Metrica: interrogazione
927 endecasillabi (recitativo) in I due dittatori L., Vienna, van Ghelen, 1726 
prestò medica destra util soccorso,
trarrai libero il piè. Qui starti occulto
per te fora periglio e per me colpa.
Tratta con tal virtù Fabio i nemici?
Nulla posso temer tuo prigioniero.
Non, se qui fosse il dittator mio padre,
che le veci or ne tien, tutto si tema.
                 Che ti trattien? Che ti addolora?
Lasciar Velia tra voi, che in dolce nodo
Si consoli il tuo amor. Preda sì illustre
Ah! Che 'l bel sen trafitto avrà nel cieco
furor de la vittoria il vostro Marte.
del fier conflitto, ella dai lidi insubri,
ove il suo genitor tien sede e regno,
giunse al vallo africano. Io n'ebbi il messo;
e amor spigneami a lei, non mai veduta;
ma nel fervor de l'anche incerta pugna
onor mi astrinse a non lasciar vilmente
la mischia e i miei. Fo il mio dover. La sorte
                                  E di salvarti alora,
non di vincerti, Erminio, ebbi la gloria.
Cedo al destin. Mi rendo a Fabio. Intanto
ne le tende numide. Or di' se a torto
piango il mio bene o prigioniero o morto.
A me lascia il pensier di trarne il vero.
Pietoso amico, in te riposo e spero.
Poco rimane al sacrificio; e prima
che Minucio e i tribuni escan del tempio,
tengan te l'ombre e le mie tende ascoso.
                                                     E tanto
per non vista beltà si affligge il core?
Da stima e da dover nasce anche amore.
Che si salvi il guerrier ligure prence,
gloria è di Fabio, util di Roma. In esso
toglier posso a Cartago un gran sostegno.
non sann'essere ingrate. Ersilia ancora
ma da amor la conquista io ne vorrei.
Un valor fortunato, un pronto ardire,
romani, ha vendicato il danno e l'onta
o de l'altrui lentezze. Il sì feroce
Annibale per noi non è più invitto.
(Di qual poca vittoria ei va superbo!)
Grazie agli dii, lode all'olimpio Giove
fur le vittime al cielo; e ne diè segno
ne le viscere monde e ne la fiamma
D'altro e maggior trofeo Iieti presagi.
del sangue ostil, quello ne bean che scorre
de' prigioni nemici entro le vene.
Altre leggi ha Cartago, altre ne ha Roma.
E Minucio ha le sue. Reo fia di morte
chi deluda l'editto. Ite, o ministri. (Partono alquanti de’ romani soldati)
(Buon per Erminio mio, che 'l tenni ascoso).
de la tua crudeltà. Son figlie e spose,
o s'altro vuoi, de' miseri numidi,
queste che al piè ti scorgi, o fier romano.
Pari col sangue esse han la colpa e pari
Né me esenti al furor de la tua legge
l'esser d'itala stirpe. Ho i ceppi stessi,
ho 'l lor sesso, ho 'l lor odio; e se più chiedi,
                                          Che core invitto!
mossa è da sua virtù. Né di Cartago
né di Roma il destin l'ange o la preme.
infierir con ragion, conosci Arisbe.
                                                         Mi è patria
Cartago; il grande Asdrubale mi è padre;
e benché l'esser donna a me non lasci
trattar ferro letal, posso lusinghe,
sguardi, vezzi e cent'arti usar d'amore,
entrino gelosie, discordie e risse;
previeni. Il genio appaga; un cenno adempi
che noi ponga tra i forti e te fra gli empi.
che si stendan su voi, belle nemiche.
Osidio, è vaga Arisbe; occhio ha vivace. (Ad Osidio in disparte)
                                  Ma un certo esce da l'altra (Piano ad Osidio)
                          Che già t'incende e sface. (Piano a Minucio)
Cupido ei fissa in te lo sguardo. Ersilia, (Piano a Velia)
Il tuo acquisto difendi e non soffrire (Piano a Quinto Fabio)
ch'io di peggior catena abbia a dolermi.
Sarà un tanto amator gloria di lei;
                                           Comun l'ha teco
Valerio ancor. Torni da Roma anch'egli;
e in faccia a lui del tuo trofeo sostieni
Né creder già che in sua difesa io parli
spinta da facil genio. Odio egualmente
e Valerio ed Osidio e quanto è Roma.
Ma pur deggio esser giusta; e tu, Minucio,
giudica senza affetto e fuor d'inganno.
Ma in qualunque tu scelga, avrò un nemico;
e in qualunque mi ottenga, avrò un tiranno.
Dunque eterne in quel cor l'ire saranno?
Va'. Previeni il rival. Ma dura impresa (Ad Osidio)
hai tolto a superar. L'Africa tutta
Mia la fer l'armi e mia faralla amore.
                    Il so, di gloria e generoso. (Piano a Quinto Fabio)
(Nato a pena, il mio amor freme geloso).
Fabio non è sì mal gradito agli occhi,
quale il misero Osidio a quei di Arisbe.
Taci. Per te risponderò. (Piano a Quinto Fabio)
                                              Non entra
sconoscenza, o Minucio, in cor gentile.
da insulti ed ire; e tal mi rese onore
che il vincitor non riconobbi e appena
Da un caro vincitor tutto si soffre.
Nobil cor non costrigne a sofferenze.
Ha le sue violenze anche il rispetto.
Sembra fosco ogni lume ad occhio infermo.
Il troppo confidar tragge a periglio.
Qual periglio t'infingi in chi ha virtude?
Vi son cimenti, ove virtù si obblia.
Un più lungo tacer viltà saria. (A Velia)
                               Ersilia, i tuoi begli occhi
già del tuo vincitor t'han vendicata.
Sei l'interpetre tu del cor di Fabio?
                                               Ceppi sì illustri
                                                        E in Roma
che n'è l'alta speranza? Amante il figlio
di un dittator che nel pensier rivolge
le non anche tentate eccelse imprese?
Che direbbe il gran padre in rivederti
vanamente avvilito? Ah! Si risparmi
Ogni altro che Minucio esser l'austero
censor dovria dei giovanili affetti.
Saprei soffrirli in altro tempo. Or tutti
                                           Ov'uopo il chiese,
le mancò mai di Fabio il zelo e l'opra?
Nobil destrier, pria di toccar la meta,
Giusta mercé che si riserba al prode,
non gli si toglie. Io ne sarò il custode.
                                                           Tribuno,
non trasportarti oltre il dover. Né verga
manca qui né littor. Vanne e ubbidisci.
che in deposito tieni ancor per poco.
Verrà il tuo punitore e ti faranno
colpevoli trofei. Ti lascio, Ersilia;
A l'altrui tirannia questo almen deggio
ha parlato il mio amor. Forse più audace
                        Ma non più fortunato.
Minucio intenda e Fabio è vendicato.
Il duol, che ti si sparge, Ersilia, in fronte,
Serva al primo signor, sapea qual fosse
Men gentil mi paventi o meno amante?
Gentilezza sperar da chi usa forza?
Mi valsi del poter, da te costretto.
                                                    Piacermi.
D'innocente cagion malvagio effetto.
E rendermi geloso, alor che amante.
Puoi tu negar che in Fabio amor non arda?
Dir puoi tu che in Ersilia arda egual foco?
Nel suo partir mel disse il tuo dolore.
Prova fu di amicizia e parve amore.
È disposta l'amante in cor di amica.
Minucio, esci d'error. Posso per Fabio
Ma un più forte dover mi vieta amarlo.
Mi consoli ad un punto e mi tormenti.
Temerò, cercherò dunque il rivale
vantar ponno trofei sul cor di Ersilia.
E se libero l'hai, sta in tuo potere
Rendimi a Fabio. Ottieni la mia stima;
e l'onesta mercé poi spera e chiedi.
                                             Tu non mi credi.
la più difficil prova. Al tuo ritorna...
quanto il farla, ahi! mi costa! afflitto amante.
                                          Alma ben nata
a un amor, che ben serve, è sempre grata.
Nel giro di un sol giorno esser mai ponno
giunsi a quel vallo, u' sposa pria che amante,
mi si affacciano orrori e stragi e ceppi!
se pur mio posso dir chi ancor non vidi,
a mentir l'esser mio. Ma schiava e sola
qual difesa qui avrò da insidia e forza?
Quale? ll mio onor, la mia fortezza. Erminio,
nome, quantunque ignoto, a me pur caro,
né altra forza farà ch'io tua non sia.
Quel fosco ciglio, quel tacer pensoso
Al noslro dittator s'alzi, o soldati,
il militar suggesto e gli si appresti
la curul sella. Il vidi, Fabio. (I soldati romani apparecchiano il tribunale, ove dovrà ascendere e sedere il dittatore)
                                                    A pena
mi volse un guardo, mi degnò di brevi
parole. In lui non riconobbi il padre.
E n'hai ragion. Chiamar codardo e vile
dicerie di chi serve. Ognun si crede
di aver più senno; e non riflette quanto
sia periglioso il provocar chi ha in mano
Né queslo forse è il suo più grave eccesso.
Pugnò in onta al comando; e la negletta
rinnovarsi vedrem que' scempi atroci
Roma in oggi è più umana; e i Giuni, i Manli
Non han luogo in mio cor volgari affetti.
Mi offese, è ver; pur sua salvezza io bramo;
e in suo scampo mi udrai far voti al padre.
In Minucio, anche reo, perder un tanto
guerrier parrebbe invidia; e chi del fiero
Annibale l'audacia in parte ha doma,
ha l'amor de l'esercito e di Roma. (Osidio entra nel padiglione del dittatore)
Romani, il dittator. (Suonano timpani e trombe e i soldati si pongono in ordinanza)
                                      Duci, soldati,
                                             Contra il divieto?
giacciono, quai nel campo e quai nel vallo.
E con lor quattromila anche de' nostri.
Se così vince Roma, ella è perduta.
In me avanza il timor. Tu resta, o Fabio,
e cerca di placare il padre irato. (Parte)
Se di ciò, che ti offende, a parte io sia,
creder lo puoi, non men signor che padre.
Lo vuol sangue e ragion. Son figlio e servo.
Ma di servo e di figlio al zelo ancora
                                    E che puoi dirmi?
pensi il reo vincitor, l'odio avrai tutto
                      E a nol punir, ne avrò il disprezzo.
Che puoi tentar, se de' soldati a l'uopo
                                           E se il rispetto,
                              Ripiglieranno i Peni
Lo stanchiam col fuggirlo. Ei nulla cerca,
                     Pervertì l'util consiglio;
Piega il feroce cor. (In lontano a Minucio)
                                    Ch'io scenda ai prieghi? (In lontano a Osidio)
sia in faccia al dittator Minucio invitto. (Si avanza)
(Crescerà per audacia il suo delitto).
Massimo, dittator, che là ti assidi
a giudicarmi e a condannarmi, ho vinto.
Vanto il mio error; non lo discolpo. Verghe
vengano e scuri; eccoti dorso e capo.
da quel di un cittadino; e Roma intenda
che né tu vincer vuoi né ch'altri vinca.
l'erto de' monti. Se sconfitto il Peno
non fia dagli ozi tuoi, s'arso e distrutto
grida invano alzerà l'ausonio suolo,
basterà ai fasti tuoi Minucio solo.
Chi già del dittator sprezzò la legge,
strano non è ch'ora n'insulti il grado.
s'apre facile il varco a cor superbo.
Tu vanti i tuoi trofei ma rei d'impero
Pena al tuo error si deve; e tal l'avrai
che farà sbigottir la tua alterezza.
A l'ossequio in mancar fosti spergiuro
Scingiti e sago e brando e l'armi e tutti
de la milizia gli ornamenti. Il nome
tuo si cancelli. Esci del campo. A Roma
le tue vittorie, i miei riposi infama;
de le ignominie mie l'alta tua fama.
da sé poc'anzi minaccioso, invitto.
Facciasi; e 'l banditor legga l'editto. (Sale il banditore su la tribuna e riceve dalle mani del dittatore l’editto; ma nell’atto del leggerlo, sopraviene Valerio, seguito da 24 littori, e tiene in mano altro decreto del popolo romano)
Che fia? Valerio, altri littori al campo? (Levandosi)
Altro impero che 'l mio? Non è piu Fabio
                            Il dittator tu sei.
Ma leggi. (Dà il plebiscito a Fabio Massimo)
                    (Ah! Duran anco i rischi miei).
«I tribuni del popolo romano. (Legge in piedi)
grado, titolo, impero. Ambo la guerra
Abbia i fasci ciascuno, abbia i littori».
Dei! La patria vuol perdersi. (Siede pensoso)
                                                      La patria
riconosce il valor. Fabio era ingiusto.
                            Al genitor tal onta?
(Massimo, è tempo d'usar senno ed arte.
                                           Olà, un curule
                                    Vieni, o Minucio, e prendi
gli auspici del comando, ove l'altrui
aspro, ma retto, a giudicarti ascese. (Vien portata per Minucio altra sedia curule ed egli vi si asside a canto di Fabio Massimo)
non che un lungo consiglio, un ozio breve.
A tuo piacer. La via proponi e 'l modo.
Uno o più giorni alternamente in Fabio
sia 'l sovrano comando; e per eguale
servirò a le tue leggi. A me diviso
Due tu ne reggi, io due. Ne' tuoi consigli
né di onor né di biasmo aver vo' parte.
Piacemi; e 'l nome lor chiuso ne l'urna,
commesso è 'l tribunato, ah! si assicuri
L'approveran gli dii, se giusto è 'l voto. (Vien recata l’urna, ove si pongono i nomi delle quattro legioni, due de’ quali n’estrae Fabio Massimo e due Minucio. Intanto Quintto Fabio dice tra sé)
In me, Osidio, in me, Fabio, il duce avrete.
                         È indifferente, o figlio, (Levandosi e fa Minucio lo stesso)
a chi ben sa ubbidir, l'un duce o l'altro.
E so a valor dar ricompensa anch'io.
(Da un tal rival, che sperar puoi, cor mio?) (Parte. I due dittatori scendono dal suggesto)
da mente e da ragion, non da fortuna.
Lodo cautela anch'io, non timidezza.
                                         E Roma e 'l campo
                                           Ingiuria al saggio
non fan garrule voci; e l'alte imprese
Ma che dirai, quand'io di nuovi allori
Spesso, a chi assai presume, onta succede.
Osidio, a che sì ratto a me t'involi?
Del dittator segue il tribuno i passi.
O più tosto ad Arisbe amor ti chiama.
Arisbe è una crudel. Guai per chi l'ama.
Basta ad esserle in odio esser romano.
                                         E fui mal visto.
                                            Ne avrai ripulse.
La più schifa beltà fa degli amanti
lascia quel, sprezza questo, un poi ne sceglie.
Tu non conosci ancor l'alma africana.
Ti preme spaventar gli affetti miei.
Vedi. Ella è Arisbe; e tu roman pur sei.
sa da Osidio e dagli altri. A te si volle (A Valerio)
                        Nol so negar; né 'l festi
ma per sparger tra noi discordie e risse;
e Minucio presente, Arisbe il disse. (A Valerio)
Mi fu giusta però, se non amante. (Ad Osidio)
In faccia al campo io non dovea tal dirmi. (A Valerio)
                                            Ami il rivale?
Per qual merto maggior? Volevi affetto?
È ver; ma agli occhi miei tu non piacesti.
                                                 Ingiusla sei.
è tenuta ad amar ciascun che l'ami?
Perché più degno sei? Se tal ti credi
mal giudichi di te, peggio degli altri.
Ma sia anche ver; nel tribunal d'amore
ma il cor. Chi piace più sempre è 'l migliore,
non tanto insuperbir. Di me sprezzato,
tu più misero sei, perché ingannato.
S'ei rival non mi fosse, andrian già sparsi
                                           Vorresti
ch'io credessi al rival, più che ad Arisbe?
Ma la punica fede è ognor sospetta.
Di Asdrubale son figlia e in odio ho Roma.
O diverso dal cor parlò il tuo labbro
Forse torna in mio pro ch'io ti lusinghi.
Durerà con 1'inganno il mio piacere;
e godrò poi del tuo col disinganno.
che si avanzano in me que' primi impulsi
si fida in me, più non saprei tradire.
                                           E qual?
                                                            Vedermi
                                     Se il dittatore
t'è ingiusto, hai spada al fianco e ardir nel core.
quasi potria... Che dir vorresti, Arisbe?
Se Valerio è romano, abbia egli ancora
con tutto I'odio mio tutto il mio scherno.
anche la sua virtù. Nel roman campo
faccia i mali che può la scaltra Arisbe.
(Arder più chiari rai non vidi ancora).
(Leggiadria e nobiltà spiran que' lumi).
(Ma la mia Velia, oh dio! sorte mi ha tolta).
(Ma 'l mio Erminio è lontano e non m'ascolta).
A un impulso del cor, bella, perdona
l'ardir. De l'esser tuo mi tien vaghezza.
Egual brama al tuo aspetto in me si accese.
Nera pietra segnò tutti i miei giorni.
Sempre anch'io fui bersaglio a ria fortuna.
Sinor pari è 'l destin. Tua patria è Roma?
Prigionier son di Fabio in questo campo.
Son di Fabio il tribuno anch'io conquista.
D'Ersilia al nome sospirar l'intesi.
                                                       Io quella.
E nol potendo amar, per lui ne ho pena.
                                          Tanta ti prendi
cura di lui che prigioniero e in rischio
                           Già, sua mercé, nel campo
quanto il saper se qui cattiva o estinta
(Torna il palpito al cor). Deh! Fa' ch'io sappia
                                       Fasce reali
                                 Tu Erminio?.. Oh dio!
                                     Appunto. E donde
a te di mie fortune è giunto il grido?
                                           Toglimi, ah! tosto
dal maggior mal. Viv'ella? Ha teco anch'ella
(Quanto bello e fedel trovo il mio sposo!
Ma scopriremci? Or non è tempo. Ad ambo
Tu non rispondi; e 'l tuo tacer crudele
forse mi dice più che non vorresti.
Datti pace. Ella vive; e l'incertezza
de la tua sorte è 'l suo più grave affanno.
de la tua libertà. Guai se ti trova
del fier Minucio, or dittator, l'editto.
Riedi al punico vallo. Ivi il tuo amore
e certo sii che quando Velia il primo
guardo a te volgerà, tutta amorosa,
eccoti la tua amante e la tua sposa».
E da me esempio di pietade apprendi.
Erminio, a' tuoi ritorna e a la tua Velia
che nel punico vallo è forse in pena
                                   Ersilia?
                                                    E più sicuro
attender nol potea che dal mio labbro.
Or t'affretta a partir; che sempre inanti
mi sia 'l fiero littor. Questi due fidi
soldati miei ti scorteranno al campo.
Roma per me. Dammi un amplesso e 'l prendi.
e per questo, che cingo, acciar, né quella
né mai questo alzerò contro di Roma;
serberò tua memoria, infinché duri
questa, ch'è dono tuo, vita; e se mai
potrò usarne in tuo pro, l'avrò più cara.
Coppia sì rara unqua non vide il sole.
può d'Erminio aver loco appo il tuo core,
sii più giusta al mio Fabio. Ama il suo amore.
non mi è dato dispor. Velia ne ha 'l pieno
                  E se d'amarlo ella t'impone?
                     Fabio, al tuo cor da' pace.
Ti assicuri mia fede. Ersilia avrai.
Tu prometti al suo amor quel che non sai.
Ben collocato è 'l beneficio, o Fabio,
che per alma crudel langue e sospira.
Così vuol la mia sorte e ne ho tormento
                                            E pur se Velia...
Un giorno intenderai del vano impegno
che tu giusta mi sia; né per ripulse
dal fier Minucio. Egli verrà col fasto
de la sua dittatura a nuovi oltraggi.
nel campo avrai del dittator mio padre.
                                                        Crudele!
Anche fuggirmi? Anche il piacer ch'io perda
Lascia ch'io più disperi o più mi avvezzi
                                    Fabio è ancor teco.
                                                                        Io temo.
Non vi turbi il mio aspetto. Io qui non vengo
tratto da quell'ardor, di cui mi resta
m'inspirano altri affetti, altri pensieri
che sien degni di me, di lei, di tutti.
vittoria ottieni assai maggior d'ogni altra.
                                                 A te, ornamento
desti d'alto valor, fan che al tuo braccio
                             Del vicin colle il giogo
spedito ad occupar, pria che 'l Numida
sopra vi spieghi i barbari vessilli.
Ei già l'armi vi spinge. Il prevenirlo
ne assicura da assalti e da sorprese
e a lui chiude i soccorsi e vieta i paschi.
Mi è gloria il cenno e tronco i vani indugi.
Sì indiscreto non son che ti divieti
prender da la tua Ersilia un breve addio.
Già 'l cor lo prese. Or servo al dover mio.
Senza torne un addio? Fabio non t'ama.
Dover d'amor da quel di gloria è vinto.
la maggior gloria sua l'amor d'Ersilia.
di sublimi trofei splenda il mio nome,
non perché a me dia vanto e da me 'l prenda
l'eccelso onor, di cui m'ha adorno il Tebro,
a te parla il mio cor ma perché t'ama.
Come? Da quell'ardor, di cui ti resta
sì ti lasci abbagliar? Ciò non attende
perch'abbia ad illustrar le tue conquiste
quegli affetti ripiglia e quei pensieri
che sien degni di te, di lei, di tutti.
Sii men saggia e più grata. A te non venni
ma prezzo di favor, cambio d'affetto.
Qual lo promisi, io tel concedo; onesto.
                                      A un amator non basta.
                                            Può, purché voglia.
Roman, tu non conosci a cui favelli.
A un'ingrata, lo so; ma tu obbliasti
di atterrirmi col suon. Più lieve impresa
a te Annibale fia che il cor di Ersilia.
Son ritornati oggi i Tarquini a Roma?
Che chieggo alfin? Poco ti costa un guardo
                                  Più senno, o duce.
                          Su me ragion non hai.
                          In tal mseria io non gli esiggo.
Mira al tuo piede... (Nell’atto di piegare un ginocchio, si ferma alla voce di Quinto Fabio che sopraviene)
                                      Ah! Dittator, che fai?
Di una schiava beltà si abbassa al piede
crudel, non vil, talché non passi in altri
l'obbrobrio, onde la spargi, e in te finisca.
servirò anche gl'indugi a la tua gloria.
Or se onesto ti sembra, alor che a rischi
per te m'espongo e per te colgo allori,
toglimi Ersilia, insidiami una giusta
in cor romano è debolezza amore. (Parte)
Scotiti dal letargo, in cui t'han posta
e svegliati a vendetta, alma feroce.
di Minucio le leggi! Oh! Se a Cartago
Non cadder tutti, e ben ne godo, a l'ara
de la Liguria il forte prence, Erminio.
Erminio, dopo Annibale, il più fiero
                                                       Oh cieli!
                                      Un generoso
                                                           Arisbe
giurò sparger tra noi discordie e risse.
Ma l'odio mio non ha bugie sul labbro.
Fabio, omai trema. Col poter già s'arma
Cadrà un rivale e piangerà un'ingrata.
Colpì al segno lo stral. Gittati ho i semi
del civil odio. Vedrò in breve armarsi
forse Annibale ancor tanto non fece.
era Fabio il tribun, da l'erto colle
Ma qual ei ne riporta aspra mercede!
                                       Il dittator Minucio
lo condanna a morir sotto i littori.
                                                         Occulto
il prigionier ligure Erminio ei tenne
e gli diè scampo e trasgredì l'editto.
Onde ne giunse al dittator l'avviso?
Da chi meno il vorresti o meno il pensi,
                     Oh per noi tutti infausta spoglia!
con cui sta cor sì fiero, ho già risolto.
Sciorrò anch'io col tuo esempio il ferreo laccio.
                                   Minucio ha imposto
che s'ei voglia a lui dar l'ultimo amplesso,
né littor né soldato, o sia per tema
ch'egli possa usar forza o sia che a l'uno
se un'amica pietà non gli è in soccorso.
Perché rival, più condannato è Fabio
che perché reo. Dare il poter supremo
a gioventude, che in balia si lascia
di sregolati affetti, è un por la spada
in mano ad uom, cui furor pazzo invada.
Vado, Osidio, a morir. Né il Fabio nome
né i merti miei, nel giudice feroce
                                        Sperar mi giova
che te il pubblico lutto e te del padre
                                             Eh! Troppo importa
                                       Mira. Qui 'l tragge
la tua sciagura. Io vo a Minucio. (Parte)
                                                            Ah! Temo
più l'ire sue che tutti i mali miei.
Padre e signor, tanto non è mia colpa,
quanto ingiustizia altrui la mia sventura.
Uso è de' rei dire i giudici iniqui
                                    No; ma Minucio...
e tu in onta di lui salvasti Erminio.
lasciar sotto il littor capo sì illustre.
E vi sottentra il tuo. La pena è giusta.
Crescano a lei nemici; e duri intatto
Te dittator, mai non si vide al cenno
tuo la vittoria incrudelir nei vinti.
ma l'ossequio è fervil. S'io data avessi
fosse quella da te, l'esser mio figlio
cedo, o gran padre, e mi condanno io stesso.
parlò a te il dittator, parli ora il padre.
Figlio, non venni ad aggravar tua sorte
sotto barbaro acciar morto in pugnando!
andasse in schiera anche il tuo nome. Il primo
il cui sangue beran verghe e mannaie.
                              La tua mi basta, o padre.
e se a questo tuo dono altro ne aggiugni...
                                              Al tuo piede
cada ella stessa, o dittator. Da l'onte
mia virtude e 'l tuo figlio. Ecco il suo fallo,
ecco la sua condanna. Or perdo in esso
quanto avea. Senza lui nulla a me resta
                                       Già intesi, Ersilia, (Solevandola)
che de' tuoi rischi a me ben giunse il grido.
sicuro avrai. Custodirò in te un pegno
Padre, or moro tranquillo e assolvo i fati.
di sì vil morte. Dittator, del nostro
vergogna e pena. Accoglieranlo amiche
le tue coorti; e là, se tanto ardisce,
                                                     Romani,
che a tal prezzo egli viva? Aquile opporsi
per lui vedremo ad aquile? Aste ad aste?
E farem sì che dei nostri odi armato
che a la patria donar sé stessl e i figli.
pietà non sia tradito il grado eccelso.
Non soffrirlo, o signor. La dittatura,
vide Roma al suo piede e n'ebbe gloria,
non si prostri ella stessa e n'abbia scorno.
Lasciami al mio destin; ma resti illesa
tua dignità. Tanto non val mia vita.
degno più del mio amor, quando ti perdo!
e tua virtude al mio dover non pensi.
mi restan poche; altre alla patria ed altre
ne debbo al padre; e tu non poca parte
lagrima tu m'onori, assai già ottenni.
Serba ad altro più degno e più felice
i tuoi teneri affetti. Al caro Erminio
con la sua Velia gli anni. Anzi ch'io parta,
                               Così i miei mali
le sia in custodia e libertà le renda.
Ho stretto il core da pietà e da doglia. (Parte)
Nulla per te fec'io, tu per me tanto.
Core, alma, vita, escimi tutta in pianto.
Ma 'l sol, ch'io chiudo in petto, è del mio sposo.
e avrò forse anche duol, ch'io non t'amai.
I suoi preghi ei mi porga; o 'l figlio mora.
non è prego per te che già ti vinca?
Chi vuol grazie impetrar si umili e chiegga.
Al suo grado sconviene un vil ricorso.
E al mio un facil perdon. Vanne e l'incontra. (Osidio parte)
Al Senato si scriva. È buon consiglio (Si accolta al tavolino)
sono in noi quai nel cielo i primi raggi
che dileguano l'ombre, aprendo il giorno. (Scrive ma stando in piedi)
foglio suo non è quello, ove dei Fabi
Vedi, o signor... (Avanzando verso Minucio)
                                Qui a me il gran Fabio? (Lascia di scrivere e gli va incontro)
                                                                             Il padre
viene, o Minucio, al giudice del figlio. (Osidio si ritira in disparte)
Duolmene la cagion, duolmi il reo caso
mi sia tolto il poter da l'altrui colpa.
non dà luogo a perdono. Io qui non venni
tratto da vana speme a pro di un figlio.
e legge tal che fa più ingiuria a Roma
                                                    Amor di padre
più dì nel roman campo un fier nemico
                           Fabio, che il commise, (Minucio scrive)
reo più che i Giuni e più che i Manli...
                                                                      In Manlio (Rivolgendosi con un poco d’impeto)
protetto era il trascorso, al par del mio,
da un valor fortunato; e pur non valse.
Da l'esempio di voi trarsi a ruina (Minucio torna a scrivere)
A gran ragion, tra l'arse case e ville, (Rivolgendosi più adagio)
                                              Io già al Senato,
e tuo giudice e mio, scrissi in quel foglio
la legge offesa, il salvo Erminio e quanto
sia di ragion che il trasgressor ne mora.
lei sì che più di Erminio e de l'editto,
anche per me avvilisca? Eh! Ch'oggi assai
d'onta ella n'ebbe; e dittator, tu 'l sai.
Signor, ne avrai, se insisti, e biasmo e danno.
                                  Uom d'alto affar dal campo
ostil te chiede; e par che cose arrechi
                                       (Spesso contrasta
virtù in petto romano i suoi confini.
Vi son anime ancor ch'oltre a le vostre
Fabio, dal suo gran cor mosso, ad Erminio
diè vita e libertade. Atto sì illustre
e sconoscente e vil. Tu a un tratto assolvi
l'un dal supplicio e l'altro da l'infamia.
Erminio per l'altrui t'offre il suo capo.
Questo si accetterà. Ma Erminio è lunge;
e la legge oggi il reo chiede a la pena.
Erminio a te si affretta; e quegli io sono.
(Serba a noi Fabio e un cittadino a Roma).
L'atto ti onora e te ne applaudo. Usarti
non posso altra pietà che quella stessa
che tu mi chiedi. Vivrà Fabio. Il prezzo
                      Fabio a me venga.
                                                         Il lieto
annuncio di sua vita ei da me intenda. (Parte)
E 'l supplicio non suo qui a me si renda.
Soldati, altrove al cenno il custodite.
                                                     Il preservarlo
Seco mi lascia; e ad osservar dal colle
va' se Annibale ardisca altro cimento.
Il valor di Minucio è suo spavento. (Parte)
Vostra Ersilia esser può... Fabio, sa il cielo
fossi a l'aspro comando, ond'era tolto
tal figlio ai Fabi e tal guerriero a Roma.
Grazie agli dii, che ai publici, ai miei voti
render ti posso alfine. Onta e rimorso
han tratto Erminio a la sua pena; e l'abbia.
mi avrò sempre a doler de le tue leggi,
Donarmi vita e tormi Erminio? O quanto
Degno che tu 'l compianga è 'l fido amico.
Compiangerlo che val? Lascia ch'io 'l salvi.
                                Col capo mio? Son pronto.
                 Ersilia tua cedi al mio amore. (Entra Velia)
non mi resta ragion in lei che chiedi.
Ersilia è in suo poter. Può di sé stessa
dispor. Si assolva Erminio; e, Fabio, il soffri,
                                   Che ascolto? Ersilia,
quando ancor mi tradisce. Anch'io vi assento
                                  Ormai si disinganni
                              in te la tema. (A Quinto Fabio)
                                                        Alora
Velia son io, sposa d'Erminio e figlia
di chi impera agl'Insubri. Eranvi noti
or ne intendete anche gli affetti e i voti.
Tu, Fabio, or veder puoi da qual dovere
s'io né men lusingar possa il tuo affetto.
abbiti ancor la mia. Se ti par giusto,
incrudelisci a tuo piacer. Puoi farlo.
Orché libera io son, mercé di questo
guerriero amante eroe, temer non posso
che voglian le tue leggi esser crudeli
Qual mi si sveglia in sen fiero contrasto!
Son sì sorpreso da stupor che a pena...
de l'esercito ostil spingonsi al colle
armate ad occuparlo; e se più tardi...
e di Erminio e di te. Lauri del Tebro,
Quanti mali da Arisbe? E ch'io più l'ami?
beltà, fa' quanto puoi dentro il mio core;
dal vallo. O mal già preveduto! E come (Partono due soldati, entrando nel vallo)
vittoria, egli lasciò l'erto del colle
a quei che ne scendean dispersi e vinti,
che piagato di stral mi vide il braccio
ed inetto a la pugna, a te son corso... (Cominciano a uscir dal vallo le legioni di Fabio)
rimanti a la custodia. Andiam, romani.
Minucio e che per Roma ha tanto zelo,
le vaste idee de' suoi consigli. È tempo
strappiamo la vittoria; e trarrem poi
a Minucio il rossor dei falli suoi. (Suonano le trombe e vanno pian piano e con ordinanza incamminandosi a piè del colle le truppe, divise in due ale)
Ben di virtù romana ha pieno il petto.
Tregua a sue lodi. Ecco la nostra Arisbe.
La nostra? Eh! Dilla tua; sciolti ne ho i lacci.
Io rallentati i miei, se non infranti.
Quei son di Arisbe i due rivali amanti. (A Velia in disparte)
Deh! M'impetra da lor ch'io vegga Erminio. (Avanzandosi)
                                                   E a quel di Velia...
                            E ottenerlo. (Dà ordine ad un soldato)
                                                    E a quel di Arisbe?
alziam braccio rubello, anche pretenda.
                                    Oh! Lo potessi.
                                              Di me non curi.
Dispetto mi sanò dopo i suoi sprezzi.
ne la incostanza tua. Trovo in Valerio...
Cara a Valerio esser non può la fiera
Se non mente il lor dir, nuove conquiste
cerchisi, o bella Arisbe, il tuo sembiante.
Velia, se alcun dolor turba mia pace,
l'ho dal veder per mia cagion te mesta
Chi creduto l'avria? Ch'ei fuor di ceppi
Sua virtù cosi volle o pur mia sorte.
Ma per oblique vie, spesso a noi giunge
quel bene ancor che ne parea più lunge.
Si, la tua Velia, o prence, ecco in Ersilia.
E in Velia la tua serva e la tua sposa.
Oh dei! Ben disse al core il primo sguardo
di Velia un non so che; né il cor l'intese.
Sapealo il mio; ma si fe' forza e tacque.
                                         Dirti qual fossi
né per te né per Fabio util consiglio.
quel fier periglio, ahimè! ch'or ti sovrasta,
                                          E in un da amore.
Sì, amor mi richiamò nel roman campo,
dacché intesi nel mio le tue catene.
e udendo alor del fido amico il rischio,
mio dover fosse insieme e gloria mia.
Innocente è 'l voler, se reo l'effetto.
Cosi piacque agli dii, per far d'Erminio
ne l'atto illustre il nobil cor palese.
che or ne danno il piacer, finor vietato,
di dirne io ciò che volli e non osai.
Idolo, speme, amor de' voti miei. (Rientrano tutti nel vallo)
Velia sono ed Erminio. A che non corri
Che ti arresta? II tuo amor? Vile che sei;
il tuo è invidia, è furor, non è più amore.
è un voler esser perfido o infelice.
doversi i primi onori al buon consiglio
consigliar né ubbidir. Noi, cui del primo
pregio è tolta la sorte, almen de l'altra
proccuriamci la gloria; e mentre l'arte
con quei di Fabio. In avvenir ne regga
che mi serbo su voi, sia ch'ei ne trovi
grati e migliori; ed io 'l primier tra voi
sarò nel soggettarmi ai cenni suoi. (I soldati di Minucio battono l’aste e le spade sopra i loro scudi, in segno di applauso e di assenso; e dipoi Minucio si ritira in disparte, mettendosi alla loro testa. In questo dall’alto del colle cominciano a scendere al suono di timpani, tamburi e trombe i romani vittoriosi, avendo tolto in mezzo il dittator Fabio sopra un carro trionfale, formato e ornato tumultuariamente di spoglie nemiche, sostenendolo eglino stessi alle parti e facendolo tirare da schiavi cartaginesi. Escono nello stesso tempo dal vallo ed altronde Quinto Fabio, Velia, eccetera)
Son del giubilo vostro impeto e sfogo
cotesti applausi. E che fec'io, soldati,
ch'ogni buon cittadin fatto, e più ancora,
ed ai propizi dii lodi sì grate. (Scende dal carro)
Che modestia in eroe dopo il trionfo!
Padre. Questo convien nome al tuo grado
e più al tuo beneficio. Oggi vincesti
e me con la bontà. Tu più che padre
che d'onor, plebiscito annullo e cedo.
Piacciati a me usar grazia, usarla a loro;
Minucio, il non errar ne l'ardue imprese
sovrasta a l'esser d'uom. Trarre il profitto
sempre è in poter di chi ha fortezza e senno.
Tu già saggio il conosci e se a valore
cittadino a la patria util sarai. (Lo abbraccia)
finiti son. Sta in vostro grado l'uso
Ovunque andrem, verrà con noi la grata
Roma in prezzo ne avrà ferma amistade.
Tutto a Fabio dobbiamo il nostro bene.
Colpe, che fece amor, virtù ha corrette.
E mal passato in gran piacer si obblia.
(Ma forza è che sospiri, anima mia).
Troppo rischio è fra noi beltà sì fiera.
E tra loro, anche in onta a l'odio mio,
porterò del tuo nome i chiari vanti,
ond'è che del lor grido assai men grandi,
che, per quanto si sforzi, al ver non giunga;
Quai riposi più fausti? E quai più saggi?
ch'altri non osi. E si vuol poi che a vista

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