRITA
                                                              Il veggo.
 ROMILDA
 Cui fuor dell’armi certa
380dolce traluce amabil grazia?
 SIRITA
                                                     Il veggo.
 ROMILDA
 Egli è, per cui la Dania
 sotto giogo stranier non langue oppressa.
 SIRITA
 Fu prode.
 ROMILDA
                     Egli ’l re Sveco
 sconfisse e uccise.
 SIRITA
                                    Invitto.
 ROMILDA
385(Con piacer lo riguarda).
 SIRITA
 Alcuno ei fia de’ nostri
 passati eroi che alla presente etade
 rinfacciano viltade.
 ROMILDA
 Ei caro al re, caro alla Dania vive
390e più caro ad Alinda.
 SIRITA
 Questi è l’oggetto dell’amor di Alinda?
 ROMILDA
 Appunto; e spesso qui desio la guida
 di vagheggiar la colorita immago.
 SIRITA
 Qualche scusa è al suo error l’aver riposto
395in sì nobile oggetto il suo pensiero.
 ROMILDA
 (Beltà, che loda il finto, amar può il vero).
 Ma la misera langue
 non corrisposta.
 SIRITA
                                Eroe, ch’è nato all’armi,
 può avvilirsi in amori?
 ROMILDA
400No, ma in amar Sirita ei più s’illustra.
 SIRITA
 Che? Romilda... L’invitto? Il vincitore?
 ROMILDA
 Lo sprezzator di Alinda...
 SIRITA
 L’eroe che miro in quella tela impresso?...
 ROMILDA
 Ottaro che il re Sveco...
 SIRITA
405Amante di Sirita?
 ROMILDA
 Arde a’ tuoi lumi e a quei di Alinda è cieco.
 SIRITA
 Taci, Romilda. Ove ritrovo amante,
 più non ammiro eroe. Gli toglie amore
 grazia, fortezza e gloria,
410qual toglie ad aurea vesta
 atro liquor, che vi si sparga, il pregio.
 ROMILDA
 Nobil poc’anzi era l’oggetto...
 SIRITA
                                                       Eh, mai
 oggetto più deforme io non mirai.
 
 SCENA XI
 
 Coro di cacciatori e cacciatrici e le suddette; poi OTTARO con seguito di paggi, i quali portano ricchi arnesi di caccia sopra bacini d’oro e di argento
 
 coro
 
    Amiche, in traccia
415di augelli e belve
 per monti e selve,
 piaceri onesti
 di libertà.
 
 SIRITA
 
    Ma stiasi in guardia,
420che il cor non resti
 preda infelice
 d’ingannatrice
 gentil beltà.
 
 OTTARO
 Regal vergine eccelsa,
425per virtù, per beltà del secol nostro
 raro ed unico pregio...
 SIRITA
 Cerca favor la lode o tenta inganno. (A Romilda)
 OTTARO
 Il tuo padre, il mio re che di sé stesso
 più t’ama e più del regno...
 SIRITA
430Del re tu nunzio?
 OTTARO
                                   E servo.
 Te di seguir vaga scorgendo in caccia
 un piacer faticoso...
 SIRITA
 Degli ozi della reggia a me più caro. (A Romilda)
 Segui. (Ad Ottaro)
 OTTARO
                Questi m’impose,
435per materia e lavoro,
 recarti illustri arnesi.
 SIRITA
 Veggansi, o mia Romilda, i ricchi doni. (Romilda va a prender un arco da un bacino)
 OTTARO
 Doni di padre a regal figlia.
 ROMILDA
                                                     In questo
 di avorio e d’oro arco lucente e grave
440l’arte ha vinta sé stessa.
 OTTARO
 Stupido il grande osservo...
 SIRITA
 Parlo a Romilda; non risponda il servo.
 ROMILDA
 Vedi gli aurati strali (Prende da un altro un fascio di dardi)
 come vaghe han le piume e di qual tempra
445l’acuto acciar. Gloria è di morte e fasto
 uscir da sì be’ dardi.
 OTTARO
 Ma più gloria è dell’alme
 sotto un solo cader di que’ bei sguardi.
 SIRITA
 Lusinghiero ed audace. (A Romilda)
 OTTARO
450Non fa torto a beltà lode verace.
 ROMILDA
 Ve’ che nobil faretra? Arte maestra (Prende un turcasso)
 nell’ebano lucente
 quindi Cintia scolpì...
 OTTARO
                                          Non mai sì bella
 che qui, dove somiglia a te che sei
455e più vezzosa e più crudel di lei.
 SIRITA
 Da amante e non da servo egli favella. (A Romilda)
 ROMILDA
 Vago è quindi mirar la diva istessa,
 tutta fisa nel volto
 del pastorello Endimion...
 SIRITA
                                                  Romilda,
460di Endimion? Del pastorel coteste
 son le sembianze? O quelle
 del prode? Dell’eroe? Doni di padre
 cotesti a regal figlia?
 E chi li reca è servo? Ah, riconosco
465l’inganno e l’ardimento. Odio del pari
 l’amante e i doni. Ei vada.
 E tu digli, o Romilda,
 che con armi sì vili
 le basse anime assalga e non l’eccelse,
470che abbandoni una speme,
 da cui sol ritrarrà pena e vergogna,
 e ch’è più lieve impresa
 un armato espugnar campo nimico
 che la ferma onestà di un cor pudico.
 
475   Lasci gli amori
 e a coglier vada allori
 chi nacque a guerreggiar.
 
    Gloria sia di alma forte
 vincer nimici in campo,
480non di due ciglia al lampo
 perdersi e vaneggiar.
 
 SCENA XII
 
 ROMILDA e OTTARO
 
 OTTARO
 Germana, abbiam sinora
 seminato in arena.
 ROMILDA
                                     Un vano sforzo
 non ti tolga l’ardir. Nel vicin bosco
485segui la bella. Ivi può offrirti ’l caso
 di che lieto restar.
 OTTARO
                                    Siami anche avverso,
 avrò almeno il piacer di rimirarla;
 né soffrirò che a quelle luci, ond’ardo,
 rival si appressi e ne rapisca un guardo.
 
490   Dissi al cor, dal primo istante
 che beltà lo rese amante:
 «Di amar lascia o in te si avvezzi
 a penar la fedeltà».
 
    M’ubbidì; senza lagnarsi
495egli soffre oltraggi e sprezzi
 né lo stanca crudeltà.
 
 SCENA XIII
 
 ROMILDA
 
 ROMILDA
 Romilda, odio si deve al traditore.
 Ragion lo chiede; e sia
 l’odio tanto più fier, quanto più giusto.
500Oimè! Mal con ragion si accorda amore;
 né a suo piacer sempre disama un core.
 
    Per non voler più amar
 so che sospirerò.
 
    Ma dopo il sospirar
505avrò riposo e pace
 e più non amerò.
 
 Il fine dell’atto primo