Euristeo, Vienna, van Ghelen, 1724

 ATTO SECONDO
 
 Deliziosa.
 
 SCENA PRIMA
 
 AGLATIDA e GLAUCIA
 
 GLAUCIA
 Giusto è, sì, principessa,
390il pubblico piacer; ma che con tanta
 tua offesa e mia sciagura,
 vittima tu ne sia, lo può Aglatida?
 Lo dee Glaucia soffrir?
 AGLATIDA
                                            Qual sovrastarmi
 può strano caso, ove comanda un padre?
 GLAUCIA
395Quel di veder macchiato
 lo splendor di tue fasce.
 AGLATIDA
 Come?
 GLAUCIA
                 Nel tuo imeneo. Si vuol che Ormonte...
 AGLATIDA
 Lo so.
 GLAUCIA
              E ne hai sdegno. In quel rossor lo leggo
 che ti si accende in volto. Or qual consiglio?
 AGLATIDA
400Tacere ed ubbidir.
 GLAUCIA
                                     Legge sì iniqua?
 AGLATIDA
 La fe’ un re, la fe’ un padre. In serva e figlia
 cor vorresti rubello e contumace?
 GLAUCIA
 Eh! Mal simuli ossequio, ov’è dispetto.
 Veggo il labbro smentito
405dal torbido degli occhi; e sento il core
 contra insulto sì reo chiedermi aita.
 AGLATIDA
 Serba ad uopo miglior, prence, il tuo zelo.
 Nol chieggo, ov’è soverchio; e in darne prove
 non ne avresti altro pro ch’odio e disprezzo.
 GLAUCIA
410lo ti credea più forte e che il decoro
 de la stirpe e del grado
 risentir ti facesse il grave oltraggio
 degl’indegni sponsali. Ah! Principessa,
 al tuo talamo Ormonte? Un che qual nacque
415non sa o s’infinge e vergognoso il tace?...
 AGLATIDA
 Qualunque e’ sia, gli basta
 che l’apprezzi chi regna.
 Sortir porpore o lane
 non era in suo poter. Tutta esser opra
420dovea di sua virtù la sua fortuna.
 Così ’l valor corregge
 l’onte del fato; e dar gli eredi al soglio
 così merto dovrebbe e non orgoglio.
 GLAUCIA
 Ciò che pensai finora
425riverenza di figlia, esser comprendo
 interesse d’amante.
 Ormonte dal tuo core
 già comincia a regnar.
 AGLATIDA
                                           Se il re lo vuole,
 egli vi regnerà. Per te, che amando
430troppo fidi in tuo fasto,
 forse il difenderei da un tal comando.
 GLAUCIA
 
    Non lo credea. Tu, bella,
 nemica ancor mi sei.
 Congiura a’ danni miei
435fortuna con amor.
 
    Osar di farmi offesa
 temeano e questo e quella;
 ma in lor viltade han presa
 baldanza dal tuo cor.
 
 SCENA II
 
 AGLATIDA
 
 AGLATIDA
440Tutto sei vinto alfin, cor d’Aglatida.
 Quai strinse armi possenti e insidiose
 amor per espugnarti!
 Ei d’eccelsa virtù sotto il sembiante
 non pretese che stima. Al cor, già poco
445a le sue frodi avvezzo,
 parve il voto innocente.
 L’approvò. Sen compiacque; e la sorpresa
 sol conobbe il meschin, quando si vide
 mancar la libertade e la difesa.
 
450   Di mie catene pur son contenta;
 né mi tormenta
 la rimembranza di libertà.
 
    So che nel caro mio bel tiranno
 uniti stanno
455virtù ed amore con fedeltà.
 
 SCENA III
 
 ISMENE, ERGINDA e AGLATIDA
 
 ISMENE
 Quella è Aglatida. Attendi. (Ad Erginda in lontano)
 ERGINDA
                                                    (Ah! Che in quel volto
 men colpevole trovo il mio infedele). (Erginda si ferma in disparte e Ismene si avanza)
 AGLATIDA
 Ismene, i tuoi presagi
 approvò il lieto evento.
 ISMENE
460E non resta a compirli
 che il felice imeneo. Tuo sarà Ormonte.
 ERGINDA
 (Ormonte?)
 ISMENE
                          (Ah! Quasi in dirlo io sospirai).
 AGLATIDA
 Ma finor tacque il padre.
 ISMENE
 Tacque ancora l’amante. Ormonte chiegga
465dopo aver meritato. Un re vuol sempre
 che sue grazie sien dono,
 quando ancor son mercede, e che si creda
 che pregato le dia, più che costretto.
 AGLATIDA
 Prova scorgi d’affetto
470nel silenzio di Ormonte. A lui fu a core
 pria del regio voler quel d’Aglatida.
 ISMENE
 Qual rispondesti?
 AGLATIDA
                                    Oh! Tal risponda il padre.
 ISMENE
 Felice te!
 AGLATIDA
                    V’ha chi ne ascolta. (In volgendosi verso Erginda)
 ISMENE
                                                         Avanza,
 ninfa gentil, ch’omai n’è tempo, il passo.
 ERGINDA
475A te, vergine illustre,
 bacia la nobil destra
 sconsolata donzella
 che, quantunque di selve abitatrice,
 pur vanta in gentil sangue alma non vile.
 ISMENE
480Se molte avesse a lei simili il bosco,
 di che arrossirne avrien le regge istesse.
 AGLATIDA
 Ben ne giudichi, Ismene. Udiamne i casi,
 qual venga e donde e qual s’appelli.
 ERGINDA
                                                                   Erginda
 è ’l mio nome, a Tersandro
485pastor, sì, cui più greggi
 pascono in larghi campi,
 ma del tempio custode, ove si cole
 l’almo olimpico Giove, unica figlia.
 ISMENE
 Qual tempio mi rammenti? Ed in qual parte?
 ERGINDA
490Quel che in Elide è posto, a cui fann’ombra
 il vicin monte e ’l sacro bosco.
 ISMENE
                                                        Ah! Quivi,
 quivi fu che per fiera
 legge de’ numi esposto
 fu il bambino Euristeo. Sapresti, Erginda...
 ERGINDA
495Fia tempo. Or de’ miei casi
 sì mi preme la sorte
 che ogn’indugio è mortal.
 AGLATIDA
                                                 Siegui. T’ascolto.
 ERGINDA
 Crebbe fin da’ prim’anni a me compagno
 vago pastor. Comune
500fu a noi la patria mensa, il patrio tetto.
 Ci amammo infin d’alora
 che ancor non sapevam che fosse amore;
 e ’l padre ne godea. Giunti a l’etade
 in cui meglio conosce il cor sé stesso,
505con reciproca fede... Ah! Che mi giova
 ricordar le innocenti
 fiamme, i pudichi affetti? O dio! Repente
 veggo il giorno sparir, colui fuggendo
 che mel rendea sereno.
510L’attendo. Invano. Lo sospiro. Al vento.
 Compie l’anno. Ei non riede. Io la temea
 ma non tutta sapea la sua incostanza.
 Fama non menzognera a me ne giugne.
 Non resisto. Furtiva
515ai domestici lari e al padre, oh! quanto
 dolente ei fia! m’involo; e qui lo sieguo.
 Qui lo trovo. Sleal! Qui in altri affetti,
 non men che in altre spoglie,
 oggi, se tua pietà non mi soccorre,
520invan da me convinto, invan pregato,
 sposo d’altra beltà sarà l’ingrato.
 ISMENE
 Mi mosse il pianto. (Ad Aglatida)
 AGLATIDA
                                       E me di sdegno accese. (Ad Ismene)
 Il tuo infedel, quand’io lo sappia, il giuro, (Ad Erginda)
 vedrai pentito o ne avrà pena acerba.
 ERGINDA
525Più di quello che pensi,
 anche per Aglatida ardua è l’impresa.
 AGLATIDA
 La mia fé ti assicuri. Al re son figlia.
 ERGINDA
 La tua pietade istessa
 sbigottirà del traditore al nome.
 AGLATIDA
530Cotesta inopportuna
 diffidenza mi offende. O parla o vado.
 ERGINDA
 Ti si ubbidisca a costo
 anche del tuo dolor. Colui...
 ISMENE
                                                    Ti nocque
 l’indugio. Ecco i custodi. Ivi Clearco.
535Non lontano è Cisseo.
 ERGINDA
                                          Sorte nemica!
 AGLATIDA
 Qui resta, Ismene, e quai rivolga il padre
 sul destin del mio amor sensi, raccogli.
 Ei qui non mi sorprenda.
 Erginda attenderò ne le mie stanze.
540(M’inganno forse; ma costei nel petto
 non so qual mi versò ghiaccio e sospetto).
 
 SCENA IV
 
 ISMENE, ERGINDA
 
 ISMENE
 Vezzosa Erginda, or tu mie brame adempi.
 ERGINDA
 
    Non ho pace. Il cor m’affretta.
 Perdo l’ira e la vendetta,
545se la tardo a quel crudel.
 
    Pronta è l’ara. Ardon le tede.
 Già già corre a dar sua fede
 altra amante al mio infedel.
 
 SCENA V
 
 ISMENE e CLEARCO
 
 ISMENE
 Che mi annunzia Clearco?
 CLEARCO
550Mali da te previsti. Irresoluto
 su le nozze d’Ormonte il re lasciai.
 Quindi rimorso il turba
 de la fede giurata; e quindi il preme
 nodo sì disugual.
 ISMENE
                                  Tu che dicesti?
 CLEARCO
555Quanto dovea. Quasi i riguardi e vinte
 quasi di lui le renitenze avea,
 quando Glaucia a noi venne;
 e ’l re, qual chi in naufragio a sé vicina
 tavola afferra e vi si spigne al lido,
560presel per mano e in quel vial di mirti
 seco si pose a ragionar segreto,
 a me vietando seguitarlo e a tutti.
 ISMENE
 Ah! Per lo più si siegue in dubbio affetto
 consiglio lusinghier.
 CLEARCO
                                        Reo de’ suoi mali
565fu il silenzio di Ormonte. A gran mercede
 non conviene dar tempo. Al beneficio
 recente è facil cosa
 tutto impetrar. Langue, se invecchia, e incontra
 pretesti, con chi cerca essere ingrato.
 ISMENE
570Tal pavento Cisseo.
 CLEARCO
                                      Porlo in dovere
 potrà la forza. Ho le mie schiere. Ormonte
 quelle avrà de’ Macedoni. I suoi torti
 tacito mormorio desto han nel campo.
 ISMENE
 Tardi a questo s’accorra
575rimedio estremo; e te non stanchi intanto
 l’opra ben cominciata.
 CLEARCO
 Che sì, che in tal scompiglio, Ismene, or qualche
 amorosa speranza in te rinasce?
 ISMENE
 Vanto sia del tuo amor strozzarla in fasce.
 
580   Non so negar
 di non amar un poco;
 e se potesse loco
 trovar speranza in me,
 forse amerei di più.
 
585   Quella del cor
 parte, che mia non è,
 rendami il tuo valor.
 Voglio dover a te
 tutta la mia virtù.
 
 SCENA VI
 
 CLEARCO, CISSEO e GLAUCIA
 
 CISSEO
590No, Glaucia. No, Clearco. Una mia figlia
 non sarà mai di chi, qual io, fra gli avi
 o re non conti o dei. Non è sì scarso
 il poter di Cisseo che ancor non abbia
 di che Ormonte premiar senza Aglatida.
 CLEARCO
595Su Aglatida, o signor, se ben rifletti
 al real giuramento,
 non tien più autorità la tua possanza.
 Ella di altrui divenne, infin d’alora
 che a te stesso facesti impero e legge
600di darla al vincitor.
 GLAUCIA
                                      Ma a tal che fosse
 e per nascita illustre e per retaggio.
 CLEARCO
 Non diè limiti al voto
 chi al valor non li pose. Al regno afflitto
 che giovar, benché re, Glaucia e Clearco?
605Più di Ormonte il sol valse
 brando che molti scettri.
 CISSEO
 (Ne le prime incertezze il cor ricade).
 GLAUCIA
 Se il re tanto a lui deve,
 come? Perché nel solo
610possesso di Aglatida
 ristrignerà le sue pretese Ormonte?
 Sire, a lui da quest’ora e figlia e trono
 cedi e ’l primo tu sii de’ suoi vassalli.
 Orgoglio, che s’obblii, non ha misure.
 CLEARCO
615Sa la virtù del duce
 come un re si difenda
 e non come s’insulti...
 GLAUCIA
                                          Amor lo muove
 dunque per Aglatida;
 e amor già corrisposto anche il lusinga.
620Non risponde Clearco?
 CISSEO
                                            O dei! Che intesi?
 Corrispondenze? Amori?... Altro è ben questo
 che Epigene nemico.
 CLEARCO
 Quell’amor...
 CISSEO
                           No, Clearco. Altri onor chiede
 giudici e consiglieri.
625Lasciatemi a me stesso.
 GLAUCIA
 (Lo stral pur giunse al destinato segno). (Parte)
 CLEARCO
 (E che non puote un reo consiglio indegno?) (Cisseo, senza più badar a Clearco, va a porsi pensoso sopra un sedile di verdura)
 
    A furor cieco
 se t’abbandoni,
630non hai più teco
 l’amica stella.
 
    Legno, cui manchi
 nocchiero e guida,
 non ben si fida
635de la procella.
 
 SCENA VII
 
 CISSEO e poi ORMONTE
 
 CISSEO
 Ormonte ama Aglatida? Ah! Chi del padre (Levandosi)
 non attese il consenso
 ne l’amor della figlia,
 aspettar non potrà del re la morte
640ne l’amor dell’impero. E questo e quella
 son già suoi nel suo cor. Pugnando in campo,
 non servì che a sé stesso.
 Cieli!... Ma vana è forse
 e l’accusa e la tema. Odasi Ormonte
645e si ascolti Aglatida. Olà. (Ad una delle sue guardie)
 ORMONTE
                                                (Sicuro
 che Aglatida il gradisca, amor, che in seno
 mi palpiti, fa’ ardire). (Si avanza)
 CISSEO
 Duce. (Simular giovi i dubbi e l’ire).
 ORMONTE
 Signor, poiché dal tuo
650benefico favor, più che da merto
 che in me sia, vengo astretto
 quel gran bene a implorar...
 CISSEO
                                                     Sì, con coraggio
 chieggalo il vincitor; ma tal lo chiegga
 che convenga a chi ’l dona e a chi ’l riceve.
655Pesa il merto con l’opra,
 il grado col dover. Tai grazie ha ’l trono
 che l’esigerle è colpa,
 il negarle giustizia. Avrei gran pena
 da la necessità del mio rifiuto.
660Ma se le brame tue regga l’onesto,
 la mercede non tema alcun pretesto.
 ORMONTE
 (Qual favellar!) Non altra
 guida prende il desio che la tua fede.
 Questa assolve il mio ardir. La ricompensa,
665da te giurata, il difensor del regno
 e l’uccisor di Epigene ti chiede.
 Altri invan lo tentò. Lo fece Ormonte.
 Tu ad Ormonte sii giusto,
 qual lo saresti altrui; né la tua mano,
670col frapporsi tra Ormonte ed Aglatida,
 perdona, a me sia iniqua, ai numi infida.
 CISSEO
 Mia figlia?
 ORMONTE
                       Ella, o signor. Volo sì ardito
 preso mai non avrien le mie speranze
 né men dopo il trionfo.
675Ma tu ’l premio offeristi; e nol chiedendo,
 di conoscerlo poco io mostrerei.
 CISSEO
 Poco, sì, lo conosci,
 se lo pretendi, uom vile. A mia bontade
 grazie dar puoi, se lo chiedesti impune.
680Men d’orgoglio in tua gloria e non forzarmi
 a far sì che rientri
 nel vergognoso nulla, ond’io ti trassi.
 ORMONTE
 Questo nulla, o signor, non fa arrossirmi.
 Ei val più d’una lunga
685serie d’avi e d’eroi.
 Ne l’esser mio quella grandezza ho meco
 che meritò ciò che la tua mi niega.
 Da un genero real sperar non puoi
 che più non t’abbia dato il vile Ormonte;
690e questo che tu chiami uom vile, questo
 fu sostegno al tuo trono
 e di lui parleranno
 regni vinti e difesi.
 Nel mio nulla, o signor, ecco qual sono.
 
 SCENA VIII
 
 AGLATIDA e i suddetti
 
 AGLATIDA
695A te...
 CISSEO
              Vieni, o rea figlia;
 vieni il frutto a veder di quegli affetti
 che nudristi in colui. Bel mi scegliesti
 genero e successor. Se posto avessi
 tu freno a sua insolenza, anzi che sprone,
700ei spinta non l’avrebbe a tanto eccesso,
 te scordando e Cisseo ma più sé stesso.
 ORMONTE
 Se più giusta...
 CISSEO
                              A lei parlo.
 AGLATIDA
 Ed io risponderò. Meno i tuoi sdegni
 non meritò giammai la mia innocenza.
705Io d’Ormonte approvate avrei le fiamme?
 Io sposo il soffrirei? Pria quella vita
 toglimi che mi desti.
 Odio lui più che morte. Abbian tutt’altra
 mercede i suoi trionfi.
710Scordi Aglatida; o una mortal nemica
 solo rammenti in lei.
 Questi sono, o signor, gli affetti miei.
 ORMONTE
 (Aglatida così?)
 CISSEO
                                Tra queste braccia
 vieni, o di me parte più cara, e senti,
715nei palpiti de l’alma,
 non so se più ’l mio gaudio o ’l mio rimorso.
 Nel tuo nobile sdegno
 riconosco il mio sangue; e tu che osasti
 offendere ugualmente
720me con l’orgoglio e con l’amor la figlia,
 va’; né più mi vantar le tue vittorie.
 N’hai già largo compenso,
 che, s’io l’audacia tua lascio impunita,
 io ’l regno a te, tu a me dovrai la vita.
 
725   Sovra il crin gli accesi fulmini,
 rispettando i lauri tuoi,
 non ti scaglia il mio furor.
 
    Ti abbagliò la troppa gloria
 e non vide i rischi suoi
730cieca in fasto e più in amor.
 
 SCENA IX
 
 AGLATIDA e ORMONTE
 
 ORMONTE
 Ingiusto, ingrato re, tua sconoscenza
 fa la sciagura mia ma non l’estrema.
 Da quel labbro la udii. Tu sei de’ mali
 l’abisso ov’io mi perdo. Ah! Principessa.
735Non vo’ crederlo ancor. Forse i tuoi detti
 resse timor di autorità paterna;
 e rendeami giustizia
 a dispetto del labbro il tuo bel core.
 AGLATIDA
 Sì, del mio core i sensi intese il padre;
740odagli ancora Ormonte.
 S’altro non si opponesse
 ostacolo al tuo amor che un padre irato,
 la mia difesa o almeno
 le mie lagrime avresti.
745Vi si oppon tua perfidia. A questa ascrivi,
 misero, la tua sorte. Il ciel, che è giusto,
 vendica con la man di un padre ingrato
 i torti de la figlia.
 ORMONTE
                                   Ah! Per qual colpa?...
 AGLATIDA
 Que’ boschi il sanno, onde le pure uscisti
750aure a contaminar di questa reggia.
 Colà torna, o sleal. Là seppellisci
 le tue speranze e da quel cor cancella
 di Aglatida anche il nome.
 Di rossor mi saria tener più luogo
755fin ne la tua memoria.
 Ne la mia non l’avrai né pur da l’odio.
 Il mio cor già parlò. Vattene.
 ORMONTE
                                                      O dei!
 AGLATIDA
 Non meno un vil che un traditor tu sei.
 
    Traditor. Sì. Traditor.
760Te un oggetto a me d’orror
 fa rancor di tua perfidia,
 non rossor di tua viltà.
 
    Ascondeano agli occhi miei
 l’esser tuo palme e trofei;
765ma per me troppo è deforme
 di quel cor l’infedeltà.
 
 SCENA X
 
 ORMONTE
 
 ORMONTE
 «Non meno un vil che un traditor tu sei».
 Così, ingiusta Aglatida?
 «Io ’l regno a te, tu a me dovrai la vita».
770Così, ingrato Cisseo? Di chi dolermi
 più debbo? O padre! O figlia!
 Quai son le colpe mie? Re sconoscente,
 tu le fingi a tuo grado
 ne’ benefici miei. Chi serve e a farsi
775giugne un re debitor, sel fa nemico.
 Ma qual discolpa avranno
 i tuoi sdegni, Aglatida?
 Ah! Non altra, o crudel, che il mio destino.
 Miseria seguon sempre odio e disprezzo.
780Avessi almen con libertà sincera
 raddolcita la piaga
 e scusato il tuo cor con quel del padre.
 Sofferto avrei da te con qualche pace
 il titolo di vile;
785ma quel di traditore
 sul labbro tuo troppo mi passa il core.
 
    Odiami amante,
 sprezzami vile;
 ma credimi fedel.
 
790   Io te tradir potrei?
 Se ’l temi, ingiusta sei,
 se ’l fingi, empia e crudel.
 
 Siegue ballo di giardiniere e di giardinieri reali, introdotto da nobil ninfa con la seguente arietta:
 
    Ninfe amiche, in sì bel giorno
 danzi il piè, se brilla il core.
 
795   Festeggiarlo a noi conviene;
 né minor del nostro bene
 sia ’l piacer del nostro amore.
 
 Fine dell’atto secondo