Metrica: interrogazione
79 sineresi in Meride e Selinunte L., Vienna, van Ghelen, 1721  (recitativo) 
ne l’amor di Ericlea mi son rivali.
                                   Deludi il fasto
idea d’alta fortuna i tuoi pensieri.
né detraggo né invidio. Abbian la lode.
La beltà di Ericlea. Deh! Questa, o sire,
A me venga Ericlea. Tu qui in disparte
perché darti, Ericlea? Ne la mia reggia
esser potea ch’io vi perdessi il mio.
Meglio pensa, Ericlea. Chi re consiglia...
le nozze di Ericlea, s’altri le chiede.
Pur se alcuno in tua gloria aver dee parte,
senza lui non cadean. Vinta ogni guerra,
Non dee vostra virtù lasciarmi ingrato.
                                     Di fiamma eguale
Non ha prezzo Ericlea né tu ami Areta.
Non lo sappia Ericlea, ch’ella più altera
e non confondo il reo con l’innocente.
Eh! Siam ambe, Ericlea, di amor nel laccio.
È tuo acquisto Ericlea; ma de la nostra
II re me lo dovea. Chi non l’ottenne
Merito ei non avea?... (In atto di por mano alla spada)
                                          No, Selinunte, (Lo ferma)
Viver potea giorni tranquilli e lieti,
Ericlea mi chiedeste e me ne increbbe.
Promessa altrui, dovea negarla a tutti.
Se l’amor di Ericlea tanto era forte,
io pur te la cedea. Perché un rifiuto
Se su l’ingiurie tue tacea il mio sdegno,
Tutto era poco. Io non sapea l’ucciso
e a l’uccisor porgea le braccia e alora
                                        Nicandro, e dove,
Il tuo arcano io sapea; ma a te lo chiesi,
                             Nicandro...
Mira, Ericlea, chi a te rivolge il passo. (Le mostra Meride che, veduta di lontano Ericlea, si avanza verso di lei)
dal tuo amor attendea, Meride ingiusto.
Non di Ericlea l’amor, non il comando
Sia ’l caro amico ad Ericlea consorte.
Orsù, resta, Ericlea; rimanti, ingrata. (Fiero)
                                                    Ascolta. (Lo ferma)
                                          Là ti precedo,
Vanne, Ericlea. Seguir tuoi passi è rischio.
                                      Lieto e’ festeggia
                                    Pietoso ufficio
chiedea la sconsolata. Esso l’adempie;
Già temea di punirlo. Or vo’ che mora.
e dolente e costretto. Astrea, che ’l volle,
                         Mio sire...
                      Eccovi il reo.
                                                Meride!
                                                                  Io sono (Areta sopraviene)
Per sempre ei mi rendea vile ed infame.

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