Ormisda, Venezia, Pasquali, 1744

 ORMISDA
 
    [Venezia, Giambatista Pasquali, 1744]
 
 ARGOMENTO
 
    In un altro dramma si son fatti vedere i buoni effetti dell’amicizia. In questo si è procurato di por sotto gli occhi i cattivi effetti dell’odio. L’argomento n’è stato somministrato dalla real casa di Ormisda re di Persia, principe che sarebbe stato meno infelice, se avesse saputo essere miglior padre. Indotto egli dall’amore e dalle lusinghe della seconda sua moglie, che qui vien chiamata Palmira, si risolvette di portare al trono, anche sua vita durante, il suo secondo figliuolo, cui si dà il nome di Arsace, ad esclusione di Cosroe, suo primogenito ma natogli dal primo letto. Cosroe per sé stesso d’animo fiero, e vie più in tale occasione da’ diritti della sua nascita e dal favor delle leggi sostenuto e assistito, non seppe sofferire una sì fatta ingiustizia. Col mezzo adunque de’ suoi partigiani riuscì ad esso lui di avere in sua mano il padre, la matrigna e il fratello, e d’impossessarsi della corona. I buoni trattamenti, usati da lui nel cominciamento del regno e poscia per qualche tempo verso del padre, han dato sufficiente motivo per chiudere il dramma diversamente da quello che nella storia si legge. Teofane, Zonara ed altri parlano di questo fatto, per chi desidera d’esserne più diffusamente instruito. Gli amori generosi di Artenice, i raggiri di Mitrane e i tradimenti di Erismeno servono a maggior viluppo della favola che senza essi non si sarebbe potuta condurre al fine che se le è dato.
 
 ATTORI
 
 ORMISDA re di Persia
 PALMIRA sua seconda moglie
 ARSACE loro figliuolo, amante di Artenice
 COSROE figliuolo di Ormisda e d’altra sua prima moglie, amante anch’esso di Artenice
 ARTENICE regina di Armenia, amante di Arsace
 MITRANE satrapo persiano e capo dell’ambasciata armena, confidente di Cosroe
 ERISMENO altro satrapo persiano, confidente di Palmira
 
    L’azione si rappresenta in Tauri, città capitale della Persia.
 
 ATTO PRIMO
 
 Piazza reale, riccamente apparata per la coronazione di Artenice con due troni, l’uno rincontro all’altro.
 
 SCENA PRIMA
 
 ORMISDA, PALMIRA, ARTENICE, ARSACE, seguito di persiani, popolo e soldati
 
 ORMISDA
 O del grande Artabano,
 che all’Armenia diè leggi, inclita figlia,
 bella Artenice, il lieto giorno è questo
 che por ti dee l’aurea corona in fronte
 e darti al popol tuo sposa e regina.
 Te all’amor mio commise il re tuo padre
 e che passi un mio figlio
 all’onor del tuo letto, è suo volere.
 Dal tuo reale assenso
 questo or si adempia e regni
 di te, vergine illustre, il cenno altero
 sul perso insieme e sull’armeno impero.
 ARTENICE
 Signor, posso a mio grado
 espor liberi sensi? E quei diritti,
 che inspira a nobil alma
 il nome di regina, usar poss’io?
 ARSACE
 (Da quel labbro dipende il viver mio.)
 ORMISDA
 Non hai di che temer. Parla e il tuo regno
 cominci dal tuo cor.
 PALMIRA
                                          Ma ti sovvenga (Piano ad Artenice)
 che Palmira ti ascolta
 e che Arsace è mio figlio e ch’ei ti adora.
 ARTENICE
 Ah! Di parlar, re, non è tempo ancora.
 ORMISDA
 Qual rispetto ti affrena?
 PALMIRA
                                             Io del suo core
 interprete fedel...
 ARTENICE
                                     No. Di me stessa
 non v’ha chi meglio intenda
 miei chiusi affetti. A tempo
 gli svelerò. Qui non si scordi il grado.
 Oggi regina io sono,
 arbitra di me stessa, e salgo il trono. (Al suono delle trombe ascende Artenice sul trono, servita da Arsace, e dall’altro canto vi ascendono Ormisda e Palmira. Esce poi Mitrane con gli altri ambasciadori armeni, i quali portano omaggio ad Artenice, ed uno in particolare di loro sostenta sopra un bacino d’oro la corona e lo scettro)
 
 SCENA II
 
 MITRANE e i suddetti
 
 MITRANE
 Te a noi dieder gli dii, regina eccelsa.
 Te a noi serbin gli dii. Duri il tuo regno
 co’ tuoi, co’ nostri voti.
 Ogni consiglio tuo regga virtude,
 fortuna ogni tua guerra;
 e de’ regj avi tuoi vinci le glorie.
 Questi forma per te preghi sinceri
 la tua suddita Armenia; e noi, cui tocca
 l’alto onor di offerirti i primi omaggi,
 al tuo trono, al tuo piede
 per lei giuriamo ossequio, amore e fede. (Nuovamente al suono delle trombe s’inginocchia Mitrane al secondo de’ gradini del trono e, preso dal bacino lo scettro, lo porge ad Artenice)
 ARTENICE
 Lieta in voi del mio regno
 gli omaggi accetto. Il cielo
 ne secondi gli auspici.
 Me attenta avrete a custodir le leggi,
 più che a imporle sovrana. A voi miei fidi,
 arra sien del mio amor l’auree maniglie,
 fregio al braccio guerriero; e tu, Mitrane,
 il cui senno, il cui petto
 tanto per me sostenne,
 questo di gemme e d’oro
 ricco lucente acciaro al fianco appendi
 e mio campion più la grand’alma accendi. (Artenice trattasi dal seno una picciol’arma dorata ed ingioiellata, detta dagli orientali acinace, solita portarsi da’ re e da’ maggiori personaggi, la porge a Mitrane che in ricevendola gliene bacia la mano. Escono nello stesso tempo quattro nobili armeni, i quali portano in quattro bacini dorati sedici maniglie d’oro, dette armille, e le distribuiscono agli ambasciadori armeni, i quali se le pongono al braccio destro)
 MITRANE
 
    Sì, tuo campion già sono.
 Bacio l’illustre dono;
 e il cingerò per te.
 
    Al manco lato appeso
 vi sentirà quel core
 che da’ tuoi raggi acceso
 arde di ossequio e fé.
 
 SCENA III
 
 ERISMENO e i suddetti
 
 ORMISDA
 Qui Erismeno?
 PALMIRA
                               Che fia?
 ERISMENO
 Domi i ribelli e soggiogato il Ponto,
 dal campo vincitor viene a’ tuoi piedi
 il tuo figlio real.
 PALMIRA
                                Che? Cosroe?
 ORMISDA
                                                           Cosroe?
 Senza aspettar ch’io lo richiami? E prima
 del mio comando abbandonar le schiere?
 ERISMENO
 Egli avrà sue ragioni.
 PALMIRA
 Tal, mio Ormisda, è il costume
 di que’ guerrieri eroi, di que’ gran cori
 che, pieni di sé stessi
 e dall’armi protetti e dal lor fasto,
 ricusan dipendenza,
 non conoscon dover, non re, non padre.
 ORMISDA
 Venga ed in me ritroverà il superbo
 non il padre ma il re.
 ERISMENO
  (Cosroe è in periglio). (Si parte)
 ARSACE
 Giusto, sire, è il tuo sdegno;
 ma Cosroe è base al regno ed è tuo figlio.
 PALMIRA
 Quando chiaro è I’error, vano è il consiglio.
 ARSACE
 Dove è giudice il padre, il figlio tace.
 ARTENICE
 Bella virtù che m’innamora e piace. (Tutti scendono dal trono)
 ARSACE
 
    Tacerò; ma a pro di un figlio (Prima a Palmira e poi ad Ormisda)
 virtù parli e parli amor.
 
 PALMIRA
 
    Sua virtù si è fatta orgoglio.
 
 ORMISDA
 
 E reo vien di un giusto sdegno.
 
 ARSACE
 
 Ma la gloria egli è del regno; (A Palmira)
 né vien reo chi è vincitor. (Ad Ormisda)
 
 SCENA IV
 
 COSROE con soldati e i suddetti
 
 COSROE
 Padre e signor...
 ARTENICE
                                   Perdona (A Cosroe)
 se interrompo il tuo dir. Parli Artenice
 ed intrepida parli, or che è difesa (Ad Ormisda)
 dall’aspetto di Cosroe.
 Fosse tema o rispetto,
 e tu, regina, il sai, feci a’ miei voti (Verso Palmira)
 forza sinora; al mio dover compiacqui;
 non era ancor regina; attesi; e tacqui.
 ARSACE
 (Palpita amor).
 COSROE
                             (La sorte
 s’agita del cor mio).
 ORMISDA
                                Tuoi detti attendo.
 PALMIRA
 (Taccio a gran pena e l’ire mie sospendo).
 ARTENICE
 Di vita il re mio padre
 uscì, me ancor fanciulla. Il terzo lustro
 compie oggi appunto. Ei ti commise, o sire,
 e l’Armenia e Atenice.
 ORMISDA
                                          E fu sua legge
 che Artenice sia sposa
 di un mio figlio real.
 ARTENICE
                                   Ma di quel figlio
 cui sul crin splenderà la tua corona.
 Quegli sarà mio sposo
 che tuo erede sarà. Non basta a lui
 il titol di tuo figlio.
 Ci vuol quello di re. Cosroe ed Arsace
 son tua prole ugualmente.
 Hanno merto, han virtù, m’amano entrambi.
 Se dovesse il cor mio sceglier lo sposo,
 il ver dirò, tu lo saresti, Arsace.
 ARSACE
 Care voci!
 ARTENICE
                        Ma Cosroe
 ha sul trono de’ Persi
 la ragion dell’età. Tu, che sei padre,
 del tuo scettro disponi. A me non lice.
 Frema quanto egli vuole
 l’amor mio generoso,
 il re, che tu farai, sarà mio sposo.
 
    Sono amante e sono figlia;
 ma quest’alma si consiglia
 col dover, non coll’amor.
 
    Sembra fasto ed è rispetto
 ciò che svena un dolce affetto
 al voler del genitor. (Si parte, servita a braccio da Cosroe e da Arsace, e vien seguita da’ suoi armeni)
 
 SCENA V
 
 ORMISDA, PALMIRA e poi COSROE che ritorna
 
 PALMIRA
 Mio consorte, mio re, da te dipende
 il destino di Arsace.
 ORMISDA
 E di Arsace in favor vuoi da me infranta
 la giustizia e la legge?
 PALMIRA
 Serve la legge al re.
 ORMISDA
                                         Ma al re tiranno.
 PALMIRA
 Serva dunque alla legge il re ch’è giusto.
 Cosroe è reo di gran colpa e dei punirlo.
 ORMISDA
 Taci; egli riede.
 PALMIRA
                             Arsace, ho core, ho ingegno.
 (Son madre; e tua sarà la sposa e il regno).
 ORMISDA
 Dal campo, ov’eri duce,
 perché lontan?
 COSROE
                                    L’armi di Ormisda han vinto.
 Il Ponto è tua provincia e, domi i Medi,
 quanto oprar potea Cosroe ha tutto oprato.
 Dalle schiere oziose
 disio mi allontanò di porti a’ piedi
 la novella corona
 e di aver la mercé di mie fatiche
 dall’onor di un tuo amplesso.
 ORMISDA
 In ogni altro che in Cosroe, un tanto eccesso
 si puniria di morte.
 In te a virtude, in te a natura il dono.
 Figlio, vieni al mio amplesso e ti perdono. (Lo abbraccia)
 PALMIRA
 (Vil padre e reo marito!)
 ORMISDA
 Ma dopo il mio perdon, Cosroe, paventa
 di provocar con altra colpa all’ire
 un amor che ti assolve. Il novo giorno
 fuor di Tauri ti vegga. Ozio può solo
 al corso di tue glorie esser d’inciampo.
 Vuoi palme? Io te le appresto;
 ma i miei comandi attenderai nel campo.
 COSROE
 Ubbidirò. Tornerò al campo, o sire,
 ma non senza Artenice. Ella è mia sposa.
 Tu sei sedotto da un amore ingiusto.
 Ma di Ormisda son figlio;
 son del regno l’erede; e non degg’io
 soffrir ch’altri m’usurpi
 ciò che per legge e che per sangue è mio.
 
    Sino alla goccia estrema
 le mie ragioni al soglio
 e quelle del mio amor difenderò.
 
    Quanto può s’armi e frema
 odio, furore, orgoglio;
 orgoglio, odio, furor
 col senno e col valor confonderò.
 
 SCENA VI
 
 ORMISDA e PALMIRA
 
 PALMIRA
 Tanto ardisce il superbo,
 te presente e te re?
 ORMISDA
  L’indole è fiera
 ma generoso il cor, l’animo eccelso.
 PALMIRA
 Scusalo pur. Ten pentirai ma tardi.
 ORMISDA
 Che far poss’io?
 PALMIRA
                               Nulla, o signor, lasciarlo
 che impunito egli corra
 ove alterezza, ove furor lo spinge.
 Povero Arsace! Misera Palmira!
 Sarete ancor sue vittime innocenti.
 ORMISDA
 Palmira, anima mia, di che paventi?
 PALMIRA
 Eh! Sì teneri nomi
 non son più per Palmira. Il primo letto
 degno è sol del tuo amor. N’ebbe il secondo
 sol pochi e freddi avanzi.
 Cosroe, che nacque al trono, è sol tuo sangue.
 Nacque il povero Arsace alla sfortuna
 di suddito e di servo;
 e gran colpa è per lui l’esser mio figlio.
 ORMISDA
 Con sì ingiuste querele il cor trafiggi.
 Cosroe è forse tuo re? Suo forse è il trono?
 PALMIRA
 Ma lo sarà. Lascia ch’io salvi Arsace
 dal suo primo comando.
 Non ti chiede il mio pianto
 che a favor di una moglie
 contra un figlio crudel s’armi il tuo braccio.
 Chiede solo ch’io possa
 trarre i miei giorni in sicurtà di vita
 col caro Arsace. Un angolo di terra
 a me basta per regno. Oh! Là talvolta
 di te, Ormisda, mi giunga il dolce nome!
 Questo sia tutto il fasto mio. Se questo
 può turbar la tua pace,
 questo ancor nega. Ormisda
 a me rammenterò, mirando Arsace.
 ORMISDA
 Tu partir? Tu lasciarmi? È troppo ingiusto,
 mia cara, il tuo dolor. Serena il ciglio.
 Son re. Palmira è moglie. Arsace è figlio.
 PALMIRA
 
    Moglie, è ver, ma non più quella
 cara e bella,
 tua delizia e tuo riposo.
 
    Fiamma, ch’arde in cor di amante,
 presto manca in cor di sposo;
 e il possesso di un sembiante
 fa ch’ei sembri men vezzoso.
 
 SCENA VII
 
 ORMISDA
 
 ORMISDA
 Che mi giova aver vinti
 e ribelli e nimici,
 se guerra più crudel mi fanno i miei?
 Palmira, Cosroe, Arsace,
 tutti oggetti di amor, tutti di affanno,
 misero in me rendete
 il re, il marito, il padre.
 Ah! Che se re non fossi, io non sarei
 sposo infelice e genitor dolente.
 Questa corona, questa
 seme è degli odi. Ambizione in armi
 mette il mio sangue e uccide la mia pace.
 O corona! O Palmira! O Cosroe! O Arsace!
 
    Son da più venti
 legno percosso.
 Porto non veggio.
 Stella non ho.
 
    Tra le frementi
 torbide brame
 posso e non deggio.
 Voglio e non posso.
 Penso e non so.
 
 Galleria per cui si passa nel serraglio reale.
 
 SCENA VIII
 
 ARTENICE ed ARSACE
 
 ARTENICE
 Quando l’ama Artenice, Arsace piange?
 ARSACE
 Che mi giova il tuo amor, quando ti perdo?
 ARTENICE
 Ti consoli il piacer di mia grandezza.
 ARSACE
 Mi duol la mia, non la tua sorte, o cara.
 Regna pur col germano.
 ARTENICE
                                            Io con Arsace
 più lieta regnerei. Ma come il posso?
 Comanda il genitor che sia mio sposo
 di Ormisda il regio erede.
 ARSACE
  Io quel non sono.
 L’esser nato più tardi è mia sventura.
 Ma di tante, che spargo
 nel mio avverso destin, lagrime amare,
 una sola non bagna
 il trono da cui scendo.
 A te tutte le spreme il mio dolore,
 a te, mio solo fasto e sol mio amore.
 ARTENICE
 Pera chi primo al mondo
 questa introdusse empia ragion di stato,
 tiranna degli affetti.
 Anime in libertà di amar chi piace,
 quanto v’invidio! O padre,
 che non tormi il diadema
 e lasciarmi il mio cor? Sarei di Arsace.
 Ma non son io regina?
 Basti, basti l’Armenia ad Artenice,
 la Persia a Cosroe. Arsace, a un dolce affetto
 già sacrifico un regno.
 Un tuo sguardo giocondo
 mi val più della Persia e più del mondo.
 ARSACE
 Generosa Artenice, a sì gran prezzo
 non sarai mia. Ricuso
 un amor che ti rende
 meno giusta e men grande.
 Regna sui Persi; io il primo
 sarò de’ tuoi vassalli.
 ARTENICE
 O degno, o caro amante,
 spera. Chi sa? La sorte
 avrà forse rimorso, avrà rossore
 di scior nodo sì bel, sì forte amore.
 
    Perché nacqui a regal sorte,
 in voi perdo, o luci amate,
 il mio bene, il mio piacer.
 
    O in amore
 pastorelle fortunate,
 quanto invidio al vostro core
 che sol ama per goder!
 
 SCENA IX
 
 COSROE ed ARSACE
 
 COSROE
 All’aspetto di Cosroe
 fugge Artenice? Ho pena
 di aver turbati i vostri lieti amori.
 ARSACE
 Ella da me prendea
 tenero, sì, ma forse ultimo addio.
 COSROE
 Ultimo? Non mi offende; e ne ho pietade;
 e non senza dolor sciolgo il bel nodo.
 Amo in te quella parte
 che comune al mio sangue è in te dal padre.
 Ma quella, che succhiasti
 dalle vene materne, è mia nimica.
 La matrigna m’insidia. Ella mi ha fatto
 di un fratello un rival.
 ARSACE
                                           No. La mia fiamma
 è colpa del mio cor, non della madre.
 Artenice l’ha accesa. E chi mirarla
 poteva e non amarla?
 COSROE
 Non amarla potea chi in Artenice
 vedea la sua regina e la mia sposa.
 
 SCENA X
 
 PALMIRA e i suddetti
 
 PALMIRA
 Né sposa tua né tua regina ancora
 Artenice non è. (A Cosroe)
                             Rabbia ed orgoglio (Ad Arsace)
 non ti spaventi. Amala, o figlio, e avrai
 quel diadema e quel cor ch’ei ti contende.
 Tel promette Paimira e tel difende.
 COSROE
 In te, regina, il grado eccelso onoro,
 in te l’amor di Ormisda.
 Tu forse il mio rispetto
 interpetri a viltà. Tenti sedurre
 l’amor del padre e la virtù del figlio.
 Ma...
 PALMIRA
                     Che vuoi dir?
 COSROE
  Quel figlio
 che tu cerchi innalzar sovra il mio soglio...
 PALMIRA
 Segui.
 COSROE
                        Ha troppa virtù, tu troppo orgoglio.
 ARSACE
 Ira il fratel trasporta, odio la madre.
 PALMIRA
 Intendo. E madre e figlio
 egualmente minacci.
 Ma movi e terra e cielo,
 fa’ quanto puoi, superbo,
 regnerà Arsace o morirà Paimira.
 COSROE
 Convien dunque ch’io cada
 e che impotente sia
 questo cor, questo braccio e questa spada. (Mettendo la mano sulla spada e mezzo sfoderandola)
 
 SCENA XI
 
 ORMISDA e i suddetti
 
 ORMISDA
 Cosroe, qual turbamento? E qual furore?
 La man sul brando e la regina è teco?
 ARSACE
 O dei!
 PALMIRA
                   Tu lo vedesti.
 COSROE
                                              Avea sul ferro
 la destra, o re, ma solo...
 PALMIRA
 Sol per lasciarlo immerso entro il mio seno.
 ORMISDA
 Perfido!
 PALMIRA
                          Tu opportuno
 giugnesti al mio periglio.
 Senza te, trema, iniquo; (Verso Cosroe)
 peria la madre e la uccideva il figlio. (Ad Ormisda)
 
 SCENA XII
 
 COSROE, ORMISDA ed ARSACE
 
 COSROE
 O matrigna crudel! La mia innocenza,
 signor...
 ORMISDA
                      Presente è Arsace.
 COSROE
  E Arsace parli.
 ARSACE
 Sì sì, per l’innocente
 sarò in difesa. Padre,
 Cosroe volea... (Ma accuserò la madre?)
 ORMISDA
 Tu taci? Amor fraterno a che ti arresta?
 Di’. Qual furor l’ha mosso
 all’atto reo?
 COSROE
                          Rispondi.
 ARSACE
                                               O dio! Non posso.
 
    Non accuso. Non difendo;
 e tacendo, non offendo
 né il rispetto né l’amor.
 
    Se favello,
 alla madre od al fratello
 son crudele o traditor,
 
 SCENA XIII
 
 ORMISDA e COSROE
 
 COSROE
 La regina mi accusa.
 Il fratel non mi scolpa. Io son tradito.
 Ma nell’odio dell’ una,
 nel silenzio dell’altro un giusto padre
 scorge la mia innocenza.
 ORMISDA
  Orsù, ti credo,
 qual ti vanti, innocente.
 Cosroe, deh! più di freno al fasto, all’ ira.
 In questi di mia vita ultimi giorni
 lasciami più di pace.
 COSROE
 Palmira è ingiusta. Ella ama troppo Arsace.
 ORMISDA
 Ma l’amor di Palmira in che ti nuoce?
 COSROE
 Ella m’insidia il regno, ella Artenice.
 ORMISDA
 Sa Ormisda giudicar tra moglie e figlio.
 Giusto mi troverai. Cosroe, abbi fede.
 Tu l’amor sei del padre e tu l’erede.
 Ma sappi ancor nella real tua sorte,
 Palmira è tua regina e mia consorte.
 
 SCENA XIV
 
 COSROE
 
 COSROE
 Perché moglie e regina,
 dovrà la donna altera
 insultarmi? Accusarmi? Ed io soffrirlo?
 No. Mi si oppone invano amor paterno.
 Figlio ed amante io sono.
 Mia è la ragion. Voglio Artenice e il trono.
 
    Vede quel pastorello
 l’avido lupo ingordo
 che nel più sceIto agnello
 cerca sfamar il dente; e sel difende.
 
    Tal per difesa anch’io
 del ben, che solo è mio,
 senno userò e valor
 contra quel rio furor che mel contende.
 
 SCENA XV
 
 MITRANE e COSROE
 
 MITRANE
 Un più lento ritorno,
 principe, ti togliea sposa e corona.
 COSROE
 Caro Mitrane, al primo, e da te l’ebbi,
 nuncio de’ rischi miei, volai dal campo
 e mi seguì de’ miei soldati il fiore.
 MITRANE
 E ben d’uopo ne avrai. Sola Artenice,
 malgrado all’amor suo, finor sostenne
 la tua ragion.
 COSROE
                         Lo so; né in quel gran core
 mi fu debol soccorso il tuo consiglio.
 MITRANE
 Dissi e feci il dover. Ma contro forza
 ragion che può? Qui non Ormisda, sola
 dà Palmira le leggi; e il re avvilito
 a riceverle è il primo.
 COSROE
 Cosroe lontan potea temer; vicino
 confonderà le trame.
 MITRANE
 Non basta il minacciar. L’opra si chiede,
 ove il male sovrasta.
 COSROE
 E che ?
 MITRANE
                     Regnar convien. Se nol rapisci,
 ti è rapito il diadema.
 La regina ha sedotti e grandi e plebe,
 duci e soldati, e vuol che regni Arsace.
 Non osa il re. Fremono i buoni; e basta
 che lor capo tu sia.
 COSROE
                                    Contro di Ormisda?
 MITRANE
 Lasciar rapirti un trono è debolezza.
 COSROE
 Ed è impietà voler cacciarne un padre.
 MITRANE
 Egli scender ne vuol, per darlo a un altro.
 COSROE
 No no, mi è re, mi è padre.
 Di figlio e di vassallo
 sacri nomi, io vi sento, io vi rispetto.
 Né sì estremo è il periglio
 che renda a mia discolpa
 necessario un misfatto.
 Si attenda ancor. Tengansi pronte a l’uopo
 le difese e le offese.
 Facciam tremar chi ne minaccia. Voglio
 salvar, se posso, ed innocenza e soglio.
 
 SCENA XVI
 
 MITRANE
 
 MITRANE
 Quando può prevenir, vile è chi attende.
 Numi, che in mano avete
 de’ regnanti il destin, siate alle leggi
 e vindici e custodi; e non lasciate
 che un figlio erede ingiustamente or cada;
 ed al vostro poter ministro e servo
 per lui v’offro il mio braccio e la mia spada.
 
    Chi ha fede e valore
 la causa migliore
 difender saprà.
 
    Né in onta e sciagura
 di legge e natura,
 l’erede del regno,
 de’ Persi il sostegno
 cader si vedrà.
 
 Giardino con parco reale.
 
 SCENA XVII
 
 ERISMENO e PALMIRA
 
 ERISMENO
 Quanto sono, o regina,
 tutto a te deggio; e l’opra
 ti sarà testimon della mia fede.
 PALMIRA
 Erismeno, se un’alma
 non ti senti ben forte all’ardua impresa,
 non ti espor con tuo rischio e con mio scorno.
 ERISMENO
 Non temer. Novi spirti
 già prendo dall’onor della tua scelta.
 PALMIRA
 Non è il real comando
 senza l’orror di una gran colpa.
 ERISMENO
                                                         Toglie
 il comando real nome alla colpa.
 PALMIRA
 Cosroe di Ormisda è figlio.
 ERISMENO
 Se meritate ha l’ire
 di te, donna real, Cosroe è già reo.
 PALMIRA
 O di quante ha la Persia anime invitte
 specchio ed onor, già tutta in te ripongo
 la mia vita, il mio onor, la mia vendetta;
 e ne avrai la mercé.
 ERISMENO
                                          Di mia costanza
 è stimolo il dover, non la speranza.
 PALMIRA
 
    Di cento e cento belle
 a me ministre ancelle,
 quella sarà tua sposa
 che più vezzosa
 e più amorosa
 agli occhi tuoi sarà.
 
    Ampio tesoro
 di gemme e d’oro,
 titoli egregi
 di onori e fregi,
 in ricca dote
 ti porterà.
 
 SCENA XVIII
 
 COSROE ed ERISMENO
 
 COSROE
 (Con Palmira Erismeno?)
 ERISMENO
 Qui Cosroe? Ei da me vide (Sfodera uno stilo)
 partir la regal donna.
 (D’arte più che d’ardir qui mi fa d’uopo).
 COSROE
 Stringe un acciar. Fissi or tien gli occhi a terra.
 Or li gira d’intorno. Or ferma il passo.
 Or frettoloso il move;
 ed è in atto il sembiante
 di chi medita e volge
 un certo che di orribile e di atroce.
 ERISMENO
 Su, destra, e che si tarda? (Con voce alta ma fingendo di parlar tra sé)
 Ubbidir qui convien. Vano è il rimorso.
 COSROE
 Che sarà? Cauto, o Cosroe.
 (Da un odio femminil tutto si tema).
 Dove, dove, Erismeno? (Erismeno alla voce di Cosroe mostra di rimanere soprafatto e di voler nascondere lo stilo)
 ERISMENO
                                        O dei!
 COSROE
  Quel ferro
 perché ripor? Poc’anzi a che snudarlo?
 ERISMENO
 Signor...
 COSROE
                          Non ti confonda
 or l’aspetto di Cosroe.
 Confonder ti dovea quel di Palmira.
 ERISMENO
 Palmira?
 COSROE
                     Sì. Negarlo
 potrai? Qui seco fosti. Ella qui a lungo
 ti favellò. Che ti commise? Il ferro
 a qual uso impugnasti?
 Scoprimi il vero e in mia bontà confida.
 ERISMENO
 Eccomi al regio piede,
 indegno di perdono. O sorte infida!
 COSROE
 Sorgi.
 ERISMENO
                 No no, signor. Voglio a tue piante
 morir. Non dee la terra
 più sostenermi. lo respirar più l’aure
 di questo ciel non deggio.
 Prendi tu questo ferro (Dando lo stilo a Cosroe)
 e ascondilo in quel cor che un sol momento
 nudrir poté l’idea della tua morte.
 COSROE
 Della mia morte? O numi! Ed era questo
 di Palmira un comando?
 ERISMENO
 Al suo furore io la promisi. Allora
 deh! perché dalle fauci
 non ripiombò la voce al core iniquo?
 Or tardo è il pentimento.
 Ferisci pur, ferisci.
 È piu fier del tuo braccio il mio tormento.
 COSROE
 Sorgi. Del tuo delitto (Erismeno si leva)
 non esigo altra pena,
 se non che in faccia al re, che in faccia al mondo
 della perfida donna
 parli sulle tue labbra il reo disegno.
 Ritogliti il tuo ferro; e fa’ ch’ei sia (Gli rende lo stilo)
 prova dell’altrui colpa. Altra vendetta
 da te non voglio e il mio perdono accetta.
 ERISMENO
 O perdono! O pietà! Quanto m’imponi
 farò. Per Mitra il giuro;
 e s’anche vuoi ch’io volga
 di Palmira nel seno il ferro istesso...
 COSROE
 No, non vendica Cosroe
 un eccesso crudel con altro eccesso. (Si parte)
 ERISMENO
 
    Udrà la Persia e il mondo
 la barbara impietà.
 
    Ed all’atroce accusa
 più che alla ria sentenza,
 insino l’innocenza
 di orror si stordirà.
 
 Il fine dell’atto primo